LAVORO IN SARDEGNA? NON SAPPIAMO NEPPURE PREGARE S. EFISIO!

C’è chi può e se ne va a Roma per ascoltare Elio in diretta che prende per il culo i sindacati (rei di averlo invitato). Io non può, quindi mi sono rotto le scatole in una giornata di tempo conflittuale con sé stesso, indeciso tra pioggia e no. Visto che c’ero, ho anche letto Mercato del Lavoro in Sardegna Rapporto 2012 a cura di Maria Letizia Pruna (nota Lilli, edito da CUEC, Cagliari 2013).

Un gran bel lavoro, professionale, né si poteva dubitarne visto il livello della curatrice (cito testualmente: ricercatrice in Sociologia dei processi economici e del lavoro presso il Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni dell’Università di Cagliari e docente di Sistemi di Welfare). Soprattutto adatto alla giornata: I maggio, festa del lavoro. Quasi banale.

Se non fosse che di lavoro sentiamo parlare in continuazione; a livello nazionale, naturalmente, perché va male ovunque e ci sono aree che pensavamo ricche sfondate e stanno scoppiando (ad esempio il trevigiano; altro che radicchio!, stanno per mangiarsi l’un l’altro); ma anche a livello locale, sardo, sardissimo. E naturalmente a sinistra (sebbene abbia difficoltà a definirla; diciamo tutto ciò che parte dal PD e copre ciò che giace “a manca” di questo). Lavoro: una bella parola d’ordine, coniugata a destra, sinistra, centro, sopra, sotto, davanti, dietro, prima, dopo e durante. Di lavoro parlano tutti e, stranamente, con un certo accordo che dovrebbe far sospettare una fregatura. Pare assodato, infatti, che il lavoro sia “necessario” perché le famiglie non arrivano alla fine del mese, i giovani non possono progettare un futuro e le persone trovare la serenità che impedisca loro di suicidarsi, oppure sparare a un carabiniere, brutto bastardo, così impara a proteggere i politici e per di più con uno stipendio al di sotto della media europea, razza di crumiro!

Possibile che esistano temi sui quali l’accordo sia generale, da Meloni (Giorgia, FdI) a Migliore (SEL)? Non sarà che c’è sotto una fregatura? Davvero sarebbe il «lavoro» il nodo da sciogliere per andare avanti e ritrovare il benessere che ci attendiamo dalla vita?

Facciamo un passetto indietro e ritorniamo al saggio curato da Pruna: potrebbe aiutarci a dare una risposta alle domande precedenti?

Certo che può: stiamo parlando di un saggio concepito esattamente per questo! Un libro che tutti i politici sardi dovrebbero leggere, così da capire dove mettere la mani per contribuire a far uscire la nostra regione dalla cunetta (profonda) in cui si è cacciata. Come dire: dovrebbero compulsarlo i Cappellacci come i Lai, oppure i Soru. O anche i Gavino Sale (per il quale è stata predisposta la versione in LSC) o la categoria dei geni come Zuncheddu (tra una sgommata e l’altra) o quelli di ProgRes (che stanno aspettando di essere ricevuti da Angela Merkel per avere il miliardo di euro). Ma anche quelli di SEL, sia chiaro, non mi si dica che, essendo un simpatizzante di Vendola, faccia finta che non esistano, da Uras a Doneddu. Insomma, quando si tratta di elaborare un progetto per il futuro della Sardegna, bisognerebbe, prima di tutto informarsi; ed è proprio per questo che ci sono le Lilli Pruna che scrivono i saggi come quello di cui sto parlando.

Ciò detto: che c’è scritto nel libro?

C’è scritto che il problema della Sardegna (ma anche dell’Italia, solo che per la Sardegna è peggio) non è il «lavoro». Certo, per capirlo bisogna anche essere in grado di leggere le 180 paginette scarse (al netto dell’appendice statistica). Per questo, in teoria, ci dovrebbero essere i giornalisti, oppure gli editorialisti che anziché andare a vedere la sfilata di S. Efisio poggiassero le chiappine su una poltrona, investendo un pomeriggio nell’informarsi prima di informare. Ma questo è un altro dei problemi, quindi facciamo cosi: se un giornalista avesse letto il libro curato da Pruna (capendolo) avrebbe scoperto che sì, c’è il guaio della scarsità di lavoro… ma non è «il» problema della Sardegna (né dell’Italia). La questione vera, sulla quale si gioca il nostro futuro, quello dei nostri figli e nipoti, è, purtroppo, ben più complicato ed è la «qualità» del lavoro e non solo la sua disponibilità! La fotografia raggelante rappresentata da Pruna è proprio questa: che la Sardegna soffre di una perdita progressiva di «lavoro buono», quello che da un parte crea elevato valore aggiunto e dall’altra impiega elevate professionalità. Cui si somma l’altro bizzarro fenomeno per il quale, ad una scarsa scolarità, si sovrappone la percezione di un’istruzione sovrabbondante! Insomma: il lavoro si è andato spostando verso mestieri poco specializzati (che creano poca ricchezza) così da lasciare a spasso i pochi scolarizzati che avrebbero le competenze necessarie per svolgere lavori «buoni»! Abbiamo poche scuole (rispetto alla media europea) e ci sembrano anche troppe!

Diciamolo in un altro modo: non è facendo tutti la badante (occupazione al 100%, piena occupazione) che la Sardegna risolve i propri problemi: lo fa se la politica è in grado di indirizzare lo sviluppo di attività ad elevato valore aggiunto, basate su mestieri specializzati per i quali si adoperi, prima di tutto, conoscenze di alto livello. Giustificare l’assenza di politiche orientate in tal senso, gettando sul tavolo la gravità del momento, è, per l’appunto, la fregatura di cui parlavo prima, nonché il motivo per il quale la destra la mena così tanto con il «lavoro». Certo, se sono un costruttore e voglio vivere benino, distruggendo il paesaggio e impiegando i sardi come muratori (rigorosamente in nero) posso sempre dire che è meglio prendere due soldi in nero che morire di fame, ma è proprio la trappola nella quale la sinistra dovrebbe evitare di cadere, piantandola di continuare con la litania dell’«industria cattiva» (che però è quella che invidiamo alla Germania) e dell’«ecologia buona» (sempre quella della Germania, che se la paga con l’industria, mica con i biglietti del nuraghe Su Pilloni Spinniau!). Oppure della «santissima agricoltura» (che non funziona se non ci sono i contributi statali, ovviamente!) e della «cultura» (altro capitolo per il quale ci vogliono un sacco di denari).

Così, dopo aver coperto di lodi la dottoressa Maria Letizia Pruna, le domando scusa se mi permetto di domandarle: avendo curato il libro… ha poi avuto modo di leggerlo?

Perché, avendo sorriso alle battute contenute nell’articolo a sua firma, pubblicato oggi su SardiniaPost (L’assessore al Lavoro) mi chiedo se non sarebbe stato meglio implorare Sant’Efisi per un altro (e solo) miracolo: quello di levare dagli occhi dei politici di sinistra il prosciutto bipartisan del «lavoro comunque sia», vera iattura dei nostri giorni italiani (e sardi) che ci vedono cadere graziosamente verso una situazione non dissimile dalle economie sudamericane che un tempo chiamavamo Repubblica delle Banane, in cui si aspira a coltivare banane, raccogliere banane e mangiare banane… si lavora tutti e si mangia tutti (banane), si muore di mal di gola e parto, non si va a scuola (perché non ci vuole la laurea per raccogliere le banane e mangiarle) e si è felici e contenti (perché tanto l’informazione non c’è e nessuno sa che si può stare meglio). Facendo, finché dura, un trova/sostituisci con banana/mattone e fotografando meglio la situazione del Sardistan (o Mattonistan, in cui si discute e litiga su quale sia il mattone «buono» ma poi sempre e solo di mattone si finisce per parlare?)

Capisco che in un momento in cui ciò che si autodefinisce «sinistra» vota la fiducia a Berlusconi sia difficile articolare un discorso sensato, ma non è per questo che ci sono gli intellettuali (di sinistra)?

 

PS – A pag 150 si cita la cittadina di Concarezzo… che non esiste. Gli amici di Concorezzo (e c’è un bel circolo sardo, tra l’altro) potrebbero offendersi. Perché cito il refuso? Per dimostrare che il libro l’ho letto sul serio, trovandolo utile. Avrei da dire parecchio sul capitolo dedicato a Ottana&dintorni, ma non è il momento. Non ne farò una recensione, non ho la competenza necessaria, ma non per questo eviterò di raccomandarne la lettura… e proprio per quel capitolo che a mio avviso andrebbe riscritto. Sarebbe un buon modo per cominciare a discutere seriamente di cose serie e non di cazzate da bimbiminkia, come facciamo di solito.

 

http://www.sardiniapost.it/economia/lassessore-al-lavoro

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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http://www.sardiniapost.it/economia/lassessore-al-lavoro/

 

 

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2 risposte a LAVORO IN SARDEGNA? NON SAPPIAMO NEPPURE PREGARE S. EFISIO!

  1. Francesca ha detto:

    Gentile Ainis,
    Il Rapporto sul mercato del lavoro lo leggiamo in tanti,anche profani…ma purtroppo non siamo quelli giusti (per incidere realmente sulle politiche del lavoro). Sono d’accordo con lei quando dice che andrebbe letto dai politici di ogni colore, e aggiungo che certi dati e ragionamenti andrebbero anche veicolati a un pubblico piu’ vasto (la gente,insomma,perdoni la superficialita’ del termine).
    Saluti cordiali,

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Francesca,
      concordo: “andrebbero anche veicolati a un pubblico piu’ vasto (la gente,insomma,perdoni la superficialita’ del termine)“.
      A questo punto la domanda: chi veicola, se i giornalisti pensano a ben altro??
      Cordialmente,

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