CASTEDDU: CITTÀ DI SANTI, POETI E NAVIGATORI… MA SOPRATTUTTO PIPPIUSPILLONA™?

POST 160 CASTEDDU CITTÀ DI SANTI, POETI E NAVIGATORI… MA SOPRATTUTTO PIPPIUSPILLONA™L’ultima volta che sono stato a Oristano (pochi mesi fa) mi è sembrato di essere a Ivrea. Un tempo si facevano le vasche in via Dritta e via Arduino. Si prendeva il gelato da Ibba, sotto la torre di Mariano, o ci si incontrava in piazza Ottinetti. Due cittadine piacevoli, a misura d’uomo, nelle cui strade si passeggiava col gusto raffinato del perder tempo in chiacchiere, sostare di fronte a una vetrina, sedere a un tavolino per un caffè.

Se fossi Grillo, parlerei di due città-zombie: camminano, ma sono morte. Lo registro con grande rammarico, la chiamerei tristezza, perché sono entrambi luoghi di bei ricordi, legati alla possibilità di sentirsi qualcosa di meglio che non animali dediti principalmente al sopravvivere. Ci avresti trovato Peppetto Pau, poco rammaricato di avere un uovo fritto per cena purché servito in un piatto di porcellana, adagiato su un sottopiatto di peltro; o Pier Giorgio Perotto, perduto nei suoi mondi digitali e convinto della necessità di aguzzare l’ingegno per potersi sentire differenti dagli animali.

Personaggi minori, si dirà, a ragione, ma è proprio questa la bellezza della provincia: che esprime un Pinot Gallizio, o un Paolo Conte, nella piena consapevolezza che i Gödel sono roba da Princeton e Basquiat da New York (finché dura e non verrà sostituita da Pechino). È la cognizione del proprio ruolo, di ciò che si è, quello che rende piacevole un luogo, la possibilità di raccontarsi.

Di cosa sono morte Oristano e Ivrea (assieme a mille altre bellissime cittadine italiane)? Dell’incapacità di rinnovarsi, come accadrà a ciascuno di noi, presto o tardi: le cellule invecchiano, il rumore di fondo sovrasta il software che permette di replicarle senza errori e muoiono. Una città muore se i cittadini smettono di esserlo: se non ci sono più oristanesi o eporediesi, svaniscono anche i luoghi che dovrebbero contenerli. Ecco perché la via Dritta è diventata una stradina anonima e profumata di squallido, così come lo spazio sacro per la battaglia delle arance precipita nello spiazzo in cui d’inverno montano la piccola pista da pattinaggio sul ghiaccio : venghino siori, comprino il biglietto per la lotteria delle culate; affitto dei pattini compreso nel presso. Che tristezza!

Casteddu si incammina speditamente verso lo stesso risultato: la scomparsa dei casteddai. Che non sono coloro che ne coccodrillano al Poetto per diritto ereditato da generazioni o svisano le pivelle, quanto le persone che sanno di abitare insieme ai propri simili in un luogo geograficamente definito, condividendo una parte di sé: prima di tutto le priorità della vita e il paesaggio.

Peppetto Pau individuava benissimo le proprie: la bellezza in cima, il resto a seguire, qualunque cosa fosse. Perotto, la tecnica: il resto a seguire, qualunque cosa fosse. Però erano tempi in cui entrambi esprimevano una condivisone diffusa, su cui si discuteva e litigava (non senza un feroce pettegolezzo senza il quale il genere umano non sarebbe tale) sollecitando comunque una riflessione sul proprio essere parte integrante di una comunità. Cosa è cambiato?

Che non ci sono più i Pau e i Perotto, si dirà, ma è del tutto falso. Di Pau e Perotto è pieno il mondo, per fortuna e anche di intellettuali di livello ben superiore, perché entrambi esprimevano onorevolmente un’intellettualità provinciale che era prima di tutto dignitosa chiacchiera locale: la magia del Sinis e i misteri dell’informatica. Ciò che manca è il desiderio di vederli o, se si vuole, di rendere dignitose le proprie chiacchiere provinciali: chi se ne frega, oggi, dell’uovo fritto di Peppetto o della memoria magnetica di Peru?

Sì, lo so che anche ai bei tempi delle vasche nella Via Dritta o dello struscio in via Arduino c’era ben di meglio anche a livello locale che non i P&P (Peppetto&Peru, Pau&Perotto) però parlo delle persone che dello struscio e delle vasche erano attori, come dire gran parte degli oristanesi ed eporediesi che avevano un rapporto diretto con questi dignitosi chiacchieroni, capaci di mediare categorie discusse e sviscerate a ben altri livelli dagli intellettuali che non erano cosa da Oristano o Ivrea… e infatti, potendo, levavano le tende non appena possibile per approdare a lidi più fertili di visibilità e quattrino, Roma e Torino in testa.

Ricorrendo a una metafora ormai quasi inutile, visto che i problemi dell’integrazione si sono risolti da sé, potremmo dire che sono caduti in ombra gli intermediatori culturali col nostro essere membri di una comunità: nessuno ci spiega più cosa significhi (il software, per l’appunto) così la comunità muore.

In tal senso, quanto sta accadendo a Cagliari potremmo definirlo un caso di scuola. Se un marziano capitasse improvvisamente in città e volesse informarsi riguardo ciò che capita in giro, ricorrendo ai mezzi di informazione più diffusi e frequentati, ne trarrebbe la conclusione che le priorità cittadine siano lo stadio di calcio e i chioschi abusivi sul litorale del Poetto. Qualche mese fa, invece, il terribile problema del “Lirico di Cagliari” e chissà cosa avrebbe potuto pensare, l’ometto verde del pianeta rosso, di fronte alle supercazzole dei vari pippiuspillona™*) casteddai, tutte tese a spiegare il ruolo “alto” dell’istituzione pubblica nel tessuto cittadino. Da cui la giusta conclusione di tutto lo sproloquio: una città comincia a morire sul serio se il dignitoso chiacchierone capace di mediare il sentire comune, cede il passo al pippiupillona™ che scrive, parla si agita e replica sé stesso in una strenua corsa all’ultimo click portatore di soldini per i perfidi e invadenti banner a pagamento…

La morte di Oristano e Ivrea, così come di mille altri posti – e il declino della nostra Casteddu – è prima di tutto un fatto economico. E se ho scelto due cittadine che ospitano manifestazioni famose e frequentate come Sa Sartiglia e la battaglia delle arance non è un caso: coloro che pretendono di esaurire la cultura nella kultura delle sovvenzioni pubbliche, facendone il bizzarro e mai troppo invocato motore di sviluppo per una soluzione allo sfascio economico, hanno di fronte agli occhi due realtà decadute che nella kultura investono cifre considerevoli. E che sono defunte ugualmente e poco felicemente!

Il problema principe di Casteddu, oggi, è il blocco dell’economia, lo stesso che in ogni angolo d’Italia chiude i negozi e gli spazi a pagamento che avevano sostituito le aggregazioni delle vasche in via Dritta, figlie prima di tutto di una felice micragna, ignorante di mondi migliori. Non girano più i soldi e se i problemi di Cagliari sono davvero i baretti e il S.Elia si danno due casi: o Casteddu non ha problemi, oppure i pippiuspillona™ non li vedono. Ma non perché siano cattivi (ci vogliono palle per esserlo!): perché sono ciò che sono!

Il declino non è una ricetta medica, piuttosto il risultato di diagnosi sbagliate. I casteddai non possono influire, da soli, su una crisi globale che li sovrasta, tuttavia hanno una possibilità: riconoscersi una comunità espressione di valori condivisi. Prima di tutto il rispetto delle regole. Di fronte a due mostruosità come il S-Elia e il Poetto, cioè l’occupazione illegale e pluridecennale di beni comuni, qualunque aderente alla confraternita dei P&P si sarebbe indignato chiamando i responsabili ad occupare il posto che gli spetta, la gogna mediatica e riducendoli a ciò che sono: piccoli sfruttatori delle nostre tasche, complice una cattiva politica. Avrebbero fatto spazio ai problemi veri, forse, dalla necessità di una solidarietà che è ben altro dallo shopping in centro – o lo shoppino al Poetto – all’urgenza di riprendere in mano un vivere civile che non sia più la ricerca spasmodica dello sponsor per il riconoscimento dei propri diritti, dal lavoro alla salute.

Temi veri, insomma, magari da intellettuali di provincia ma non da pippiupillona™… per di più provinciale!

 

*) PIPPIUPILLONA™ è un marchio registrato; chi desiderasse utilizzarlo può farlo citando la fonte… ma senza esagerare, però, ché di bimbiminkia, in qualunque lingua e salsa, non se ne può davvero più!

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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