UN INTERVENTO DI SILVIA DONEDDU

post 146 DONEDDUAllo scopo di dare maggiore visibilità ad un lungo commento di Silvia Doneddu, copio e incollo in questa sede.

Gabriele Ainis

 

Gent.mo sig. Ainis,

mi permetto di intervenire nel suo blog, considerato il fatto che sono stata nominata più volte nella sua riflessione.

Cercherò di essere breve in questo spazio, riservandomi di allegare dei link di approfondimento e chiarificazione su diversi dettagli che nel suo intervento non vengono evidenziati. Cercherò di rispondere anche attraverso alcune annotazioni riguardanti la mia posizione su determinate politiche pubbliche che concorrono a inquadrare un’analisi critica al “modello di sviluppo” fallito, che in alcuni passaggi lei chiama in causa.

Premetto, per chiarire da subito, che non ho mai asserito di essere contraria alle energie rinnovabili, né tanto meno all’industria, mai. Ho sempre affermato di essere contraria ai modelli di sviluppo imposti, quelli che nascondono dall’inadeguatezza della nostra classe dirigente politica a pensare, pianificare, condividere e progettare politiche con e per i territori. Per tale ragione mi dichiaro fermamente contraria alle deleghe in bianco a supposti “investitori”. Deleghe che esternalizzano per affidare a terzi la nostra “salvezza”, nel tentativo raffazzonato di occultare la totale assenza di progetti e programmi. Odio nella classe politica l’ “ignoranza” (ignoranza intesa come lo status che insieme all’ incertezza ed all’ ambiguità, può caratterizzare le politiche pubbliche nel processo decisionale e nella fase del rischio).

Credo che questo suo intervento faccia un’analisi superficiale mettendo a confronto due regioni, due governi, due sistemi produttivi, due casi “ecologici”, che dovrebbero avere forzatamente come unico denominatore Sinistra Ecologia Libertà. Trovo forzato mettere a confronto il caso dell’ILVA e il caso dell’impianto termodinamico a Campo Giavesu, non foss’altro perché uno esiste e l’altro, per fortuna, ancora no. Lo trovo forzato perché nell’idea più che mai necessaria di transizione economica ed ecologica, la priorità è dettata proprio dalla forma e dalla capacità di progettare attraverso un differente approccio: 1)modificando e trovando risposte all’esistente (es. caso ILVA, quindi necessità di trovare e definire strategie su casi assai complessi sui quale nessuno, né Stato né precedentemente la Regione, hanno voluto metterci mano) 2) progettando e guardando più in là, per esempio, delle scadenze elettorali e degli incentivi che vengono utilizzati propriamente come veicolo speculativo per atterrare nella nostra Isola. Avere una visione capace di guardare più in là della generazione esistente 3)considerando che non esistono modelli replicabili, che ogni territorio ha le sue peculiarità (economiche, sociali, ambientali e culturali) e che questo dev’essere analizzato e valutato nella creazione delle politiche pubbliche, non seduti in sedie particolarmente comode, ma conoscendo le realtà territori, confrontandosi con essi e con dei dati utili per la progettazione e pianificazione.

Immagino che, sig. Ainis, per avere un’idea così chiara su Campo Giavesu e sulla critica che muove a quella che io considero una necessaria e doverosa presa di posizione, non solo come militante di un partito politico, ma oggi più che mai come cittadina di quest’Isola, avrà letto i progetti dell’Energogreen. Non solo quelli relativi a Campo Giavesu, ma anche quelli relativi a Villasor e Gonnosfanadiga. Così come non si può trattare il caso di Campo Giavesu, senza prendere in considerazione i vari e numerosi altri impianti di energie rinnovabili (biomasse, serre fotovoltaiche, solare termodinamico, eolico,…) che stanno sorgendo (o dovrebbero sorgere) sparsi per tutta la Sardegna.

(Allego i progetti dell’ Energogreen, per chiarezza)

http://www.sardegnaambiente.it/index.php?xsl=612&s=218285&v=2&c=4807&idsito=18

http://www.sardegnaambiente.it/index.php?xsl=612&s=212032&v=2&c=4807&t=1 http://www.sardegnaambiente.it/index.php?xsl=612&s=207077&v=2&c=4807&idsito=18

http://www.sardegnaambiente.it/index.php?xsl=612&s=218285&v=2&c=4807&idsito=18

http://www.sardegnaambiente.it/index.php?xsl=612&s=212032&v=2&c=4807&t=1 http://www.sardegnaambiente.it/index.php?xsl=612&s=207077&v=2&c=4807&idsito=18

 

Come si evince dai progetti, quasi sempre, troverà il riferimento alle località dove dovrebbero sorgere gli impianti, agli ettari consumati, all’acqua necessaria. Troverà il riferimento all’espropriazione di terre per “opera di pubblica utilità”. Non troverà i dati precisi sulle risorse umane necessarie (i numeri indicati dei possibili lavoratori impiegati non contengono descrizione di carico e funzioni, tipologie contrattuali, competenze richieste o piano di formazione, cioè il solito nulla che conosciamo molto bene). Non sono descritti “i vantaggi” economico-energetici relativi alla programmazione della produzione degli impianti. Non è presente l’analisi del contesto socio economico del territorio con focus sui settori produttivi portanti in relazione all’integrazione, o no, con gli impianti. Non è dichiarato, che un suolo agricolo di più di circa 200 ettari occupato per 25 anni (anni di durata degli incentivi x kw) da un impianto industriale, avrà probabilmente zero chance di essere restituito alla prossima generazione.

Allora io credo che certe posizioni di approccio di tutela non solo dell’ambiente, ma della legalità e della sovranità dei territori e delle popolazioni, non possono avere colore, posizione politica, ma solo buon senso. Un buon senso che trova la sua base nell’essere cittadini e cittadine informate, visto che è l’unica arma che abbiamo per difenderci.

Partiamo allora col dire che nel caso specifico che riguarda l’ “esplosione” di impianti di energia rinnovabile che hanno attratto determinati interessi ed investimenti in Sardegna, non esistono progetti che si integrino con la “nostra” produzione e fabbisogno energetico. Questo perché, non avendo neanche prodotto un nuovo PERS che definisca con dati aggiornati cosa ci serve, quanto ci serve e a che cosa ci serve, stiamo decidendo secondo nessuna programmazione, l’implementazione di tali strutture.

Non esiste nessuna connessione di filiera, tra produzione energetica e attività agricole nei territori, tema su cui troviamo interessanti riferimenti nell’articolo del Gruppo d’Intervento Giuridico che allego:
http://gruppodinterventogiuridicoweb.wordpress.com/2013/01/10/realizzazione-in-aree-agricole-degli-impianti-fotovoltaici/. Articolo nel quale viene anche citata proprio in relazione alla sardegna una sentenza della corte di cassazione del Febbraio del 2012, che fa riferimento alle attività sviluppabili delle zone “E” http://lexambiente.it/urbanistica/160/7977-urbanistica-zone-agricole-ed-interventi-realizzabili.html

Uno dei punti centrali e critici dal mio punto di vista, è che gli impianti industriali si costruiscono in zone industriali ed in zone già compromesse dal punto di vista ambientale.

Allora ribadisco che baso la mia contrarietà a tali progetti perché non abbiamo nessun tipo di controllo, perché ci sono dei problemi legati ad interessi che vanno aldilà dell’integrazione con la nostra pianificazione energetica, perché le linee guida della stessa regione e dell’Unione Europa suggeriscono esattamente altri tipi di interventi. Più in là di questo perché i processi di accaparramento delle terre, sono dinamiche viste e riviste nell’universo mondo, su cui abbiamo già dati sufficienti riguardo agli effetti deleteri per territori e popolazioni. E per le stesse identiche ragioni, credo in una proposta di sviluppo energetico che parta da una progettazione per un uso integrato delle fonti, che rifletta, recuperi e valorizzi per esempio le centrali idroelettriche esistenti (qui si aprirebbe tutto un altro caso sulla tematica idroelettrico in Sardegna). Una pianificazione coordinata con i comuni, come dovrebbe essere in base al progetto in corso sui PAES, progetto per il quale i comuni si indebiteranno investendo risorse su fonti di energia rinnovabile. Un progetto che definisca il fabbisogno delle aziende, delle attività commerciali definendo e creando l’opportunità di abbattere realmente la spesa energetica, ma anche migliorandone l’efficienza e riducendo i consumi.

 

http://www.iied.org/rising-demand-for-renewable-energy-could-drive-more-land-grabs

http://www.pattodeisindaci.eu/actions/sustainable-energy-action-plans_it.html

http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_274_20120327180228.pdf (interessante l’appunto da pag. 10, dove il Piano sembrerebbe escludere determinati tipi di impianti, esattamente corrispondenti a quelli che si stanno sviluppando)

http://viacampesina.org/fr/

http://ainostriposti.files.wordpress.com/2008/10/ricerca-distretti-energetici.pdf

 

Mi dispiace che lei abbia letto poco di me, ancora di più che abbia la percezione che parlo solo di agricoltura, cosa che è in parte molto vera ma non completamente. Più in là dell’agricoltura, cultura e turismo che cita lei, io mi occupo di processi di rilocalizzazione (che non riguardano solo il concetto di produzione ma si riferiscono ai servizi, agli strumenti e le strutture a disposizione dei territori, delle cittadine e cittadini, alla ricerca e all’ innovazione) e conversione ecologica. E’ vero che ritengo centrale ripartire dalla cura e dalla bonifica del nostro ambiente, dalla valorizzazione del cibo, della terra e delle attività ad esse connesse e che ciò possa essere un punto essenziale della nostra transizione economica, ecologica e culturale.

Possiamo imparare molto da buone prassi nazionali, internazionali e perché no, anche regionali. Buone prassi che spesso in Europa, prendono forma attraverso la semplice analisi e progettazione delle politiche di indirizzo dell’Unione sotto un’amministrazione e un governo che pianificano guardando più in là del loro ombelico, che si appoggiano a tecnici capaci, che gestiscono fondi e risorse in maniera ragionata e sobria.

 

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2 risposte a UN INTERVENTO DI SILVIA DONEDDU

  1. Sovjet ha detto:

    Credo che sia stato opportuno dare dignità di post ad un commento di questa complessità.
    Silvia, aldilà delle prese di posizione sulle singole iniziative, individua un approccio alla progettazione degli interventi sul territorio, che parta dai bisogni del territorio, verifichi le diverse opzioni esistenti (valorizzando gli interessi situati rispetto a quelli esterni degli investitori) e scelga sulla base di una visione di lungo periodo.
    Quello che manca, e anche in questo condivido l’analisi di Silvia, è la capacità di progettare sul lungo periodo e l’impermeabilità di buona parte della classe politica attuale alla considerazione che l’attuale modello di sviluppo è fallito e che non reggerà a una sua diffusione planetaria.
    È necessario quindi ripensare il modello di sviluppo, ma anche a mio avviso, ripensare la “governance”, da quella locale a quella planetaria, perché senza una maggior consapevolezza degli effetti globali di scelte anche locali sarà impossibile trovare una via d’uscita da una strada che ci condurrà in tempi neppure tanto lunghi verso il collasso ecologico.
    La mobilitazione delle comunità, a questo punto, diventa un sfida importante per le forze come la nostra, Sel, che si propone non solo di riconoscere, ma anche di governare la complessità, per promuovere un “empowerment” di comunità che porti non solo a valutare con attenzione proposte che apparentemente possono sembrare vantaggiose o svantaggiose, ma anche a rivedere stili di vita e modelli di consumo più adeguati alle esigenze globali. Perché quando si sente che ha più contributi giornalieri una mucca in Europa che reddito un contadino in Africa, qualcosa che non torna c’è…

  2. Proto Zuniari ha detto:

    Personalmente mi rammarico che la compagna Silvia non sia stata eletta. Ciò che afferma è condivisibile; Il rischio del land grabbing è reale, in Africa è drammatico e, con propositi differenti, sta interessando la Sardegna, già devastata dall’accaparramento di ottime terre operato dalla pastorizia brada negli anni 60-70. C’è un filo che unisce pannelli solari, specchi ustori (non so come cavolo si chiamino le unità solari del termodinamico) e pale eoliche a quest’ultima: gli incentivi. Possibile che senza incentivi in quest’isola non si riesca a fare niente?
    Io credo sia giusto smascherare il mito del fotovoltaico per il danno al paesaggio e all’economia. Immaginiamoci il reddito che avrebbe potuto produrre una vigna di 200 ettari (saremmo sotto le quote UE del 50% , se solo facessimo valere il diritto di reimpiantare le vigne scomparse). Al di là di questo poi i pannelli sono tutt’altro che puliti, infatti dopo una quindicina d’anni diventano rifiuti speciali. Ma è più importante spiegare che fino a due anni fa una famiglia di tre persone pagava sulla bolletta 480 euro di sovratasse per gli incentivi alle rinnovabili (altro che IMU) che vanno a EON, P3 ecc. Quindi non solo argomenti ecologici ma anche opposizione a ganbelle imposte dallo stato per favorire la speculazione finanziaria. Comunque, non basta opporsi alla produzione di energia, bisogna dire con onestà intellettuale come vogliamo produrla. No biomasse, no carbone , no nuke, no petrolio, no gas (come il famoso farmaco Giuliani), no sole, no termodinamico, no vento che spaventa le cornacchie, no geotermico perché, anche quì, bisogna trivellare e GAIA, che è un organismo vivente, soffre per queste punture. Non resta che ascoltare Grillo, che è una risorsa, infatti dal giramento di balle indotto dai suoi deliri, attaccando una dinamo alla “bossa manna” si può generare energia, pulita se si usa il bidet di frequente.
    Se poi riuscissimo ad intravvedere un modello di sviluppo ( che non siano le zucchine a Km0) per produrre quello che serve nel XXI secolo forse potremo vincere anche le elezioni.
    Cordialmente

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