SARDEGNA: IL COLORE DEL NO

POST 144 SARDEGNA E LA SINDROME DEL NO A CHI GIOVANel giugno 2011 avevo pubblicato un post sulla Chimica Verde, riflettendo sul fatto che non basta cambiare colore alla chimica per renderla automaticamente sostenibile e non impattante. Il mio era un semplice avvertimento in un momento in cui i media contrabbandavano il messaggio che Matrìca, a Porto Torres, sarebbe stata la soluzione ad ogni male passato, presente e futuro del polo industriale in disfacimento.

Da allora non ho cambiato opinione, ma è curioso che mentre nel 2011 c’era chi mi additava a campione dell’ecologismo, oggi riceva forti critiche perché, continuando a dire esattamente le stesse cose, sarei diventato il difensore del più becero “industrialismo” responsabile della distruzione dell’ambiente!

Quindi prendo spunto da due link per riflettere sulla gragnuola di NO! che si abbatte regolarmente sulla Sardegna ogniqualvolta si prospetti la possibilità di nuove possibilità industriali, estrattive o di produzione energetica.

Il primo è una riflessione di Silvia Doneddu, dirigente di SEL:

Caccia a idrocarburi e risorse geotermiche Salute ed economie locali dell’Isola a rischio

Il secondo, un commento emblematico comparso su Facebook alla notizia che un nuovo comitato si oppone alla realizzazione di una centrale solare:

Spunta una centrale? Nasce un comitato, tiè

 

Naturalmente avrei potuto citarne centinaia, ma ho scelto questi per due ragioni. La prima, che Doneddu fa parte di un partito politico di sinistra, Sinistra Ecologia e Libertà, che ha nell’ecologia e nel pragmatismo due punti di forza; Vendola, ricordiamolo, è quello del recupero delle masserie ma anche della difesa dell’ILVA di Taranto. Dunque è interessante domandarsi come la pensi, Doneddu, in merito a tutti questi sardissimi NO!

La seconda, che lo slogan riportato nel secondo link è emblematico di certo ecologismo viscerale fatto prima di tutto di opposizione fine a sé stessa, nella migliore tradizione berlusconiana che esprime prima di tutto “tifo” piuttosto che riflessione.

L’intervento di Doneddu pone un primo importante problema; considerato che qualunque attività umana ha un impatto sull’ambiente: su quale base si deve operare una scelta per approvarne certe, scartandone altre?

Scendendo sul pratico e parlando del progetto Eleonora, ad esempio, Doneddu ci spiega le ragioni del NO!:

«L’area interessata è sede conosciuta di un elevato numero di aziende che rappresentano una grossa fetta dell’ economia industriale, agricola e specializzata della Sardegna. L’economia di Arborea si basa infatti, principalmente, su agricoltura ed allevamento, ed hanno sede nel comune la Cooperativa Produttori Agricoli e la Cooperativa LatteArborea, che produce il 98% del latte vaccino sardo, coinvolgendo circa 200 aziende per un totale di 30mila capi bovini.

La preoccupazione dunque riguarda anche l’economia locale e le conseguenze possibili che deriverebbero da un intervento invasivo nel sottosuolo che non può, per esempio, escludere conseguenze sulle falde idriche e sulla contaminazione dei terreni nella zona d’intervento. Altri rischi per la salute vengono connessi alla possibile fuoriuscita di idrogeno solforato, anche se il responsabile del Progetto Eleonora ha dichiarato di escluderne la presenza, garantendo il controllo e la messa in sicurezza nel caso di rischio verificato. A questo si aggiungono le emissioni giornaliere in atmosfera dovute all’attività estrattiva.»

Non sfuggirà, spero, la considerazione implicita del ragionamento, che si traduce, in poche parole, così: l’agropastorale è buono, l’estrazione di gas no!

Orbene: che lo sfruttamento intensivo del territorio per fini agropastorali sia immune da impatto sull’ambiente e «buono di per sé» è una pia suggestione priva di fondamento. La piana di Arborea è un territorio artificiale, costruito dal fascismo grazie alla distruzione di un’area umida (questa sì, naturale) e degradato proprio grazie all’azione intensiva di contadini e allevatori, come indica il fatto che un territorio così limitato produce tutto il latte vaccino sardo! Parliamo di un’area in cui la biodiversità è assente, le falde idriche sono sfruttate per la produzione e il Golfo di Oristano è stato compromesso riversandoci, nel corso dei decenni, di tutto un po’. In parole povere, stiamo parlando di un’industria a cielo aperto che ha compromesso un territorio. Da cui: perché Doneddu sceglie di difendere un’industria terribilmente impattante sull’ambiente (l’agropastorale di Arborea) a scapito di un’attività estrattiva di cui, ancora, neppure è nota con precisione la valutazione di impatto ambientale?

Ma non solo: quale sarebbe il modello di sviluppo che Doneddu ipotizza per la Sardegna in base al quale si rifiuta il gas del sottosuolo, sottolineandone i potenziali pericoli (tutti da dimostrare) e si accetta pacificamente il disastro ambientale che nessuno si sogna di segnalare, determinato da uno sfruttamento intensivo del territorio – datato ben più di mezzo secolo – che farebbe ribrezzo a qualunque ambientalista moderno?

La risposta è nel secondo link (ecco perché l’ho scelto): Spunta una centrale? Nasce un comitato, tiè! Cioè nella mancanza di un modello credibile per il futuro della Sardegna e nell’assunzione pacifica dell’assioma: Agricoltura è bello, da cui l’opposizione a qualunque ipotesi differente, si chiami Matrìca, eolico solare termodinamico o chissà cosa: l’importante, nel più cristallino stile grillino (e degli ultimi sparuti e bizzarri indipendentisti) è protestare, senza proporre modelli credibili al di là degli slogan che spaziano dall’agricoltura a chilometro zero allo sfruttamento delle miniere per attirare i turisti!

Abbiamo un bel modello, nel sud, che si chiama Puglia. Una regione in cui il governo è di sinistra e nessuno si sogna di dire le enormità che si ascoltano dalle nostre parti,;un posto in cui il Presidente della Regione, se deve vantare il proprio modello, cita prima di tutto l’industria, da rendere ecosostenibile, e solo in seconda battuta il turismo, la cultura e le masserie (che senza industria non possono sopravvivere!) Da cui la domanda: ma esiste una sinistra pugliese incompatibile con quella sarda? Un ecologismo meridionale diverso se opera sul continente o nelle isole?

Perché è verissimo che anche verniciando di verde la chimica resta sempre chimica, ma anche colorando di verde il NO! A PRESCINDERE non lo si rende più credibile e meno pericoloso. Vogliamo difendere il territorio? Sono d’accordo: “no” alle centrali fotovoltaiche (che sono una sciocchezza, tra l’altro) e allora perché “sì” alla distruzione del territorio di Terralba? Ne vogliamo parlare oppure facciamo finta di nulla?

E qualcuno ha mai provato a buttare giù un piccolo bilancio regionale previsionale facendoci vedere cosa gli piacerebbe fare in Sardegna al di là delle belle parole e degli slogan che fanno tanto tendenza grillina?

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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3 risposte a SARDEGNA: IL COLORE DEL NO

  1. Proto Zuniari ha detto:

    A parte gli interessi monopolistici delle cooperative di Arborea, di cui abbiamo già discusso, credo che per i no-isti ( gli ecologisti-identari momentaneamente parcheggiati su Grillo in nome del fondamentalismo pur che sia) ci sia anche un problema analogo a quello del PISQ: non avendo la capacità di imporre ed individuare, attraverso la politica, regole che impongano il rispetto dell’ambiente e, sopratutto, degli interessi delle popolazioni locali, si adotta la scorciatoia di presunte devastazioni ambientali, inquinamenti e così via. Solo in seconda battuta qualche perplessità (giustificata) nei confronti Moratti o di chi viene da fuori per impiantare attività simili. Mai una proposta pratica su regole che inchiodino sul piano della ricaduta sul territorio e del rispetto dell’ambiente gli imprenditori (quando non sono prenditori di contributi) , è troppo faticoso e non porta consenso. Poi bisognerebbe ammettere che in questo caso l’autonomia regionale è stata perniciosa. Sì, la legge regionale estromette quasi completamente le comunità locali dalla gestione delle risorse. Ci sono comunità locali (e.g. Anglona), che per ciò che concerne l’energia geotermica sono tutt’altro che no-iste, però non possono dire una parola su come sarà effettuato – e porre condizioni a loro vantaggio- dall’eventuale sfruttamento di energia geotermica. Nessuna garanzia da parte di chi fa incetta di concessioni; non solo, il titolare della concessione potrebbe entrare in conflitto con attività già radicate (non è il caso del metano) come le spa, e averla vinta.
    Quindi non danno ambientale ( i sitemi binari per lo sfruttamento dell’energia geotermica sono sigillati e reiniettano i fluidi nel serbatoio naturale) ma danni economici derivanti da pessime leggi regionali che nessuno vuole cambiare.
    Ora mi piacerebbe sapere in che cosa il metano, di cui potrebbe beneficiare tutto l’alto Campidano, se non la Sardegna intera, confliggerà col monopolio del latte vaccino di Arborea. L’occupazione di qualche ettaro se si dovesse davvero trovare il metano? Siamo sicuri che i cittadini dell’ Oristanese, se venisse loro prospettata la possibilità di avere metano in casa a prezzi scontati, di poter dire la loro sui volumi da estrarre – e se qualcuno spiegasse loro chi inquina davvero – scenderebbero in piazza con i no-triv ?.

  2. Sovjet ha detto:

    Intanto il problema mi pare più di metodo che di sostanza: come prendere decisioni fondate rispetto a interventi da attuare nel territorio. Il problema non è quindi nella frequenza con cui si presenta il no o il sì, ma attraverso quale processo no e sì emergano. Perché potrebbero essere anche tutte proposte irricevibili o accettabili.
    C’è da dire che la formazione di comitati per il no in genere sviluppa maggior consapevolezza delle comunità, che spesso approfondiscono il tema affrontato con studi specifici e l’aiuto di esperti. Insomma, il più delle volte i “no-isti” o i “veto-players” come li chiama Ciarlo sono molto più informati dei “sì-isti” o dei “chi se ne importa, basta che arrivino i soldi subito”.
    Quindi c’è un elemento di cittadinanza attiva nei comitati di protesta che non andrebbe sottovalutata, soprattutto in tempi di disinteresse totale del bene collettivo.
    Questo dovrebbe impegnare le pubbliche amministrazioni in un rapporto più democratico coi cittadini.

  3. Proto Zuniari ha detto:

    Sono d’accodo che il nodo fondamentale sia da quali processi far emergere i si o i no. Ma non sono affatto d’accordo sul fatto che i vari comitati del no siano portati ad un maggior approfondimento dei problemi e ad una maggior consapevolezza. Chi controlla i comitati difende sempre interessi di parte, se non addirittura personali. C’è chi col “no” ha costruito fortune personali, finanziarie e politiche. Gli esperti, poi, sono in gran parte utoreferenziali, a mezzo servizio o anche a servizio completo.

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