PREVEDERE L’IMPREVEDIBILE: TERREMOTI&ALTRO

POST 157 PREVEDERE L'IMPREVEDIBILERecentemente, due fatti mi hanno particolarmente colpito, riguardo il difficile rapporto tra scienza e società in Italia: la condanna in primo grado di alcuni sismologi, accusati di omicidio colposo e lesioni colpose per il terremoto de L’Aquila; la vicenda, tristissima, della bimba curata dal SSN con una terapia (a base di staminali) non validata scientificamente. In entrambi i casi, dal mio punto di vista, l’autorità giudiziaria ha occupato uno spazio che non le dovrebbe essere proprio (non, almeno, in un paese che si consideri avanzato) sostituendosi, di fatto, alla scienza.

Pur semplificando, la condanna dei componenti la Commissione Grandi Rischi rivela, prima di tutto, l’incomprensione del giudice riguardo il ruolo della scienza ma anche, purtroppo, del senso controintuitivo che talvolta esibisce. Così come l’aver ammesso una terapia non validata attraverso i disciplinari che discriminano ciò che nostra società reputa utile per il cittadino da ciò che è inutile o dannoso, porta alla conclusione che, almeno in alcuni casi – ovvero l’assenza di una terapia riconosciuta valida – – qualunque sciocchezza, se somministrata o raccomandata da un laureato in medicina che abbia sostenuto l’esame di stato (ciò che in Italia chiamiamo «medico») possa ritenersi non solo praticabile ma sostenibile dal SSN.

Che i rapporti tra scienza e società siano problematici non è solo cosa italiana – le feroci polemiche antidarwiniste risolte in tribunale negli Stati Uniti ne sono esempio emblematico – tuttavia il nostro paese mostra una deriva antiscientifica altrove sconosciuta e ciò accade, a mio parere, per due motivi: il primo, la sciagurata scelta, maturata negli anni, ’70 di considerare la ricerca scientifica poco conveniente rispetto alla possibilità di acquistarne i risultati dall’estero; il secondo, una sostanziale debolezza dell’attuale politica, che continua a relegare la scienza in un ruolo secondario nell’ambito della nostra società. Se metafora di quanto accaduto, per una volta non solo nell’ultimo ventennio, si vuol trovare, il celeberrimo tunnel dei neutrini della ministra Gelmini non ha rivali: uno stato moderno, che davvero avesse interesse per la scienza e i benefici che se ne possono trarre, non dovrebbe poter tollerare tali livelli di ignoranza.

Naturalmente, tacere una certa qual corresponsabilità del mondo accademico italiano sarebbe quanto di più intellettualmente disonesto si possa immaginare: il mondo universitario (direi ovviamente, parliamo di esseri umani) si è felicemente adattato alla mediocrità politica, divenendone spesso complice, poiché sgomitare nelle anticamere di politici scadenti è più semplice che sgomitare nelle riviste scientifiche internazionali. I risultati sono sotto i nostri occhi, qualora si desideri vederli e se ne abbia la capacità (nonché la possibilità: talvolta mi domando se siano più impermeabili i dipartimenti universitari o i ministeri romani!)

Il libro che segnalo oggi, Prevedere l’imprevedibile, la tumultuosa scienza della previsione dei terremoti (Susan E. Hough, Springer 2013) è un saggio la cui presenza nelle librerie nasce proprio da questa situazione. Scrivono i traduttori, nella prefazione all’edizione italiana: «Siamo convinti che la tragedia de L’Aquila, con tutte le sue contraddizioni, abbia dolorosamente contribuito a far crescere la comunità scientifica sismologica italiana. Vorremmo, come ricercatori sismologi, parte di questa comunità, continuare a crescere insieme alla società che ci è intorno e di cui noi siamo parte. La traduzione di questo libro è, speriamo, un piccolo contributo in questa direzione.»

Dunque, traducendo per i più distratti, parte del mondo accademico si domanda se non sia il caso di rendere disponibile in Italia un testo divulgativo ragionevolmente accessibile (così lo definisce l’autrice: «[…] un libro scientifico rivolto ad un pubblico non di specialisti […]») al fine di contribuire a sanare il cortocircuito tra scienza e società per quanto attiene il problema, mai così dibattuto, della prevedibilità dei terremoti. Che questa traduzione arrivi a tre anni dall’originale (del 2010) e che non esista, in Italia, una scuola di divulgatori in grado di proporne uno generato dalla comunità scientifica locale, è appunto indice dello iato tra “chi fa scienza” e i cittadini, proprio quelli che, pur non plaudendo alla sentenza de L’Aquila, hanno ascoltato la pessima trasmissione di Iacona (PresaDiretta) convenendo come i sismologi avessero “sottovalutato il rischio”.

Il saggio è molto piacevole, interessante e completo. Incluso il tentativo di discutere tutti quei fenomeni che di solito vengono bollati come “antiscientifici” e, per questo, trascurati (dagli animali che “sentono” i terremoti in poi). Il taglio è molto «americano», quindi giornalistico e indirizzato al coinvolgimento emotivo del lettore, con frequenti riferimenti storici e un tono discorsivo che ricorda il miglior Piero Angela seduto sul cubo (quando ancora non imperversava il perfido figliolo!). Si parla di terremoti, naturalmente: cosa siano, quali studi si stiano svolgendo e a qual punto siano arrivati. In particolare (cap. 5, stesso titolo del saggio) l’attenzione ai “precursori” dei terremoti («Il Graal al quale siamo interessati […] è la capacità di individuare dei precursori attendibili prima di un terremoto distruttivo.») cioè quei segnali che ne farebbero presagire l’arrivo e sui quali si potrebbe basare una previsione deterministica (ovvero: quando e dove accadrà il prossimo terremoto capace di provocare danni sensibili).

Insomma ciò che gli anglosassoni chiamano un gran bel state-of-art della materia, da leggere qualora si sia interessati e desiderosi di aggiornarsi in senso non specialistico: i 18,00€ li vale tutti (quasi trecento pagine su carta FSC, in brossura).

Limiti?

Del libro, assolutamente no, salvo il fatto che si parla quasi esclusivamente (ed è ovvio) della costa occidentale degli Stati Uniti, perché l’autrice studia e conosce bene quell’area geografica. Tutte le conclusioni e le argomentazioni sono altrettanto valide per il nostro paese, naturalmente, tuttavia se dovessimo cercare un saggio equivalente in cui le fotografie, i diagrammi, le storie si riferissero all’Italia avremmo difficoltà a trovarlo.

Ecco il punto: il nostro è un paese sismico, ma non abbiamo una «cultura sismica» sviluppata, sebbene si possa vantare un manipolo di sismologi di ottimo livello internazionale. Dunque, se si desidera contribuire al dibattito con un saggio, se ne traduce uno americano: Il problema italiano, credo, è proprio questo!

L’altro è che saranno pochi a leggere il libro che segnalo, perché in Italia si legge poco, male e quasi mai di scienza. Quindi non stupiamoci delle sentenze; noi italiani, oggi, siamo così: antiscientifici e contenti di esserlo!

 

PS – Chi non volesse leggere il libro provi almeno a scorrere le pagg 287-293 (Nota dei traduttori sul terremoto de L’Aquila). Vi troverà tutta l’impotenza degli scienziati di fronte ad una società scientemente allontanata dalla scienza da decenni di pessima politica ed ottima religione (che della scienza, ovviamente, è acerrima nemica). In queste poche pagine, per chi vuole vederlo, c’è tutto il dramma della scienza nell’Italia di oggi: l’incapacità palese di dialogare con la società.

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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Una risposta a PREVEDERE L’IMPREVEDIBILE: TERREMOTI&ALTRO

  1. Proto Zuniari ha detto:

    E vabbe’ ! Facciamo anche questo investimento, sicuramente se lo suggerisce Lei ne varrà la pena . Ultimamente, per dimenticare come votano gli italiani, stavo investendo solo in narrativa d’evasione. Come sia considerata la scienza nel paese di Croce, Gentile e del Vaticano è cosa nota. Come è anche noto come siano considerati gli scienziati. Scienziati? Uhm … parola grossa, meglio ricercatori. Dai politici i ricercatori -quelli veri- sono considerati come utili idioti con la testa tra le nuvole, che possono sempre far comodo per dare sostegno ad iniziative su cui lucrare in termini di consenso; oppure – quelli presunti tali – come soci di minoranza in azioni che servono a fare soldi, tanto, in ogni caso, è gente che si accontenta di poco. D’altra parte ricordo una intervista in cui Boschi si definiva una “puttana” (sensu Battiato) che pur di vedere finanziato un suo progetto di ricerca era disposto ad andare con tutti. Quindi, fermo restando il fatto che il “quando” del terremoto, al contrario di un’onda di piena fluviale, è al di fuori di ogni processo previsionale su basi deterministiche, resta il fatto che un gruppo di ricercatori della Grandi Rischi , anche se in gran parte pensionati, hanno detto quello che il capo ha ordinato loro di dire. E ciò non è bello né dignitoso.
    Dopo di che, non si dovrebbe condannare penalmente nessuno per questo, magari mandiamoli a casa (se non fosse uno slogan abusato). E in galera mandiamo chi li ha usati e ha dato loro l’ordine di non dire niente. Invece costui se la gode insieme ad Anemone e ai 180 milioni di € spariti a La Maddalena. D’altra parte, se si votasse domani, Bertolaso sarebbe eletto a furor di popolo come miglior protettore civile.
    Non che sul fronte grillino-ambiantalista le cose vadano meglio; ho cercato di ricostruire tutta la storia dei due ricercatori-imprenditori che all’inizio erano soci del Beppe nazionale sulla questione di del PISQ e delle nanoparticelle e che ora sono stati scomunicati : deprimente.
    Però è vero, la tragedia de L’Aquila deve aver contribuito a far maturare i sismologi italiani, infatti corre voce che vorrebbero lasciare in massa L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia per passare all’Università, tanto in questi concorsi-Gelmini, per diventare docenti non è richiesta nessuna esperienza didattica.
    E ora mi permetto anch’io di suggerire un bel libro che può aiutare a capire perchè la scienza nel nostro paese gode di così bassa considerazione, non è un saggio, è un romanzo storico: L’Amico di Galileo di Isaia Iannacone, Sonzogno editore. 420 pagine assolutamente avvincenti che fanno riflettere, 18,50 € ben spesi.

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