SOLARE, CHIMICA VERDE E MATRICA: IL NI DI LEGAMBIENTE, LA QUESTIONE NIMBY E UN CHICCO DI POLITICA

POST 162 SOLARE, CHIMICA VERDE E MATRICA IL NI DI LEGAMBIENTE, LA QUESTIONE NIMBY E UN CHICCO DI POLITICADopo la fioritura primaverile di comitati per il NO! NO! NO! FORTISSIMAMANTE NO!, Legambiente prende posizione esplicita in favore della generazione di energia rinnovabile in Sardegna e dell’ipotesi di riconversione industriale nella direzione della Chimica Verde.

Una scarna presentazione (reperibile in PDF a questo link) illustra la situazione della produzione di energia nell’Isola e definisce le condizioni alle quali l’associazione ambientalista ritiene praticabile (e per il vero auspicabile) il progetto Matrìca.

In realtà, Legambiente non dice nulla di nuovo o inaspettato, se non che l’energia occorre, bisogna produrla, quindi è meglio farlo sfruttando le rinnovabili piuttosto che i combustibili fossili; così come la chimica non è poi così brutta se la collettività ha la possibilità di vigilare sull’impatto da essa determinato. Tutto condito con un pizzico di demagogia, certo, quando si raccomanda la condivisione delle decisioni con la popolazione residente e una spolverata di cecità, nell’ accettare acriticamente che la chimica ricoperta da una mano di pittura verdesia migliore rispetto ad una non ben definita «altra» chimica, cattivissima e da evitarsi come il fuoco.

Chi segue lo svilupparsi dell’intreccio tra ambientalismo e produzione industriale, possibilmente senza posizioni preconcette e soprattutto in assenza di interessi politici di parte, bizzarroindipendentisti in testa, non si stupirà della scelta di valutare positivamente il principio, sostenuto da Legambinete, che rinunciare all’industria sarebbe una vera iattura. È sufficiente osservare con attenzione il dato choccante del decremento pesantissimo del fabbisogno energetico industriale (al netto di ALCOA) nell’ultimo biennio, contenuto nel PDF segnalato, per realizzare come l’Isola stia precipitando in una situazione di fallimento da cui potrebbe non risollevarsi. Dunque sì all’industria e sì alla generazione di energia da fonti rinnovabili.

Legambiente, tuttavia, glissa con ambientalistica nonchalance su alcuni aspetti non precisamente secondari. Ad esempio: se diamo per utile una centrale solare, dove la localizziamo, qualora il concetto sia quello della condivisione della popolazione? E dove cacciamo uno stabilimento che producesse, che so, biodiesel (=gasolio ottenuto da olii vegetali) che avrà pure il prefisso bio-ma non per questo lo si può adoperare per condire l’insalata ed inquina quanto il gasolio col quale riempiamo il serbatoio della nostra automobile, se non teniamo la produzione sotto stretto controllo (=ci guadagniamo di meno)?

La soluzione è apparentemente semplice, secondo gli ambientalisti: le centrali e gli stabilimenti si localizzano solo con la condivisione delle popolazioni residenti e di preferenza nelle aree già rimasticate dagli scempi passati. Così siamo tutti contenti, felici e possiamo confidare in un luminoso futuro di pace, progresso e felicità. Manca solo «un pollo in ogni tavola», slogan abusato che medio dalla mia infanzia, poi siamo al completo!

Quanto la posizione di Legambiente sia problematica è ovvio a chiunque: da una parte, nessuno vorrebbe una centrale solare termodinamica dietro casa (e ci mancherebbe!) dall’altra vorrei capire per quale motivo le popolazioni che hanno dovuto subire per decenni lo scempio di cui abbiamo tanti esempi – mi vengono in mente Porto Torres o Portovesme – dovrebbero continuare a subire l’occupazione del proprio suolo: perché dovremmo utilizzare le aree già violentate da un’occupazione priva di attenzione al territorio? Non avrebbero il diritto, gli abitanti, di avere pari opportunità e di pretendere un percorso di bonifica seguito da una condivisione più ampia dei disagi? O vogliamo dire che siccome a Portovesme sono abituati alla merda sparsa dal polo metallurgico, possono benissimo andare avanti così?

Non ho intenzione di affermare come Legambiente ponga poca attenzione a questi temi, sia chiaro, tuttavia è assolutamente necessario fugare qualunque dubbio e cancellare fin dall’inizio la possibilità di equivoci: affermazioni di principio come «condivisione con le popolazioni» e «sfruttamento di territori già degradati» non sono soluzioni: sono slogan da tradurre in prassi.

Il problema vero non è la necessità di «convincere» una popolazione a prendersi in casa una centrale solare e far sì che l’accetti, quanto l’imperativo di costruire una politica che il cittadino percepisca al servizio della comunità. Dunque una politica che – pur con le approssimazioni di tutto quanto è umano – elabori regole condivise riguardo la ripartizione dei disagi e dei benefici derivanti dalle attività industriali e umane in genere, senza dimenticare che il territorio lo adoperano le industrie quanto i contadini e gli allevatori, per non parlare delle attività turistiche e ricreative o semplicemente abitative. Non esistono attività «buone» di per sé e il territorio l’adoperiamo (e distruggiamo) un po’ tutti, sia con comportamenti collettivi che individuali.

In questo senso, non esistono attività «verdi» e di altri colori; semplicemente, per tutte deve essere considerato l’impatto, da valutare e riportare a dimensioni che possano essere accettate in funzione dei benefici che producono (e ciò significa, se è il caso, scartare l’opzione).

Ciò che non deve accadere è lo scontro ideologico preventivo e la politica, in questo senso, deve essere fonte di esempio, evitando posizioni che si giustificano solamente con l’ignoranza o la rincorsa al consenso.

Legambiente ha dato un segnale interessante, sebbene incompleto e parziale: che la generazione di energia da fonti rinnovabili è un percorso auspicabile e che non possiamo permetterci di scartare il manifatturiero. Se non cadiamo nell’equivoco di colorare preventivamente l’una e l’altro, pretendendo tra l’altro di semplificare demagogicamente il problema della localizzazione, ciò potrebbe essere fonte di risultati positivi, qualora tanta politica oggi impegnata nella più becera ricerca di consenso (o limitata da analisi semplicistiche e prive di prospettiva) ne traesse esempio.

Soprattutto a sinistra!

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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Una risposta a SOLARE, CHIMICA VERDE E MATRICA: IL NI DI LEGAMBIENTE, LA QUESTIONE NIMBY E UN CHICCO DI POLITICA

  1. Proto Zuniari ha detto:

    Messo alle strette, un consulente della 3A ha ammesso che questa fabbrica che trasforma mangimi di importazione in carne e latte di scarsa qualità inquina parecchio, e magari più di un sondaggio.
    Però è un’industria locale e quindi va difesa comunque, mentre Moratti, ENI & c inquinano e poi andranno via lasciandoci un sito da risanare. Quindi se uno denuncia questo tipo di allevamento come inquinante e non demonizza il sondaggio è un venduto a Moratti, e più in generale allo straniero. Insomma, inquinamento e monopolismo da squali vanno bene purché gli attori siano sardi. Poi se un giacimento di metano non ha niente a che vedere con un petrolchimico, poco importa. Le motivazioni di questa persona non sono condivisibili, ma sono comprensibili: 3A è un cliente da cui trae guadagno. Meno comprensibili sono le posizioni di chi dipingendo le attività di verde o di nero, a seconda del consenso che si vuole raccogliere, sta compromettendo la possibilità di scelte ragionate da parte delle popolazioni locali che potrebbero ospitare attività produttive. Fa comunque piacere che Legambiente abbia preso atto che non si può campare d’aria; non potevamo aspettaci che dicesse che la chimica si può fare anche senza spennellate di verde, sarebbe pretendere troppo. Chi invece non demorde dal NO! fortissimamente NO! è il GIG al quale, però, piacciono le mozzarelle prioniche 3A.

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