SARDEGNA E PUGLIA: LA SCHIZOFRENIA DI SEL E L’ASSENZA DEL CENTROSINISTRA

POST 140 SARDEGNA E PUGLIA LA SCHIZOFRENIA DI SEL E L’ASSENZA DEL CENTROSINISTRAPuglia: la Bridgestone chiude. Vendola ed Emiliano si mettono di traverso. Non è detto che la decisione rientri ma, nel frattempo, l’azienda ha dichiarato come la chiusura non sia più irrevocabile. Un piccolo risultato sul quale sperare.

Sardegna: l’ALCOA chiude. Cappellacci asserisce di avere la soluzione in tasca. Ottimo: infatti ALCOA è chiusa e non si intravvede alcuna soluzione all’orizzonte. La sinistra, posto che ci sia, non si capisce cosa preferirebbe, se far sopravvivere un’azienda inquinante e fuori mercato, sostituirla con un’altra, oppure rifiutare la scelta industriale ed occuparsi di agricoltura.

Puglia: l’ILVA inquina. Vendola difende l’azienda e la convivenza con il manifatturiero. L’ILVA rimarrà dove sta, procederà a risolvere i problemi ambientali e la Puglia avrà un impianto industriale di rilevo europeo.

Sardegna: si vorrebbe costruire una centrale termodinamica a Cossoine. La centrale non inquina. Non sarà bella da vedersi, certo, ma è ciò che si richiede da più parti: energia rinnovabile e sostenibile. Gli abitanti del piccolo comune la rifiutano: la sinistra esulta.

Domanda: c’è una sinistra pugliese diversa da quella sarda, oppure la sinistra è schizofrenica? E il centrosinistra (che sarebbe come dire il PD) che diamine vorrebbe? Ci mangiamo la banda larga, come suggerisce l’ineffabile Soru o iniettiamo CO2 nel terreno, come vorrebbero fare nel Sulcis? Quale sarebbe il modello industriale che ci propongono? Ne hanno uno o no?

Sì, è vero, la «E» di SEL significa Ecologia (anche se troppi l‘hanno dimenticato e spesso ci si riferisce a SEL come “Sinistra e Libertà”). Ma siamo sicuri che l’Ecologia pugliese sia la stessa della Sardegna?

Vendola, in proposito, è categorico: Ecologia significa rendere ecocompatibile il manifatturiero, non eliminarlo perché inquina. La Puglia, in proposito, è regione emblematica, perché l’amministrazione regionale ha posto la permanenza e l’incremento del manifatturiero (sostenibile) in cima alle priorità.

E in Sardegna, «E» vale ancora Ecologia, oppure va letta Equivoco? Dice Silvia Doneddu, giovane aspirante deputata (e non eletta):

«Oggi si vota a Cossoine per il referendum sull’impianto termodinamico di Campo Giavesu. Il progetto per l’impianto termodinamico di 30MWe proposto dall’Energogreen, prevedere l’occupazione di circa 160 ettari di Terra. L’Energogreen ha presentato altri 3 progetti: Gonnosfanadiga-Guspini (50 MWe 211 ha) e Villasor (50 MWe 2370 ha). I progetti sono disponibili nel sito della Regione. Il responsabile… legale di Fintel Energia Group (di cui Energogreen e’ una controllata), durante l’incontro tenutosi a Guspini con la sindaca, il consiglio comunale e i cittadini, ha affermato che “arriveranno molti altri oltre noi”. Ce ne siamo accorti e ne siamo consapevoli. Intanto rimaniamo in attesa della posizione del riconfermato Oscar Cherchi, Assessore “ad 1 euro” all’ Agricoltura, riguardo al tema dell’accaparramento delle terre, che vede la Sardegna tristemente protagonista.»

Bene, benissimo, però ci dica Doneddu come intenderebbe produrre energia e dove. Non le piace il solare termodinamico? Preferisce forse ciò che si fa a Portovesme (immagino sappia come si produce energia da quelle parti)? Si badi bene, non dico che abbia torto, però sarebbe anche il caso di specificare cosa si vorrebbe fare e dove. Mi pregio informare Doneddu (che mi permetto di usare come metafora di ciò che sta facendo SEL in Sardegna) che di energia abbiamo bisogno. Ad esempio, l’esponente di SEL l’adopera per scrivere i post sulla propria pagina fb e il computer che adopera ha un valore energetico assai elevato, perché per produrlo ce n’è voluta un fottio! Così come ce ne vorrebbe, possibilmente a basso costo, per stimolare il manifatturiero sardo che versa in stato comatoso. Vorrebbe Doneddu, continuare ad usare quella prodotta da combustibile fossile come avviene adesso?

Inoltre, essendo elettore di SEL proprio perché Vendola ha dimostrato che esiste una sinistra pragmatica ed ecologista che è anche capace di governare bene, vorrei sapere se Doneddu ha una qualche idea sul futuro dell’Isola. Che industria vorrebbe? Quale? Quale sarebbe la sua proposta visto che fino ad ora ho visto agricoltura e poco altro?

E il centrosinistra? Vendola sostiene, a mio avviso con piena ragione, che il ruolo principale di SEL debba essere prima di tutto quello di stimolare una visione progressista di tutto il centrosinistra, quello stesso che in Sardegna sta in terapia intensiva, probabilmente in coma farmacologico. Dove sarebbe, in Sardegna, questa azione di stimolo? Dove sono le proposte? Vogliamo la Sardegna modello agricolturaturismocultura? E l’industria?

Detto francamente, da SEL, quella di Piasapia a Milano e Zedda Cagliari, mi aspetterei ben altro: se noi elettori battiamo un colpo, si può sperare in una risposta?

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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3 risposte a SARDEGNA E PUGLIA: LA SCHIZOFRENIA DI SEL E L’ASSENZA DEL CENTROSINISTRA

  1. Proto Zuniari ha detto:

    Non credo che ad essere schizofrenica sia SEL. E’ la politica sarda che è attraversata da una schizofrenia che non risparmia nessuno, neanche SEL. Oggi ho avuto modo di vedere il TG3:
    lungo articolo sui no-Triv con tanto di interviste alla TreA che lamentava il pericolo che il sondaggio rappresenta per lo stagno di S’Ena Arrubia: praticamente una pozzanghera eutrofica ai metalli pesanti, ridotta così proprio da loro. Fra l’altro il sondaggio veniva spacciato dalla giornalista come pozzo di “greggio”. Poi al capo di sopra , per non fare parti gelose, contro il termodinamico. Su questo insediamento ho molti dubbi anch’io, però gli intervistati dicevano che a loro piace l’aria pulita e quindi, per questo, si oppongono all’impianto. Evidentemente hanno raccontato loro che il danno non è l’occupazione di 160 ettari con una distesa di specchi ustori, ma le emissioni di una inesistente centrale termoelettrica. Il fatto è che i nostri giornalisti a furia di dirci che siamo speciali, che siamo Atlantide, che abbiamo tutto “migliore del mondo”, ci hanno convinto che con due boccate della nostra aria pulita possiamo fare a meno di mangiare, e per le altre necessità possiamo sempre esportala, compressa, a 100€ il chilo. Il problema è che i nimby nostrani (orfani del Galsi) hanno già creato un movimento no-compressor contro l’impianto di produzione di bombole di pura aria sarda DOC.

  2. Silvia Doneddu ha detto:

    Gent.mo sig. Ainis,
    mi permetto di intervenire nel suo blog, considerato il fatto che sono stata nominata più volte nella sua riflessione.
    Cercherò di essere breve in questo spazio, riservandomi di allegare dei link di approfondimento e chiarificazione su diversi dettagli che nel suo intervento non vengono evidenziati. Cercherò di rispondere anche attraverso alcune annotazioni riguardanti la mia posizione su determinate politiche pubbliche che concorrono a inquadrare un’analisi critica al “modello di sviluppo” fallito, che in alcuni passaggi lei chiama in causa.
    Premetto, per chiarire da subito, che non ho mai asserito di essere contraria alle energie rinnovabili, né tanto meno all’industria, mai. Ho sempre affermato di essere contraria ai modelli di sviluppo imposti, quelli che nascondono dall’inadeguatezza della nostra classe dirigente politica a pensare, pianificare, condividere e progettare politiche con e per i territori. Per tale ragione mi dichiaro fermamente contraria alle deleghe in bianco a supposti “investitori”. Deleghe che esternalizzano per affidare a terzi la nostra “salvezza”, nel tentativo raffazzonato di occultare la totale assenza di progetti e programmi. Odio nella classe politica l’ “ignoranza” (ignoranza intesa come lo status che insieme all’ incertezza ed all’ ambiguità, può caratterizzare le politiche pubbliche nel processo decisionale e nella fase del rischio).
    Credo che questo suo intervento faccia un’analisi superficiale mettendo a confronto due regioni, due governi, due sistemi produttivi, due casi “ecologici”, che dovrebbero avere forzatamente come unico denominatore Sinistra Ecologia Libertà. Trovo forzato mettere a confronto il caso dell’ILVA e il caso dell’impianto termodinamico a Campo Giavesu, non foss’altro perché uno esiste e l’altro, per fortuna, ancora no. Lo trovo forzato perché nell’idea più che mai necessaria di transizione economica ed ecologica, la priorità è dettata proprio dalla forma e dalla capacità di progettare attraverso un differente approccio: 1)modificando e trovando risposte all’esistente (es. caso ILVA, quindi necessità di trovare e definire strategie su casi assai complessi sui quale nessuno, né Stato né precedentemente la Regione, hanno voluto metterci mano) 2) progettando e guardando più in là, per esempio, delle scadenze elettorali e degli incentivi che vengono utilizzati propriamente come veicolo speculativo per atterrare nella nostra Isola. Avere una visione capace di guardare più in là della generazione esistente 3)considerando che non esistono modelli replicabili, che ogni territorio ha le sue peculiarità (economiche, sociali, ambientali e culturali) e che questo dev’essere analizzato e valutato nella creazione delle politiche pubbliche, non seduti in sedie particolarmente comode, ma conoscendo le realtà territori, confrontandosi con essi e con dei dati utili per la progettazione e pianificazione.
    Immagino che, sig. Ainis, per avere un’idea così chiara su Campo Giavesu e sulla critica che muove a quella che io considero una necessaria e doverosa presa di posizione, non solo come militante di un partito politico, ma oggi più che mai come cittadina di quest’Isola, avrà letto i progetti dell’Energogreen. Non solo quelli relativi a Campo Giavesu, ma anche quelli relativi a Villasor e Gonnosfanadiga. Così come non si può trattare il caso di Campo Giavesu, senza prendere in considerazione i vari e numerosi altri impianti di energie rinnovabili (biomasse, serre fotovoltaiche, solare termodinamico, eolico,…) che stanno sorgendo (o dovrebbero sorgere) sparsi per tutta la Sardegna.
    (Allego i progetti dell’ Energogreen, per chiarezza)
    http://www.sardegnaambiente.it/index.php?xsl=612&s=218285&v=2&c=4807&idsito=18
    http://www.sardegnaambiente.it/index.php?xsl=612&s=212032&v=2&c=4807&t=1 http://www.sardegnaambiente.it/index.php?xsl=612&s=207077&v=2&c=4807&idsito=18
    http://www.sardegnaambiente.it/index.php?xsl=612&s=218285&v=2&c=4807&idsito=18
    http://www.sardegnaambiente.it/index.php?xsl=612&s=212032&v=2&c=4807&t=1 http://www.sardegnaambiente.it/index.php?xsl=612&s=207077&v=2&c=4807&idsito=18

    Come si evince dai progetti, quasi sempre, troverà il riferimento alle località dove dovrebbero sorgere gli impianti, agli ettari consumati, all’acqua necessaria. Troverà il riferimento all’espropriazione di terre per “opera di pubblica utilità”. Non troverà i dati precisi sulle risorse umane necessarie (i numeri indicati dei possibili lavoratori impiegati non contengono descrizione di carico e funzioni, tipologie contrattuali, competenze richieste o piano di formazione, cioè il solito nulla che conosciamo molto bene). Non sono descritti “i vantaggi” economico-energetici relativi alla programmazione della produzione degli impianti. Non è presente l’analisi del contesto socio economico del territorio con focus sui settori produttivi portanti in relazione all’integrazione, o no, con gli impianti. Non è dichiarato, che un suolo agricolo di più di circa 200 ettari occupato per 25 anni (anni di durata degli incentivi x kw) da un impianto industriale, avrà probabilmente zero chance di essere restituito alla prossima generazione.
    Allora io credo che certe posizioni di approccio di tutela non solo dell’ambiente, ma della legalità e della sovranità dei territori e delle popolazioni, non possono avere colore, posizione politica, ma solo buon senso. Un buon senso che trova la sua base nell’essere cittadini e cittadine informate, visto che è l’unica arma che abbiamo per difenderci.
    Partiamo allora col dire che nel caso specifico che riguarda l’ “esplosione” di impianti di energia rinnovabile che hanno attratto determinati interessi ed investimenti in Sardegna, non esistono progetti che si integrino con la “nostra” produzione e fabbisogno energetico. Questo perché, non avendo neanche prodotto un nuovo PERS che definisca con dati aggiornati cosa ci serve, quanto ci serve e a che cosa ci serve, stiamo decidendo secondo nessuna programmazione, l’implementazione di tali strutture.
    Non esiste nessuna connessione di filiera, tra produzione energetica e attività agricole nei territori, tema su cui troviamo interessanti riferimenti nell’articolo del Gruppo d’Intervento Giuridico che allego http://gruppodinterventogiuridicoweb.wordpress.com/2013/01/10/realizzazione-in-aree-agricole-degli-impianti-fotovoltaici/. Articolo nel quale viene anche citata proprio in relazione alla sardegna una sentenza della corte di cassazione del Febbraio del 2012, che fa riferimento alle attività sviluppabili delle zone “E” http://lexambiente.it/urbanistica/160/7977-urbanistica-zone-agricole-ed-interventi-realizzabili.html
    Uno dei punti centrali e critici dal mio punto di vista, è che gli impianti industriali si costruiscono in zone industriali ed in zone già compromesse dal punto di vista ambientale.
    Allora ribadisco che baso la mia contrarietà a tali progetti perché non abbiamo nessun tipo di controllo, perché ci sono dei problemi legati ad interessi che vanno aldilà dell’integrazione con la nostra pianificazione energetica, perché le linee guida della stessa regione e dell’Unione Europa suggeriscono esattamente altri tipi di interventi. Più in là di questo perché i processi di accaparramento delle terre, sono dinamiche viste e riviste nell’universo mondo, su cui abbiamo già dati sufficienti riguardo agli effetti deleteri per territori e popolazioni. E per le stesse identiche ragioni, credo in una proposta di sviluppo energetico che parta da una progettazione per un uso integrato delle fonti, che rifletta, recuperi e valorizzi per esempio le centrali idroelettriche esistenti (qui si aprirebbe tutto un altro caso sulla tematica idroelettrico in Sardegna). Una pianificazione coordinata con i comuni, come dovrebbe essere in base al progetto in corso sui PAES, progetto per il quale i comuni si indebiteranno investendo risorse su fonti di energia rinnovabile. Un progetto che definisca il fabbisogno delle aziende, delle attività commerciali definendo e creando l’opportunità di abbattere realmente la spesa energetica, ma anche migliorandone l’efficienza e riducendo i consumi.

    http://www.iied.org/rising-demand-for-renewable-energy-could-drive-more-land-grabs
    http://www.pattodeisindaci.eu/actions/sustainable-energy-action-plans_it.html
    http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_274_20120327180228.pdf (interessante l’appunto da pag. 10, dove il Piano sembrerebbe escludere determinati tipi di impianti, esattamente corrispondenti a quelli che si stanno sviluppando)
    http://viacampesina.org/fr/
    http://ainostriposti.files.wordpress.com/2008/10/ricerca-distretti-energetici.pdf

    Mi dispiace che lei abbia letto poco di me, ancora di più che abbia la percezione che parlo solo di agricoltura, cosa che è in parte molto vera ma non completamente. Più in là dell’agricoltura, cultura e turismo che cita lei, io mi occupo di processi di rilocalizzazione (che non riguardano solo il concetto di produzione ma si riferiscono ai servizi, agli strumenti e le strutture a disposizione dei territori, delle cittadine e cittadini, alla ricerca e all’ innovazione) e conversione ecologica. E’ vero che ritengo centrale ripartire dalla cura e dalla bonifica del nostro ambiente, dalla valorizzazione del cibo, della terra e delle attività ad esse connesse e che ciò possa essere un punto essenziale della nostra transizione economica, ecologica e culturale.
    Possiamo imparare molto da buone prassi nazionali, internazionali e perché no, anche regionali. Buone prassi che spesso in Europa, prendono forma attraverso la semplice analisi e progettazione delle politiche di indirizzo dell’Unione sotto un’amministrazione e un governo che pianificano guardando più in là del loro ombelico, che si appoggiano a tecnici capaci, che gestiscono fondi e risorse in maniera ragionata e sobria.

  3. Pingback: Il NO a Campo Giavesu, non è un NO alle rinnovabili. | SILVIA DONEDDU

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