PORTOVESME: DALLA PADELLA DELL’ALCOA ALLA BRACE DELLA KLETSCH, NELLA MEDIOCRITA’ DELLA STAMPA SARDA

POST 145 PORTOVESME DALLA PADELLA DELL’ALCOA ALLA BRACE DELLA KLETSCH, NELLA MEDIOCRITA’ DELLA STAMPA SARDAAbitare a 20 chilometri da Ivrea non dà particolari vantaggi. Anzi, a dire il vero, vantaggi non ne dà proprio. Però, se davvero si è patiti degli archivi industriali, si può fare un salto alla biblioteca comunale, nella splendida piazza Ottinetti, quella della battaglia delle arance, e mettere le mani su una piccola parte degli archivi Olivetti. Perché, da queste parti, Olivetti è ancora un nome che evoca un mito, quello della fabbrica “vicina alla gente”, di una realtà industriale per la quale si era orgogliosi di lavorare, tanto da vantarsene.

Perché ne parlo? Perché, abitando da queste parti, ed essendo amanti della storia dell’industria italiana, non si può fare a meno di studiare l’Olivetti, quindi di aver sentito parlare della Klesch, quella che sta acquisendo ALCOA di Portovesme, per intenderci, la stessa di cui i giornali isolani non dicono una parola (e, quando la dicono, scrivono un mucchio di idiozie!)

Già, la Klesch sta per prendersi ALCOA ma non è che i giornali sardi e i mezzi di informazione in genere, ne parlino diffusamente. Intendo della Klesch: da dove salterebbe fuori questa azienda intenzionata a prendersi lo smelter di Portovesme? E perché avrebbe intenzione di farlo?

Ma soprattutto: per quale diavolo di motivo nessuno si interessa della Klesch e si domanda chi/cosa sia e per quale ragione dovrebbe arrivare sino a Portovesme (come dire in culo ai lupi) per prendersi una patata bollente grande come un grattacielo?

Prima di digitare le sei lettere e chiedere lumi al dio della rete, leggete questo link, così risparmierete la fatica e vi farete un’idea di chi sia il signor Klesch, di cos’abbia fatto nella vita e di cosa faccia adesso la sua azienda. Potreste arrivare a porvi le stesse domande che mi feci io quando questo signore provò a mettere sul tavolo un assegno da 300 miliardi delle vecchie lire per prendersi l’Olivetti e Colaninno gli rispose picche! Già: perché non dare Olivetti a Klesch? Chi è Klesch?

La verità è che non si capisce bene. È un signore nato con un cognome diverso e senza un soldo in tasca, che però è diventato straricco giocando con operazioni finanziarie come quelle che hanno dato inizio alla crisi che ancora stiamo vivendo, come dire: trastullandosi con la trasformazione dei crediti bancari inesigibili in fondi di investimento. Una cosetta per la quale c’è chi è stato condannato ad un secolo e mezzo di galera e, probabilmente, se li farà tutti.

Da un po’ di tempo, però, Klesch non gioca più come prima, si è dedicato ad altro. A cosa? Leggiamo dal sito istituzionale dell’azienda:

Applying non-conventional thinking to create value in business. The Klesch Group is a global industrial company that acquires commodity producing companies, applies optimisation techniques to efficiently run their operations and manages risk through commodity trading strategies.

A parte la lingua, la traduzione è semplice: noi compriamo per quattro soldi le aziende sull’orlo del fallimento e le trasformiamo in quattrini sonanti. Come? Applicando il non-conventional thinking, naturalmente.

Non ci ricorda nulla?

Per la verità, qualche dubbio (molto sotto traccia, a dire il vero) affiora. Ad esempio qui, quando si riporta la dichiarazione del coordinatore per la siderurgia di Uilm, Guglielmo Gambardella, che dichiara come la società sia «un soggetto da verificare, avendo la nomea di indossare una doppia veste, quella speculativa e quella industriale, ma secondo il ministero avrebbe mostrato in questa trattativa di volere seguire la filosofia industriale».

Già, il gruppo Klesch, in realtà, di industriale ha pochissimo, per non dire nulla, salvo le acquisizioni di stabilimenti industriali orientati alle materia prime e semilavorati con procedure che qualcuno definisce da avvoltoio. Ad esempio, senza andare lontano, per prendersi lo smelter di Portovesme, richiede condizioni che porteranno ALCOA ad aprire il portafoglio e cacciar fuori un congruo pacchetto di milioni.

Da cui, nuovamente, la domanda di prima: perché un signore che per tutta la vita non si è mai interessato di produzione industriale, improvvisamente comincia ad acquisire aziende decotte in giro per il mondo? Perché adopera la liquidità che possiede (quella derivata dalle operazioni finanziarie di cui si diceva prima) per la produzione di materiali grezzi come alluminio, monomeri e derivati del petrolio?

Io un’idea ce l’avrei, ma non la scrivo, perché certe cose, per scriverle, bisogna anche dimostrarle. Mi limiterò a dire, assai semplicemente, questo: per quale motivo la stampa sarda non si interessa di questi aspetti che potremmo definire «bizzarri»? Dentro questa operazione stanno per finire un sacco di soldi pubblici, i nostri e ci sono non pochi motivi per interrogarsi su quali tasche stiano per riceverli e se questa acquisizione sia davvero una soluzione e non, come forse si potrebbe sospettare, qualcosa di diverso, in cui le solite parti in gioco (politica e sindacati) fanno finta di non sapere.

Che garanzie ci sono, a parte il parere di un ministero che ormai non ha poteri ed è in procinto di andare a casa? E se il Sulcis stesse per cadere dalla padella dell’ALCOA nella brace della Klesch? Perché nessuno si pone una domanda semplice semplice e precisamente: per quale motivo Klesch si prende lo smelter? Chi glielo farebbe fare, da un punto di vista industriale?

E se di industriale non ci fosse un fico, lo sappiamo, vero, che di qui a poco saremo da capo?

Si lo sappiamo ma non si può dire, come altre volte e come sempre… nel Sulcis!

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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