BABILONIA: ALL’ORIGINE DEL MITO

 

POST 142 BABILONIA ALL’ORIGINE DEL MITONel 2003, poche settimane prima della guerra del Golfo, mi trovavo in Siria per visitare, tra le altre località, la città di Mari. Si sapeva che la guerra sarebbe stata inevitabile, a breve, ma vedere l’Eufrate a così poca distanza mi fece venire in mente che avremmo potuto prendere un volo per Bagdad con uno scopo preciso e limitato: visitare il museo e Babilonia. In pratica due soli giorni, un rischio che mi sentivo di correre perché ero sicuro che, dopo il passaggio degli americani, niente sarebbe più stato come prima.

Messa ai voti la proposta, ne risultò uno stallo: 50% sì, 50% no. Dunque prevalse la prudenza. Tuttavia, ancora oggi, il 50% che optò per il no se ne duole.

Dev’essere per questo che ho affrontato la lettura di questo saggio con la pretesa di ritrovarvi, in minima parte, certo, ma talvolta è necessario accontentarsi, ciò che avrei potuto imparare se il 50% che optò per il no avesse espresso una diversa opinione e non sono andato deluso. Scrive Brusasco:

«Abbiamo iniziato il viaggio nella storia e nel mito di Babilonia avvertendo la profonda amarezza del popolo iracheno per i danni inflitti al sito dalla presenza della base USA; è interessante concludere il nostro percorso con uno sguardo alla visione che gli iracheni e il mondo islamico più in generale hanno della grande capitale dell’Oriente Antico.» [P. Brusasco, Babilonia. All’origine del mito – Cortina 2012; Cap 8, pag 275]

Dunque un saggio che prende a pretesto la volontà di spiegare l’evoluzione del mito di Babilonia, prima di tutto su base archeologica, per raccontare sogno e verità, sul doppio binario che la vita moderna ci obbliga a percorrere volenti o nolenti: realtà e immagine. Scienza e suggestione.

Non a caso, il primo capitolo (Babilonia 2012. Autopsia di un disastro) si occupa della valenza attribuita da Saddam Hussein al mito di Babilonia e dell’intervento statunitense che ne tenne debitamente conto, localizzando la base Camp Alpha proprio di fronte alle rovine della mitica città. Gli USA, nel 2012, occuparono Babilonia accogliendo, di fatto, la lettura che ne aveva fatto Saddam Hussein, proclamatosi continuatore della tradizione babilonese!

Il cuore del saggio, tuttavia, è una lettura rigorosa e puntuale della babilonia storica e archeologica, dal racconto dei primi scavi tedeschi – che diedero finalmente a Babilonia la possibilità di parlare in prima persona, senza mediazioni – al codice di Hammurabi e ai fasti di Nabucodonosor, fino all’esame dell’influenza della civiltà babilonese nella letteratura e nella scienza. Senza trascurare gli stereotipi delle meraviglie babilonesi (parte delle famose “sette meraviglie”) e della confusione associata alla torre di Babele.

Quindi un esempio paradigmatico di un possibile ruolo attivo della disciplina archeologica (e storica) che, da una parte, ricostruisce una realtà remota e il suo sviluppo ma, dall’altra, si occupa del suo significato potenziale nel mondo odierno, fino agli aspetti più minuti riguardanti, ad esempio, la libertà d’espressione nel mondo islamico e il nodo gordiano dell’informazione occidentale.

Per questo, probabilmente, il paragrafo conclusivo del saggio ha lo stesso titolo del primo capitolo: Babilonia 2012. Non solo ciò che resta di Babilonia, dunque, o meglio ciò che è cresciuto grazie ad essa, quanto il tentativo di imparare dal passato per meglio interpretare il presente, in una visione sincronica dello sviluppo umano.

Alla luce di un Saddam che sfrutta Babilonia per l’attuazione dei propri scopi politici, e di un Bush che si inventa conquistatore di Babilonia, difficile, per un sardo, non pensare al ruolo dell’archeologia nella politica regionale odierna, all’uso strumentale che ne viene fatto con risvolti talvolta grotteschi (ultimo, ma non ultimo, esempio, quello di Pili che riunisce i propri sostenitori di fronte al pozzo sacro dell’area archeologica di Santa Cristina!)

Quindi un saggio che può insegnare parecchio, sia in termini di rigore storico-archeologico, sia per ciò che riguarda l’uso del passato, possibile fonte di riflessione positiva quanto sorgente di pessimi stereotipi da incollare ad ideologie perniciose.

A scelta del candidato, insomma. E comunque, tanto per tornare all’inizio, concludendo le 300 pagine scarse (che per gli appassionati del genere scorrono leggerissime e si leggono con grande piacere) ho rimpianto di non aver insistito abbastanza forzando il ruolo numerico del mio insufficiente 50%. Mi dovrò accontentare del libro, per il quale non rimpiango i 26.00 euro.

 

Quando in alto il Cielo non aveva ancora un nome,

E la Terra, in basso, non era ancora stata chiamata con il suo nome,

Nulla esisteva eccetto Apsû, l’antico, il loro creatore,

E Mummu e Tiāmat, la madre di loro tutti,

Le loro acque si mescolarono insieme

E i pascoli non erano ancora formati, né i canneti esistevano;

Quando nessuno degli Dei era ancora manifesto.

Nessuno aveva un nome e i loro destini erano incerti.

Allora, in mezzo a loro presero forma gli Dei.

[Enûma Eliš]

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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