LA BALLATA DEI BIMBIMINKIA: CHI RACCONTA L’ITALIA? E LA SARDEGNA

POST 149 LA BALLATA DEI BIMBIMINKIA CHI RACCONTA L’ITALIA E LA SARDEGNAAncora oggi può capitare di imbattersi in culture che non hanno perso definitivamente il ricordo dei tempi in cui era necessario raccontarsi per non scomparire. E raccontarsi era pratica continua, quotidiana, investimento comunitario irrinunciabile quanto la stessa sopravvivenza, perché era, prima di tutto, sopravvivenza sociale e non solo individuale. Del resto, che la mancanza di un racconto implichi necessariamente scomparire è quasi assiomatico, una considerazione scontata che ciascuno di noi può verificare su di sé: raccontarsi significa prima di tutto affermare la propria esistenza, costringerla ad essere.

Per questo non si può evitare di riflettere sulla curiosa condizione di un occidente che, avendo sviluppato nel corso dei secoli le tecniche di racconto più sofisticate della storia umana e le tecnologie più avanzate di diffusione dell’informazione, si trova, nonostante questo, nella condizione di raccontarsi con difficoltà.

Prendiamo l’Italia, tanto per non andar troppo lontano: chi la racconta, oggi, nell’anno del signore 2013?

Vediamo: Massimo Gramellini da Fabio Fazio, quando stigmatizza le miserie italiote. No, non va bene: Adriano Sofri, piuttosto, dalle pagine de La Repubblica… Ma scherziamo? Ci racconta benissimo Pinco, invece, che scrive sul famoso giornale e viaggia tra Milano e New York, intervistatissimo e telegenico… Sempronio, meglio, che è anche filosofo, esibisce la barba e possiede doti di ragionamento non comuni, punta di diamante della famosa casa editrice, collaboratore della prestigiosa rivista e luce vivida di radio e televisione…

Eppure, se tutta questa gente ci racconta: com’è che in Parlamento c’è una forza politica che occupa poco meno di un terzo dell’elettorato attivo senza che nessuno dei cantori di cui sopra abbia saputo prevedere (“raccontare”) la sua esistenza? Lasciamo correre le sottigliezze aritmetiche e le considerazioni sulla forma (peraltro sciagurata) della legge elettorale: il Movimento Cinque Stelle, mai presentatosi alle politiche, la prima volta che si sottopone al giudizio deli elettori diventa di fatto il primo partito del paese, manda in Parlamento una torma di famosissimi sconosciuti, si avvia a condizionare la politica di questi giorni imponendo parole d’ordine prima sconosciute. Tutto ciò senza che nessuno dei «raccontatori» ufficiali della realtà italiana se ne fosse minimamente reso conto, “sondaggisti” in testa (gli stessi che fanno finta di nulla oppure hanno la faccia di culo di dire che, in fondo, non hanno sbagliato le previsioni!)

Certo, a posteriori, i cantori raccontano tutti i perché e i percome, ma solo a posteriori, “dopo”, non “prima”, dimostrazione lampante che quanto raccontavano era ben lontano dalla realtà delle cose e più che racconto era favola, descrizione di una realtà virtuale (non necessariamente ospitata nelle memorie magnetiche di una rete di computer) occupata dall’insieme di cantori che se la cantano l’un l’altro, del tutto scollegati dalla realtà dei fatti.

Fatti che finiscono per saltar fuori da sé perché stanchi di non essere raccontati, dunque di non esistere e se Grillo ha chiamato “Tsunami” la propria campagna elettorale ha inavvertitamente usato un termine che descrive assai bene l’accaduto, non solo per la veemenza del fatto in sé, ma anche per il meccanismo fisico alla base del fenomeno: un continuo, costante e inavvertito accumulo di energia che si libera improvvisamente (questo è un terremoto, il papà degli tsunami).

Chi ha raccontato l’Italia che vota improvvisamente in massa per Grillo? Che domanda sciocca, si direbbe, visto che nessuno ha raccontato l’Italia che ha votato e vota Berlusconi, quella che ha preso a pappine la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto come adesso ha fatto con Bersani! E mica solo l’Italia che vota; anche quella che vive giorno per giorno, che mangia, parla, ride, piange, legge (poco) scrive (troppo) ama (forse) odia (di sicuro) scorre in fretta la Gazzetta dello sport al bar perché non ha i soldi per caffè corretto e giornale… meglio il caffè… e poi scappa per un lavoretto in nero, su una macchina senza assicurazione, incazzato perché il vicino di casa rumeno prende il sussidio dal comune che gli fa pagare l’IMU, a lui, mentre il rumeno no, beato lui, non paga un cazzo di niente… quella che vota Grillo.

Adesso ci starebbe bene qualcosa tipo: “Mi ricordo quella volta che in Etiopia…” e giù lo spiegone dell’anziano capo tribù che impartisce una lezione di civismo raccontando la propria gente attraverso le parabole tramandate oralmente dalla notte dei tempi, ma sarebbe una sonora sciocchezza. Purtroppo, spiegare per quale motivo nessuno si occupi di raccontarci è compito di quella stessa classe intellettuale che dovrebbe e non lo fa, avendo abdicato al proprio ruolo da un numero imprecisato (ma elevato) di decenni. L’impareggiabile Fazio che si esibisce da ventriloquo adoperando Luciana Littizzetto come pupazzo, scatenando le ire della destra e le repliche della sinistra, è forse l’immagine più calzante di un’Italia che nessuno racconta più, trasformata in una macchietta virtuale da prima serata. Né Fazio né il pupazzo raccontano l’Italia, si esibiscono invece in uno spettacolo che verrà commentato e ripreso dalla politica e da altri spettacoli simili, ciascuno tessera del mondo che ha smoesso di raccontare l’esterno diventando rappresentazione ripetuta e ripetitiva di sé.

Così non stupisce che nella remota periferia, questo è la Sardegna, vada ancora peggio. Non un romanzo, un film, una pièce teatrale, un cantante, un articolo che parli di Sardegna. Patria del giornalismo bimbominkia, che parla dell’attore bimbominkia, che interpreta la riduzione del romanzo dello scrittore bimbominkia, quello che si sottopone volentieri all’intervista del giornalista bimbominkia, così, per simmetria e perché il cerchio, chiuso, è la figura geometrica perfetta.

Sardegna – porzione virtuale e lontana della virtuale madrepatria italiana – che nessuno racconta e, per questo, non è.

In attesa del Corto Maltese prossimo venturo.

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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3 risposte a LA BALLATA DEI BIMBIMINKIA: CHI RACCONTA L’ITALIA? E LA SARDEGNA

  1. Quintale ha detto:

    Poco strutturato e rapido contributo prima di lavorare sul serio. Sono molto d’accordo sulla mancanza di un racconto popolare (e non plebeo, quello in tv si trova) dell’Italia e figuriamoci della Sardegna. Io ho adottato un metodo che mi gratifica. Frequento (sul web o su carta, nessun prurito salottiero) la creatività degli artisti o di quelli con velleità artistiche e che magari mi sembrano interessanti. Lo faccio da curioso, con pochi filtri intellettuali, sentendo a pelle cosa esprime quel messaggio. Li si trovano spesso racconti belli, veri e persino popolari di cosa siamo oggi. Per quanto riguarda un mezzo più facile, trovo che la contro-rassegna stampa del mattino di Massimo Bordin a Radio Radicale sia un formidabile racconto popolare (ovviamente senza lieto fine) dell’Italia di oggi.

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Quintale,
      mi sorprende sapere che qualcuno ascolta Radio Radicale, posizione n° 6 nella memoria della mia radio, in auto. Se posso, le suggerisco anche ciò che ho al n°7: Radio Maria. Altro racconto popolare che passa inosservato. In particolare, nel primo pomeriggio, le richieste dei camionisti per i “canti”, oppure i “giochi” per i bambini. Top dei top, la rassegna stampa di padre Livio, imperdibile.
      Cordialmente,

  2. Proto Zuniari ha detto:

    Caro Ainis,
    pensa davvero che se ci fosse qualcuno capace di raccontare la realtà fattuale dell’Italia, o peggio, della Sardegna, troverebbe qualcuno disposto ad ascltarlo e a non insultarlo?

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