LIRICO DI CAGLIARI: CHI ERA COSTUI?

POST 043 ZEDDA A VIDEOLINA ATTENTI AL PICCIONEL’informazione (in Italia e non solo) è come l’abbigliamento. Ci sono notizie che vanno di moda ed altre che passano di moda. Come l’abbigliamento, dipende dai guadagni: si pubblica ciò che fa comodo per trarne vantaggio, si ignora il resto.

Non a caso, la fondamentale vicenda del Lirico di Cagliari è sparita dalle cronache cittadine (ma ci tornerà per aggiornarci sulle vicende giudiziarie, non preoccupiamoci). Nel momento in cui i cittadini cominciavano a realizzare come la levata di scudi contro Zedda fosse uno di uno dei tanti esempi di attaccamento feroce a privilegi cui si rinuncia con difficoltà, i mezzi di informazione hanno pensato bene di non insistere: hai visto mai che si capisse che il sindaco cerca di sradicare un sistema clientelare radicato da decenni??

Poiché giornalisti bimbiminkia e pennuti artisti hanno cambiato registro – e considerato che ho poca voglia di scrivere – sfrutto gli amici che mi mandano i link e ne segnalo uno che vale davvero la pena cliccare, questo:

Fondazioni liriche, i colabrodo della cultura italiana

Un’agile e graziosa analisi corredata da aneddoti succosi, come la richiesta per bizzarre indennità, che descrive con notevole precisione lo stato delle fondazioni Liriche e soprattutto sfata molti degli stereotipi creati ad arte da chi sguazza dentro la palude dei quattrini pubblici.

Cito:

«Una cosa bisogna mettersela in testa», spiega Alberto Mattioli, corrispondente de La Stampa da Parigi e autore di Anche stasera. Come l’opera ti cambia la vita: «O l’opera viene sovvenzionata oppure non si fa, non si può mantenere solo con gli incassi. Ed è inutile che tutti dicano che negli Stati Uniti funziona così. A parte che un piccolo finanziamento pubblico negli Usa c’è, e poi lo sponsor che sovvenziona il teatro lì gode di detrazioni fiscali. In Italia non è così.

[…]

Dal settore pubblico, le fondazioni liriche […] non prendono solo i soldi, ma anche tutte le storture. Come la forte ingerenza della politica nella gestione del teatro. Una su tutte: il presidente della fondazione è di diritto il sindaco. E poi ancora: dei sette membri del consiglio di amministrazione uno è nominato dalla regione e uno dal governo.

Un caso su tutti è stato quello del Teatro Massimo di Palermo, commissariato a dicembre 2012 nonostante il sovrintendente Antonio Cognata avesse tenuto i conti in ordine con un abbattimento dei costi del 40% e una riduzione del debito da circa 27 milioni di euro a meno di 16 milioni. «Abbiamo ridotto i costi impiegando in maniera efficiente ogni singolo centesimo», racconta Cognata, «c’è stata una fuoriuscita volontaria di personale e abbiamo fatto pochissime assunzioni, solo quando era necessario». E se «la politica è abituata a usare anche i teatri lirici per raccogliere consenso», certo non gradirà le «non assunzioni». Il braccio di ferro a distanza tra Cognata e il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che presiede il cda, è andato avanti per mesi. «Ci sono pressioni di qualsiasi tipo», racconta l’ex sovrintendente, «dalle assunzioni, al rifornimento delle matite. Pressioni alle quali non ho mai dato retta». Le maestranze del teatro sono arrivate a occupare la stanza del sovrintendente. Fino alla decisione del ministro dei Beni culturali Lorenzo Ornaghi di commissariare il teatro Massimo. Con tanto di «grande soddisfazione» del primo cittadino. Il mandato di Cognata sarebbe scaduto nel 2014. Era stato nominato nel 2004, quando a guidare il capoluogo siciliano c’era Diego Cammarata.» (Grassetto come in originale)

L’esempio del Massimo di Palermo dovrebbe far riflettere, perché è esattamente ciò che le RSU del Lirico di Cagliari hanno tentato di fare per la difesa dello status quo. Con la differenza che, per ora, è finita diversamente… fino alla prossima puntata.

Buona lettura (e felice incazzo dei soliti noti).

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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