SARDEGNA E LA SINDROME DEL NO: A CHI GIOVA?

POST 144 SARDEGNA E LA SINDROME DEL NO A CHI GIOVAVeniamo subito al sodo: segnalo tre avvenimenti (ultimi di una lunga serie in ordine di tempo) sui quali mi pare il caso di riflettere: l’opposizione alle perforazioni della SARAS in quel di Terralba; il rifiuto di un impianto fotovoltaico a Narbolia; il rifiuto di un impianto solare termodinamico a Cossoine. C’è un aspetto particolarmente inquietante che li accomuna: l’appiattimento sul NO di tutte le forze politiche, ma proprio tutte, per una volta stranamente concordi. Come mai, visto che sono partiti e movimenti che mai trovano un accordo quando si tratta di amministrare la cosa pubblica, ad esempio nel consiglio regionale o in quelli provinciali, per non parlare dei consigli municipali, raro esempio di permanente e perniciosa litigiosità?

Lo si potrebbe considerare un segno di maturità, il segnale che di fronte ai problemi veri del «popolo» non ci sono differenze politiche che tengano e bisogna remare tutti dalla stessa parte. Qualcosa di positivo e sensato, insomma, che possa indicare una strada per risolvere i problemi più gravi. Una sostanziale unità di fronte al pericolo.

Peccato che, in tutta evidenza, non sia così: di questioni urgenti, urgentissime, ce ne sono a bizzeffe, prima di tutto il lavoro che manca, la morte apparentemente inesorabile delle realtà cittadine, la conseguente degenerazione sociale che i mezzi di comunicazione fingono di non vedere, la mancanza di un dibattito sociale che possa servire da collante tra le persone, sempre più divise nonostante l’imperversare invadente della socializzazione virtuale. La Sardegna va a fondo sul serio e ci si unisce solo sul NO alla trivellazione esplorativa di un giacimento di gas a Terralba? Una centrale solare a Cossoine? I pannelli solari a Narbolia? Sono davvero questi i problemi sui quali val la pena trovare unità, dividendosi sul resto?

E perché, poi, ci si accorda, ancora una volta, sulla necessità di maggiore «sovranità» e maggiore «sostenibilità delle fonti energetiche» per poi rifiutarle quando si presentano, visto che il gas naturale è una fonte fossile meno impattante del petrolio e il solare è invocato da più parti come la soluzione per il futuro? E che dire del fatto che il gas «sardo» potrebbe essere, se gestito decentemente, una risorsa importante per assicurare una maggiore indipendenza dalle fonti energetiche più inquinanti (gasolio in testa) ma, soprattutto, «esterne» alla Sardegna? Insomma un mezzo per ottenere maggiore sovranità?

Proviamo a definire i problema in maniera diversa, ad esempio per il gas di Terralba. Punto primo: il gas lo usiamo o no? Sì, lo usiamo, quindi ne abbiamo bisogno. Né potremo farne a meno nel futuro prossimo, tra l’altro. Punto secondo: poiché sfruttare un giacimento di gas è impattante, come facciamo a sapere se l’impatto è tollerabile o no?

Ecco: a questo punto c’è il cortocircuito, perché in Sardegna (e anche in Italia, sebbene con eccezioni virtuose) si pretende di dividere le attività umane in due categorie: quelle «buone» che «non impattano» e quelle «cattive» che «impattano». Ad esempio il turismo e l’agricoltura sono buone, il manifatturiero cattivo. Lo sfruttamento agricolo e zootecnico selvaggio del territorio della piana di Terralba è «buono» (anche se ha quasi distrutto l’ambiente naturale del golfo di Oristano) mentre lo sfruttamento di un giacimento di gas è «cattivo» a prescindere, anche se ancora non abbiamo visto lo studio di impatto ambientale.

Attenzione: nessuno (men che meno il sottoscritto) afferma che SARAS dovrebbe poter trapanare dove le pare e piace; né che non ci debbano essere i controlli (ci mancherebbe!) Né che SARAS sia una confraternita di buoni samaritani che pensa al bene della Sardegna (ma candu mai!)

Il punto è che bisognerebbe decidere se fare o non fare sulla base di un ragionamento sensato, di dati condivisi, altrimenti si finisce come per la questione di Quirra, che prima era l’uranio che poi non si trova, poi il torio che non si trova neppure lui (e che non è pericoloso come dice Fiordalisi, dati alla mano, tra l’altro!) fino al punto che, pur con tutta la massa di carta presentata dal Pubblico Ministero, un giudice non ritiene di rimandare a giudizio gli imputati per evidente carenza di prove, richiedendone altre. E, ancora oggi, la stampa è tutta concorde nel gridare all’attentato alla salute, al disastro ambientale, senza che vengano minimamente considerate le «prove», cioè i dati scientifici, perché da noi la scienza non è di casa e, se lo è, è di certo una scienza che sta dalla parte dei potenti per ammazzare i poverini!

Nella faccenda di Quirra saranno proprio i più deboli a prendersela nello stoppino, cioè noi tutti, visto che i poligoni rimarranno dove stanno e il territorio di Quirra, senza nessuna colpa, è stato trasformato nell’emblema del disastro in cui tutto è inquinato, mortifero, mortale

A chi giova trasformare Quirra nell’inferno dell’uranio impoverito che poi non c’è? Io dico: giova a coloro che hanno interesse a lasciare le cose come stanno, cioè che i poligoni restino poligoni e la bonifiche non si facciano, come infatti sta accadendo.

Se cito Quirra è perché ci vedo una bizzarra similitudine, ad esempio, con la faccenda di Terralba e della SARAS. A chi giova davvero che non si sfrutti il giacimento di gas?

Ad esempio, a chi sta sfruttando da decenni il territorio, ecco il punto. A tutti coloro che fanno finta di non sapere che lo sfruttamento agricolo e zootecnico sono tutt’altro che a impatto zero. Certo, dopo tanti anni di trasmissioni televisive in cui si spaccia la menzogna che gli agricoltori difendono l’ambiente (una bufala tanto enorme quanto evidentemente falsa) o che il turismo non è impattante (altra enorme stupidaggine) non ci si ferma neppure a riflettere, ad esempio domandandosi per quale motivo uccidere il Golfo di Oristano sia stato lecito e sfruttare un giacimento di gas invece no. E se per caso la piana di Terralba non sia occupata da interessi ben precisi e privati, mica pubblici, che dell’inquinamento e della biodiversità se ne fottono bellamente.

Insomma: possibile che il progetto Eleonora vada a donne perdute senza neppure valutare se possa essere o meno un’opportunità? È davvero inquinante o no? Quanto? E ciò che fanno oggi, a Terralba, è davvero meno inquinante o non è forse vero che si tratta di un territorio che è in realtà una fabbrica a cielo aperto per la produzione agricola e zootecnica intensiva? E se davvero è così: quale sarebbe il «bene pubblico» da difendere? Perché non si potrebbe discutere, ad esempio, su una via per lasciare la ricchezza del giacimento ai sardi con un contratto vantaggioso di sfruttamento piuttosto che lasciare le cose come stanno facendo il tornaconto di pochi?

Perché no, ecco perché! Perché in Sardegna viviamo allo sbando e seguiamo l’onda. Politici allo sbando, intellettuali allo sbando, giornalisti allo sbando. Ciascuno impegnato (più o meno onestamente, dal punto di vista intellettuale) a sfangarla alla meno peggio, a sopravvivere. Per quale motivo un qualunque giornalista dovrebbe scrivere che un campo di granturco coltivato per dar da mangiare alle bestie impatta sull’ambiente quanto e più di uno stabilimento industriale? Che la biodiversità l’hanno ammazzata le coltivazioni e gli allevamenti intensivi? E perché dovrebbe dirlo un intellettuale, se è molto più facile ottenere consenso urlando contro i perfidi «industrialisti» desiderosi di affossare il paradiso al centro del Mediterraneo? E i politici?

E noi cittadini, quand’è che cominceremo a ragionare guardando ai fatti?

Rispondo: quando la smetteremo di votare i Cappellacci e i Berlusconi (o i Grillo) cioè mai. La Sardegna l’abbiamo ridotta così proprio noi e, per certi versi, ce ne vantiamo. Continuiamo a ragionare col culo, come stiamo facendo, ed avremo un luminoso futuro di viaggi… probabilmente all’estero!

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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2 risposte a SARDEGNA E LA SINDROME DEL NO: A CHI GIOVA?

  1. Sovjet ha detto:

    Le prime considerazioni che mi vengono sono che c’è una rincorsa al grillismo, che altro non è che “il senso del politico per l’opinione pubblica”. Già Berlusconi agiva sulla base dell’esito dei sondaggi e quindi modulava la sua azione (d’altra parte, avendo come unico interesse la salaguardia dei propri interessi personali, poteva cedere su qualsiasi altro tema che non li mettesse a rischio), oggi il successo di Grillo, non previsto in queste dimensioni, porta ancora di più ad assecondare la “ggente”. So che corro il rischio di sembrare snob, il punto è che noi abbiamo, almeno i dati paiono dire così, una sempre maggiore analfabetismo di ritorno, anche nelle facoltà più tradizionali: leggere e capire (lasciamo perdere scrivere e fa di conto).
    E qui c’è la sconda osservazione: l’opinione pubblica si forma spesso e volentieri senza sufficiente riflessione. Mancano gli strumenti di analisi e valutazione adatti ad analizzare la realtà e che vadano oltre il buonsenso popolano, che spesso non riesce a cogliere la complessità conteporane. A questo punto vince sempre il principio di precauzione: tra il vedere e il non vedere se fa bene o male, è più utile decidere che fa male. Credo che anche questa sia una “euristica” della nostra mente che ci ha aiutati nella lotta per la vita come specie.
    Certo, la distruzione della scuola pubblica, il suo asservimento a logiche d’impresa, non aiutano a sviluppare il pensiero critico e quindi, ogni tanto, trova sfogo nel “ribellismo” alla Grillo (che però altro non è che la valvola di sfogo di una pentola a pressione sociale).

  2. Proto Zuniari ha detto:

    Vero che i “poltici” sono impegnati in una rincorsa al grillismo. Ma, da sempre, non è la “ggente” a rincorrere il politico di turno, semmai è vero contrario. E affermarlo non è snobismo: la demagogia (bagassa del populismo) ha sempre funzionato meglio della pedagogia. Quindi, se la politica cavalca il no-ismo è perché questo atteggiamento è già radicato nel senso comune, e qualcuno deve aver contribuito a radicarglielo. Senz’altro le gag a pagamento contro consumismo e spreco, per il ritorno all’economia curtense, di Grillo (prima che diventasse politico avanzasse pretese sul 100% del parlamento) andavano in questa direzione. Intendiamoci, erano cazzate di retroguardia sparate a salve che, certo, non colpivano il vero nemico (sai che cazzo gliene importa al capitalismo finanziario del consumo e della produzione), ma non bastano . Non è solo ragionando col culo, cioè facendosi infinocchiare dai produttori di ideologia neobucolica, che nascono posizioni no-iste; dietro il no a tutto, in realtà, ci sono anche piccoli , immediati, interessi materiali . Sono il nimbysmo di chi vuole i vantaggi ma non le rogne dell’industria (questa cattivona), gli interessi degli allevatori ai prioni che , dopo aver fatto passare l’immagine di un’Arborea-Eden, temono che un tubo di gas la possa distruggere (l’immagine). Ma soprattutto dietro il pensiero unico – e delle nuove forme spettacolari che lo veicolano – del no ad ogni forma di produzione, ci sono gli interessi del capitalismo finanziario a cui non servono né il lavoro né il consumo. Quanto all’euristica del “meglio aver paura che prenderle”, può aver favorito alcune specie, ma nell’Homo Sapiens è stata soppiantata dalla curiosità, dalla voglia e dalla necessità di conoscere (anche per sopravvivere). Quella di Ulisse non è una sindrome, è una caratteristica umana che risiede nel cervello, selezionata dall’ambiente. Purtroppo è vero , c’è (giornalisti in prima fila) chi la vuole spostare nel culo, dove non può funzionare, e ci sta riuscendo.

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