ZEDDA E L’ANFITEATRO ROMANO DI CASTEDDU

POST 161 ZEDDA E L’ANFITEATRO ROMANO DI CASTEDDUAver a che fare col proprio passato è una questione di paesaggio: mentale e fisico. Attenzione: non ho scritto mentale «o» fisico… perché il paesaggio è categoria che coinvolge entrambi gli aspetti del nostro essere, posto che si accetti la possibilità di una loro definizione disgiunta. E l’anfiteatro romano di Casteddu, per l’appunto, è tutta una questione di passato, quindi di paesaggio: mentale e fisico.

Il paesaggio, inoltre, è politica. Un po’ perché tutto è politica, molto per l’importanza che noi italiani (e sardi in particolare) non possiamo evitare di assegnargli. A partire dal Rinascimento, potremmo dire che il paesaggio, il complesso rapporto dell’uomo con il mondo che lo circonda, l’hanno codificato coloro che hanno dato luogo alla rivoluzione culturale che ha riportato l’uomo al centro del pensiero, sbattendo dio lassù, fuori dalle palle, il più lontano possibile. Si potrebbe dire «gli italiani», se solo si riuscisse a definirli.

E per capirlo basta viaggiare, anche solo in Europa, tra Francia, Germania e Regno Unito. Dignitosi, per carità, talvolta al limite del commovente per lo sforzo di capire che diamine sia il paesaggio, poi si torna a casa, fortunatamente e si ritrova quel non so che, la sensazione di equilibrio che spiega per quale motivo gli esseri umani vivono meglio se immersi in un paesaggio a misura d’uomo.

Che poi questa storia della «misura» interessi poco e male è oramai dato di fatto, ma non vuol dire che sia scomparsa. Ecco, ad esempio, mi viene in mente l’annosa questione dell’Anfiteatro Romano di Cagliari…

… e di Zedda.

Massimo!? Di nuovo? (Turna? Si direbbe per queste plaghe). Sì… e no. Insomma: Massimo Zedda, sì, il sindaco che ha levato le mutande di legno all’anfiteatro e un altro Zedda… di cui ho letto uno sproposito lungo 3.606 battute (spazi compresi) pubblicato su Castedduonline, uno dei tasinantaonline di cui Casteddu si può, poco orgogliosamente, vantare.

Dice Zedda (non Massimo, l’altro) condendo il proprio scritto con una vena poetica degna del mio compagno di banco di quarta ginnasio, quello che fu rimandato in italiano, unico di una classe di una trentina di alunni: «Lì, in uno dei monumenti più vetusti della città, II secolo d.C., l’artista sardo trovò il modo di ricordare un poeta moderno, che seppe amare e celebrare la Sardegna in versi di straordinaria bellezza. Fu quello un modo per ridare spirito e vigore a un dna dimenticato, nascosto in soffitta e finalmente rispolverato e riportato alla luce. Il significato di tutto fu racchiuso in una moderna canzone, ma l’atmosfera che avvolse l’Anfiteatro, quella notte, fu quella di duemila anni prima, riprese a vivere, fece un lungo respiro per non andare più via!»

Si riferisce ad un recital di Parodi che cantava De André… e sono questi interventi che fanno cadere le palle sul pavimento!

L’amico Sandro, che chiamo per nome così da non confonderlo con Massimo, commette un errorino piccino picciò, comune peraltro a tanti di coloro che si illudono di essere intellettuali perché hanno letto da qualche parte che l’anfiteatro venne edificato in epoca imperiale: confonde il paesaggio con il panorama! Non per nulla, si riferisce alla suggestione di un “bel posto” in cui Parodi canta le canzoni composte da uno che di Sardegna non ha capito un cazzo, però scriveva bellissime ballate. Hotel Supramonte, infatti, parla di Sardegna quanto un dépliant della Costa Smeralda, mentre, se proprio si cerca qualcosa che ricordi il nostro Sardistan, sarebbe ben più metaforico Don Rafé, letto in chiave assistenzialista!

A parte gli strafalcioni veri e propri, il più eclatante quello della «pacifica città di origine fenicia» (sic! Chissà dove l’ha letto: nel catalogo dell’IKEA?) questo signore esemplifica splendidamente il comune sentire riguardo l’anfiteatro, trasformato da decenni in un non-luogo coperto da un’oscena cortina di legno. Il posto che a Sandro piace tanto non ha alcun rapporto con i casteddai di duemila anni fa – che quando andavano a vedere i giochi gladiatorii neppure vedevano il mare, ovviamente, chissà se lo sa – e neppure evoca il passato o lo rappresenta. Non c’è alcun filo rosso che leghi Parodi che canta De André, in un cesso coperto di legno vista mare, all’anima di Karales che espresse l’anfiteatro, alla sua storia e soprattutto al suo paesaggio, se non le suggestioni di una Casteddu poco istruita riguardo sé stessa.

Così come non avrebbe alcun senso pretendere un legame con la Roma imperiale in un recital di Fiorella Mannoia dentro il Colosseo e non solo per il piccolo e trascurabile dettaglio che ne andrebbe della conservazione del monumento.

Riguardo il nostro paesaggio, abbiamo prima di tutto la responsabilità di serbarne traccia e poi di modificarlo, fatto inevitabile, seguendo un percorso di ragionevolezza e «misura», ciò che ha reso noi italiani famosi ovunque (nonostante tutto). Uno dei monumenti che più ci rappresenta deve quindi essere reso «fruibile» in senso alto, come conservazione reale del nostro essere stati tutto ciò che ci porta all’oggi, lasciando correre le suggestive stronzate prive di senso storico, artistico e paesaggistico, canzonette in testa, soprattutto se di sardo (e cagliaritano) non hanno un belino di niente (a proposito di artisti genovesi). Così sarà dopo che la Soprintendenza verrà a capo delle gravi problematiche causate dalla casteddaia ignoranza, che preferisce approntare suggestivi non-luoghi piuttosto che compiere il faticosissimo sforzo di leggersi due libri di Settis per capire cosa sia, davvero, il paesaggio che tutto il mondo ci invidia.

Grazie a coloro che hanno votato Zedda (a volte pare che questo si dimentichi) l’anfiteatro diventerà ciò che deve essere: una componente del nostro essere casteddai che non alcun bisogno di un cantante per esprimere il proprio ruolo. E avverrà quando la Soprintendenza capirà davvero quanti e quali danni ha causato al monumento l’uso scriteriato che se n’è fatto nei decenni passati! Gli stessi durante i quali c’erano i Sandro che si commuovevano così tanto ascoltando la bella voce di Parodi!

E, tanto per tornare alla politica, potremmo anche piantarla di trovare qualunque pretesto per andare addosso a Zedda (Massimo): almeno per l’anfiteatro potremmo far finta, tutti, di essere cittadini degni di questo nome, facendo il diavolo a quattro per proteggerlo, il monumento, senza la pretesa di trasformarlo in una fabbrica di ignoranza! E ricordando, ad esempio, che nel secondo secolo dell’era volgare i romani edificarono il monumento in una città in cui la lingua parlate e scritta più diffusa era il neopunico!

 

PS – Se poi l’onesto Sandro Zedda volesse informarsi su cosa fosse Karales all’arrivo dei romani, quelli che edificarono l’anfiteatro mezzo millennio dopo, gli suggerirei la lettura di un bel saggio.

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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