AVERE FIDUCIA: PERCHÉ È NECESSARIO CREDERE NEGLI ALTRI

images«In questo libro vorrei mostrare che la fiducia […] rimanda a qualcosa che è al tempo stesso fondamentale e pericoloso. È fondamentale perché, senza fiducia è difficile immaginare l’essenza stessa delle relazioni umane. […] Ma la fiducia è anche pericolosa: comporta sempre il rischio che il depositario della nostra fiducia non sia all’altezza delle aspettative o […] che tradisca deliberatamente la fiducia che riponiamo in lui.» (Michela Marzano: Avere fiducia – Perché è necessario credere negli altri, Mondadori 2012; edizione originale 2010; corsivo dell’autore)

Come capita a volte, questo godibile volumetto di Marzano era rimasto sul comodino per qualche mese (più di qualche, in realtà) prima che una pigra giornata di sole (era ora!!) mi spingesse a dargli un scorsa oziando per una domenica pomeriggio. Alla fine, il pomeriggio è diventato leggermente meno pigro ma non per questo meno piacevole.

Marzano, che insegna a Parigi, è ben nota anche dalle nostre parti (scrive su La Repubblica e ha pubblicato numerosi saggi, alcuni piuttosto interessanti) e, questa volta, si interessa di un aspetto particolarmente attuale del nostro vivere quotidiano: la costruzione di un’etica della fiducia.

Ultimamente, la religione del dio unico Liberismo l’ha ridotta alla fiducia in sé stessi, delineando un mondo in cui esiste il sé, in cui bisogna credere, contrapposto all’altro da sé, di cui bisogna diffidare. Questo considerare l’esistenza come una continua lotta contro un esterno ostile è ben percepibile nell’Italia dei nostri giorni, in cui il fidarsi appare del tutto assente: non ci si fida dei politici, delle banche, del/la compagno/a, degli amici (cosa siano poi gli amici, se non ci si fida, non si capisce, ma tant’è) dei clienti, dei fornitori, del prete, dei professori, dei parenti, dei genitori, dei figli: non ci si fida di niente e nessuno.

Tanto è diffuso questo comune sentire, che il fidarsi viene concepito come sinonimo di poca accortezza (o stupidità) né aiutano una macchina della giustizia in crisi perenne e il funzionamento a corrente alternata della macchina pubblica, per non citare una scuola che fatica a restare aggrappata al proprio ruolo fondamentale: far crescere cittadini in grado di emettere giudizi informati (quindi sereni) sulla realtà. Ci dovremmo fidare degli altri in un mondo in cui i truffatori sono a spasso, liberi e lo stato ci prende i quattrini che gli dobbiamo in un amen e non ci dà quelli che ci deve lui, se non a distanza di anni (se ce li dà) mentre la scuola non ci fornisce più gli strumenti per l’interpretazione della realtà?

Bene: nonostante la fiducia sia una cosa seria (come diceva, qualche anno fa, uno slogan particolarmente invasivo per una nota marca di prodotti caseari) l’autrice nota preliminarmente come la filosofia – e la storia del pensiero in genere – se ne sia occupata assai poco, rispetto ad altri argomenti. Quindi ne ricostruisce il significato (si potrebbe dire «la storia») facendo ricorso a filosofi, pensatori, scrittori, insomma intellettuali depositari, per ruolo, del mestiere di interpretare il sentire umano, con lo scopo di trovare una sintesi tra l’importanza della fiducia, senza la quale il nostro essere animali sociali sarebbe privo di senso, e la pericolosità di un suo uso disattento.

Il taglio del saggio è didascalico, dunque frequenti rimandi alle storiche dispute filosofiche che i frequentatori dei licei ricordano bene: da Hobbes a Montesquieu, da Marx a Simmel, passando per Machiavelli e sant’Agostino, eppure, quando si arriva a definire e indagare il nostro oggi, compaiono le fonti attuali della crisi profonda del concetto stesso di fiducia, esempi emblematici comprensibili anche per chi non ha mai aperto un manuale di storia della filosofia o letto un saggio filosofico o scientifico. Il caso del romanzo di Don Brown, ad esempio, o la bizzarra vicenda del virus H1N1, vere icone del retropensiero complottista spesso propagandato e amplificato da trasmissioni spazzatura che mimano il giornalismo di inchiesta e la ricerca scientifica.

L’accessibilità del saggio di Marzano è quindi ampia – con i dovuti distinguo, sia chiaro, senza una dignitosa scolarità e l’abitudine alla lettura, potrebbe risultare estremamente noioso – e sono particolarmente interessanti le riflessioni sulla strumentalizzazione della credulità (cap. VI, ad esempio) e sugli aspetti prettamente legali dei rapporti fiduciari. Eppure, al termine della lettura, questo libro si segnala soprattutto per ciò che non contiene, ovvero le riflessioni personali del lettore in merito al mondo che lo circonda.

Scorrendo le duecento pagine abbondanti, infatti, si è indotti a confermare/confutare i ragionamenti dell’autore, scoprendo quanto e come il concetto di fiducia sia pregnante nella nostra vita quotidiana, comunque la si voglia intendere ed adottare. Personalmente, ad esempio, non ho potuto fare a meno di ripensare ai difficili rapporti delle nostre società occidentali con la scienza (in particolare l’Italia) e la religione, ma non dubito che persone con sensibilità diverse dalle mie potranno trovare ben altri spunti di riflessione.

Insomma, almeno dal mio punto di vista, un ottime esempio di ciò che un saggio dovrebbe essere: una raccolta di ottime opportunità di ragionamento sulla realtà, nel caso specifico, su ciò che sia la fiducia e sulle opportunità da essa offerte per una vita migliore, comunque la si pensi.

Giusto per completezza di informazione, cito una delle frasi conclusive (dichiarandomi in accordo con l’autrice): «Per superare angosce e sospetti la soluzione non consiste nel contrattualizzare tutte le nostre relazioni e mantenere gli altri in uno spazio in cui non possono più minacciarci o tradirci. È un’illusione farci credere che le nostre debolezze possono sparire una volta che siamo protetti legalmente. Nessuno è tanto potente per fare a meno degli altri. E, per vivere insieme, bisogna imparare a contare sugli altri e a fidarsi di loro. […] è anche vano, tuttavia, lasciarsi andare a una fiducia incondizionata e cieca che ci lascerebbe senza difese e senza risorse […]»

Con un’avvertenza: non si tratta di un semplice richiamo all’equilibrio (sarebbe banale) quanto della consapevolezza di una necessità stringente: superare un momento in cui il concetto di fiducia si è radicalizzato, così che si assiste, da una parte, al rifiuto di qualunque rapporto fiduciario picciolo con il prossimo, ma, dall’altra, alla ricerca di figure lontane e spesso astratte (il leader politico, religioso, un dio, un’ideologia) cui accordare acriticamente fiducia cieca!

17.50€ ben spesi (o meno, nella versione e-book).

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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2 risposte a AVERE FIDUCIA: PERCHÉ È NECESSARIO CREDERE NEGLI ALTRI

  1. Anonimo0 ha detto:

    Bel tema questo della fiducia. La Marzano è molto brava (e la sintesi proposta del suo lavoro intrigante per chi voglia avvicinarsi alle diverse pieghe che la fiducia può assumere) ma, per chi avesse voglia di approfondire, mi consenta di suggerire due cosine scritte da bel altre penne (e da cui l’autrice spesso attinge a piene mani). Il primo è un volumetto di Luhmann (ri-pubblicato da Il Mulino) che si intitola – guarda caso – “La fiducia”, dove è molto ben organizzato il discorso su questa situazione elementare della vita sociale – “il fare affidamento sulle personali ed intime aspettative” – ed è raccontato ai diversi livelli in cui si costruisce, agisce e – spesso – si distrugge: la fiducia personale è ben altra cosa da quella sistemica e le due possono incontrare viottoli, autostrade o grandi ostacoli in modo assolutamente “distinto quanto contingente”. Questo è un punto importante laddove ci si interroghi sul perché la fiducia, in un segmento sociale, è presente contemporaneamente in diversa (mi si consenta la storpiatura economicistica..) “quantità” e direzione: fiducia personale e fiducia sistemica sono esplorati da Luhman in questo (e tanti altri) senso, in un continuo passare dal livello micro a quello macro. Luhman parte da Simmel ed per questo che intende la fiducia “un’ipotesi di comportamento futuro come mediazione di conoscenza e ignoranza”: insomma, “se non conosco, fidarsi conviene come strategia per ridurre la complessità”.
    L’altro è un saggio incredibilmente citato in letteratura scritto da Diego Gambetta, “Le strategie della fiducia. Indagini sulla razionalità della cooperazione” (pubblicato da Einaudi). E’ una raccolta di saggi che ragiona sul tema mettendo a confronto diverse prospettive teoriche di molteplici discipline: filosofia, biologia, psicologia, teoria dei giochi, sociologia, economia, scienza politica. Qui l’ottica è tutta dentro l’approccio razionalistico dell’azione (à la Jon Ester), ma è interessante tutta la casistica storica che, in termini comparativi, Gambetta porta a sostegno dei suoi ragionamenti.
    Detto ciò..dopo aver rotto le palle con queste due righe introduttive.. posso confessare qualcosa di intimo sperando di non essere noioso?
    A me il tema affascina nel senso della “costruzione della fiducia” ed, in particolare, all’interno della dimensione dell’economia. Semplifico come se stessi prendendo a pappine uno sciame di mosche… Seppure sia altamente complesso misurare la fiducia (ad esempio, l’escamotage che usiamo – utilizzando i ragionamenti di Coleman e di Bourdieu, e non di Putnam come maldestramente qualcuno continua a fare dietro le piumazze da struzzo del culo di Renzi.. – è quello di misurare il “capitale sociale” o la densità del network di relazioni che le persone sono state capaci di costruire in modo autonomo o hanno ereditato, supponendo che dietro e dentro ampie reti ci sia appunto seria aspettativa di comportamenti non opportunistici dall’altra parte. Con tutto ciò che ne consegue), tutta la letteratura sullo sviluppo economico si trova d’accordo nel mettere in evidenza come i contesti più sviluppati siano proprio quelli dove è presente dose massiccia di fiducia inter-personale e inter-organizzativa: laddove questa dimensione emotivo/cognitiva della quotidianità è presente il lavoro dentro le organizzazioni e tra organizzazioni è facilitato da più ampia collaborazione e sostituisce (non completamente ma in gran parte) il potere gerarchico nel dare ordine alle transazioni. Poi il gioco dell’uovo e della gallina può anche avere inizio: è evidente che condizioni di maggiore benessere facilitano ampi spazi di costruzione della fiducia (a posteriori.. ), ma (si può dire??) FIDATEVI: laddove, nel tempo, si sono sedimentate relazioni tra attori economici e tra organizzazioni zuppe di fiducia le cose economiche e sociali (qualunque etichetta si voglia dare a tale dimensione del vivere: crescita, sviluppo, benessere, etc.. ) vanno meglio rispetto a condizioni differenti in partenza. Lo sviluppo del Giappone e dei nostri italici Distretti Industriali hanno dietro, lo dicono Becattini, Brusco, e tanti altri.. mica Pinco Pallino, queste chiavi di spiegazione.
    Ora, se si guarda a casa nostra, al Mezzogiorno d’Italia e a ciò che è successo in questi ultimi 20 anni nel senso dell’indirizzo politico centrale nella costruzione di leve per ispessire quel poco di sviluppo economico che il Sud è riuscito a mobilitare in questo dopoguerra, un premio importante andrebbe dato a chi, in questi giorni, sta cercando di dire/scrivere qualcosa di sinistra: Fabrizio Barca. Tutta la stagione, complessa e – a mio parere – gestita per toppo poco tempo (e spesso malamente in periferia) dei patti territoriali, della concertazione aveva come presupposto teorico proprio questa volontà di “costruire la fiducia nei territori” per agevolare sviluppo socio-economico. Ed è stata una stagione incredibilmente ricca, sotto mille punti di vista.. Il film è troppo lungo per poter essere raccontato in un commento, ma per chi avesse voglia di capire quanto sia difficile e complessa la sfida della costruzione della fiducia suggerisco di andare a rileggersi sia i documenti iniziali (a firma di Barca e di Ciampi; sul web c’è tutto), sia quella produzione che ha seguito passo passo l’esperienza. In Sardegna la faccenda ha assunto tinte varie e una risposta b/n, come in tutte le cose umane, non è possibile..

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Anonimo0,
      accolgo volentieri i suggerimenti (e condivido il giudizio) per i due saggi citati… con una piccola chiosa. Il saggio che suggerisco nel post è assai più accessibile degli altri due. Dovendo parlare di questi, ne suggerirei la lettura a chi possiede un bagaglio interpretativo forte.
      Condivido in pieno, invece, l’osservazione sulla coincidenza di sviluppo e fiducia, verificabile di prima mano e senza bisogno di intermediazioni da chi, per lavoro, si trova ad operare in realtà come la Germania o la Francia (senza andare troppo lontano). La fiducia tra persone e delle persone per le istituzioni, è qualcosa che noi abbiamo perso di vista da tempo (e che ricordo essere esistita quando cominciai a lavorare). Non che all’estero sia tutto rose e fiori, intendiamoci, ma la differenza è davvero eclatante.
      Su Barca, di cui ho letto le 55 paginette, sono d’accordo, sebbene, ancora una volta, debba rilevare come sia “roba da specialisti”. Catoblepismo a parte, mi sono domandato il perchè di un linguaggio così involuto, a mio avviso ben poco accessibile ai poverini come me. Mi sono anche domandato cosa sia davvero lo “sperimentalismo democratico” (e spero di essere io a non arrivarci, perché mi è sorto il dubbio di una elevata e dotta supercazzola, come lo stesso Vendola, con ben altri termini, ha suggerito, parlando di “partito del ‘900”). Che sia necessario riappropriarsi della categoria “fiducia”, in ogni caso, è sacrosanto.
      Cordialmente,

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