CHE FINE FA LA SARAS? NON SI SA E, IN OGNI CASO: CHI CAZZO SE NE FREGA?

POST 167 CHE FINE FA LA SARAS NON SI SA E, IN OGNI CASO CHI CAZZO SE NE FREGANon ho voglia di cercare il link, ma qualche tempo fa scrissi un post sulla SARAS e sulla lettera di intenti siglata dalla società con i russi di Rosneft, nello scorso dicembre, per la costituzione di una Joint Venture. Se ben ricordo, mi domandavo per quale motivo la notizia non entrasse nel dibattito politico regionale, considerata l’importanza della raffineria per il PIL regionale e per i posti di lavoro, diretti e dell’indotto.

Domanda retorica, naturalmente, poiché SARAS appare un’entità mai veramente assorbita nel tessuto sociale isolano, una sorta di corpo estraneo, una verruca sul naso che si sopporta malvolentieri e si eliminerebbe con piacere, se non fosse che l’intervento appare costoso e si sospetta che l’operazione potrebbe anche riservare spiacevoli sorprese. E se poi al posto del porro comparisse qualcosa di peggio?

Quindi, assai meglio cazzeggiare, a destra come a manca, far finta di niente. Tanto il manifatturiero, in Sardegna, pare non interessare nessuno. Se si parla di SARAS è per denunciare il terribile attentato alla «natura» in merito alla volontà di effettuare una perforazione esplorativa in quel di Terralba. Poco importa se poi di «naturale» laggiù ci sia poco o nulla e se l’attività agricola rapace e intensiva abbia distrutto, in più di mezzo secolo, il territorio e il Golfo di Oristano: una bella vertenza colorata di VERDEfa immagine e coagula consenso. Va di moda, come l’agricoltura e il carciofo a chilometro zero. E fa tanto piacere a chi Terralba sfrutta da sempre, facendoci un sacco di denari!

Nel frattempo e nel disinteresse generale, è notizia di queste ore che Rosneft acquisisce poco meno del 14% di SARAS, mentre i Moratti, tramite Angelo Moratti S.a.p.a., mantengono sì la maggioranza ma al 50,02. Ci sarebbe anche da dire come, nell’operazione, i due fratelli mettano in saccoccia qualcosa come 180 milioni di euro scarsi, cash, ma è irrilevante.

Ciò che è veramente importante, piuttosto, è ben altro: che la SARAS, e non ci voleva tanto a capirlo, io l’ho detto a dicembre e sono tutt’altro che un genio, sta cambiando proprietà: quando un nanetto si accorda con un gigante, cedendogli una stanza di casa propria, significa che si sta predisponendo a vendere anche il resto. Il dato oggettivo è che i raffinatori “puri”, coloro che non hanno accesso diretto alle risorse primarie, sono specie in via di estinzione: oggi, chi ha accesso ai campi petroliferi raffina per conto proprio. Chi possiede impianti, del resto, sa bene che deve sbrigarsi a vendere prima di trovarsi in situazione di maggiore debolezza. Così va il mercato. Perché, allora, i politici dovrebbero interessarsene e anche tanto?

La risposta è ovvia: perché c’è una bella differenza tra l’avere nel proprio territorio il 100% di un’azienda di piccole dimensioni (questo è SARAS, nel settore) e il dover fare i conti con un’enorme realtà di cui solo una piccola parte risiede dietro casa propria. E non solo per le dimensioni (sebbene sia un problema anch’esso) quanto per l’evidente differenza nel potere contrattuale della comunità: altro è trattare con un’azienda che ha una faccia definita e un core business ben visibile e identificabile nel territorio, ben diverso avere a che fare con un colosso talmente enorme che neppure si sa dove stia e potrebbe decidere e attuare azioni pesantissime in caso di vertenze. Diciamolo in due parole, tanto per semplificare: supponiamo (per assurdo, mi raccomando, è solo fantascienza) che quando la SARAS diventi CAPAC, si presenti in Regione un signore cordiale e vestito di grigio che dica: Cari miei, rappresento la CAPAC, azienda che fa parte della maggiore compagnia petrolifera del mondo. Noi, domattina, andiamo a trivellare a S’Ena Arrubia, a Terralba, proprio sopra l’isolotto al centro della zona protetta. Qualcosa in contrario?

Potrebbe anche darsi: Caro e cordiale signore in grigio, quella è una zona protetta. Quindi non si può: se ne torni in Russia e non rompa i corbelli: i sardi comandano in casa propria, capito?… Ma che fa, telefona mentre stiamo qui a discutere?

Risposta: Sì, domattina mettiamo in liquidazione la CAPAC e non facciamo più arrivare materiale da raffinare. Grazie e addio.

Il giorno dopo, tutti i lavoratori della CAPAC prendono i piedini, vanno a S’Ena Arrubia e cominciano a scavare, gratis e senza che nessuno li obblighi… dopo aver preso a pappine i componenti del Comitato NO Eleonora.

Certo, poi può capitare che le pappine vengano rese, magari con gli interessi composti, ma il mio è solo un esempio, tra l’altro di pura fantasia, perché potrebbe darsi benissimo che un colosso come Rosneft se ne freghi altamente di un giacimento piccolo come quello di Terralba. Una volta che la SARAS sia divenuta la CAPAC, lo scenario è proprio questo: che le pappine, alla fine, ce le diamo tra di noi!

Sì, ma cosa potrebbe fare la politica?

Ad esempio rendersi conto di ciò che sta avvenendo, non ignorare bellamente la cosa per dedicarsi a supercazzole elettorali, come la «nave dei veleni di Olbia» o le beghe da cortile dentro la sinistra. C’è da rendersi conto della nostra sostanziale debolezza, soprattutto nel comparto manifatturiero. Cosa accada con i «pezzi unici» l’ha insegnato il caso ALCOA: non si può tollerare che la propria economia dipenda da una sola sorgente di reddito se questa, in una qualche maniera, è del tutto sottratta al controllo della comunità. È necessario cambiare paradigma, sia nelle priorità da affrontare (lasciando le supercazzole dove devono stare, al di fuori del dibattito politico) per ritornare ai fatti concreti che ci cadono addosso nella vita di ogni santo giorno; sia osservare con molta attenzione ciò che la pubblicità politica ci mette sotto il naso, Movimento 5* in testa, travestito da «nuovo», che invece puzza chiaramente di vecchio, ché noi italiani siamo maestri nella scelta dei nomi, come se lo sottosviluppo, travestito da decrescita felice, fosse davvero qualcosa di diverso dalla micragna!

E infine: possibile che in tutti i lanci giornalistici non ci sia uno straccio di analisi del caso SARAS? Possibile che tutti i cosiddetti «giornalisti», ma proprio tutti, si limitino a riportare la notizia dell’acquisizione senza neppure provare a domandarsi che diamine significhi?

Sì, è possibile, perché è pur vero che la politica è mediocre ma, per fortuna, il giornalismo è pessimo!

C.v.d.!

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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Una risposta a CHE FINE FA LA SARAS? NON SI SA E, IN OGNI CASO: CHI CAZZO SE NE FREGA?

  1. Proto Zuniari ha detto:

    In compenso un quotidiano ha dedicato la prima pagina alla fine del fidanzamento tra una sarda e un tizio che pare sia famoso (conduttore TV o roba del genere). Solo qualche giorno prima aveva dedicato una delle tre pagine di cronaca regionale ai no triv e al gioiello naturalistico che sono dintorni di Arborea. Eleonora ormai ricorre con frequenza almeno settimanale tra gli argomenti trattati, sia con fondi di Deliperi che con altre di cronaca. Su Saras e Rosneft un’ Ansa della lunghezza di un necrologio. La ggente compra i giornali per leggere quello che vuole sentirsi dire (e anche i necrologi) ; tutto il resto aumenta le rese.

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