SINDROME NIMBY: LO STRANO CASO DEL PROGETTO ELEONORA

POST 137 SINDROME NIMBY LO STRANO CASO DEL PROGETTO ELEONORAPrima di dedicarci al progetto Eleonora, raccontiamoci una favola. Solo una favola, eh, nessuno si incazzi, mi raccomando, stiamo solo fantasticando.

Un giorno, un dittatore decise di distruggere una zona umida bellissima, una palude adiacente un meraviglioso sistema di stagni salmastri a ridosso di un golfo pescosissimo. Così prese le tasse dei sudditi (i dittatori questo hanno: sudditi!) e fece costruire un sistema di pompe e canali che prosciugarono l’area umida, uccidendo uccelli, piante, devastando l’ambiente. Nell’area così malamente sfregiata, fece mettere a dimora alberi originari degli antipodi, cancellando la biodiversità e le specie autoctone, poi assegnò i terreni, ottenuti dalla cancellazione delle aree umide e dalla violenza perpetrata sull’ambiente, a coloni estranee al territorio, provenienti da lontano. I motivi?

«Le famiglie coloniche sono state in gran parte importate dal continente. Sarebbe molto più comodo per la Società di servirsi molto più largamente di famiglie sarde; contrasta però con questa aspirazione, la scarsissima forza lavorativa che le famiglie sarde presentano. Le cause di questo fenomeno risiedono nello spiccatissimo individualismo dei sardi, che esclude l’associazione e la convivenza tra parenti, largamente praticata invece dai continentali di alcune regioni e che permette a questi di presentare famiglie con una più forte percentuale d’individui atti al lavoro in confronto degli inabili (vecchi e bambini)» [G. Dolcetta, Bonifica e colonizzazione di Terralba in Sardegna, Roma, Tipografia Federazione italiana dei consorzi agrari, 1932, pp 13-14]

I coloni lavorarono duramente, contribuendo all’impoverimento ambientale del territorio e al definitivo affossamento della biodiversità, introducendo colture del tutto avulse dalla realtà locale. Nei decenni successivi usarono prodotti chimici che le acque di scolo portarono dentro il golfo; questo, da pescosissimo che era, cominciò ad atrofizzarsi. Gettarono in mare anche tutti i liquami degli allevamenti, così il golfo pescosissimo non fu più quello di prima. E tutti vissero felici e contenti.

Punto.

Piaciuta la favola? No? E perché? Perché è una storielle per bambini, oppure perché è la verità, ovvero un riassunto in poche parole di ciò che accadde nella piana di Terralba a partire dagli anni trenta del ‘900?

Venne fatto per combattere la malaria e regolare il regime delle acque! – dirà qualcuno!

Neppure per idea: la malaria venne sconfitta dagli americani al termine della guerra, con copiose dosi di DDT (tanto copiose che sono ancora presenti nel ciclo alimentare). Mentre la “regolazione del regime delle acque” è un modo forbito per dire che venne fatta scomparire una palude, area “naturale” che esiste proprio perché le acque ristagnano! La verità è che la piana di Terralba, oggetto di bonifica, non ha nulla di “naturale”: è il prodotto di un’intensa attività umana e, per lunghissimi decenni, ha distrutto l’ambiente naturale attorno a sé. Ciò che vediamo oggi è una grossa fabbrica a cielo aperto che sfrutta intensamente il territorio per fare quattrini, come ogni altra attività industriale che si rispetti. Un luogo dove la biodiversità è bandita in nome del dio denaro e allignano poche e scelte piante geneticamente elaborate dalle multinazionali con opportuni incroci. Il solo vedere la scacchiera delle strade, i frangivento e i campi di granturco con i cartelli sgargianti che indicano la varietà “artificiale” coltivata fa stringere il cuore. Altro che “natura”: un disastro ambientale, come le colture intensive africane che tanto criticano (correttamente) gli ecologisti!

Così veniamo al famigerato progetto Eleonora della SARAS, che prevede il sondaggio ed eventuale sfruttamento dei giacimenti di gas naturale dell’area. La notizia è che la società ha presentato uno studio di impatto ambientale ed è subito nato un comitato che vorrebbe impedire le trivellazioni, assumendo per dato di fatto:

1)  Che la trivellazione causerà un serio danno ambientale;

2)  Che sarebbe un affronto contro la “natura”, la biodiversità, l’ambiente naturale, le specie animali e vegetali…

3)  Che pregiudicherebbe la produzione agricola e l’allevamento a causa del preteso “inquinamento”.

Premessa: la cautela è d’obbligo, così come il controllo di ogni possibile attività industriale (inclusa l’agricoltura, però, cosetta che si dimentica spesso, perché l’agricoltura è impattante quanto qualunque altra attività umana!). Ciò premesso: perché neppure ascoltare ciò che ha da dire SARAS?

Per due motivi:

1)  Perché la piana di Terralba è un’area di privilegio saldamente nelle mani di 3A; di fatto il territorio è un enorme azienda a cielo aperto che porta quantità industriali di denaro nelle casse sociali attraverso uno sfruttamento bieco del territorio; ergo, non c’è alcun interesse ad avere altre attività in mezzo ai piedi;

2)  Perché, come tutte le azioni demagogiche, è in grado di rastrellare consenso e lo dimostra la mobilitazione degli indipendentisti e dei grillini.

Non a caso, la parola d’ordine che impera è: NIMBY: non a casa mia! Che nel gergo grillino si tramuta in: ribadiamo a gran voce che non venga calpestata la sovranità popolare!

Orbene: in Sardegna usiamo il gas. Lo acquistiamo all’esterno dell’isola. Da qualche parte deve essere estratto. Quale sarebbe allora la risposta: Chi se ne frega, basta che non si estragga nell’orto di casa?

Ebbene: questo è esattamente ciò che dicono gli indipendentisti e i grillini; e questo è il risultato dell’interpretazione ideologica dell’ambientalismo. Non gestione oculata delle attività umane ma rifiuto preconcetto di qualunque attività vicino a casa propria. Poi il gas lo si adopera lo stesso certo, ma sono cazzi altrui!

Infatti, né i grillini né gli indipendentisti contestano nel merito la proposta di SARAS, nessuno produce uno straccio di documentazione che contesti lo studio di impatto ambientale. Ci si limita ad usare strumentalmente i casi No-TAV e No-Ponte, che però possono contare su studi scientifici ed economici, mentre per Eleonora non c’è, per ora, assolutamente nulla!

Che lezione dovremmo avere da questa vicenda?

Parecchie, non una. Ad esempio che il “metodo Grillo” finisce (ovviamente, direi) per difendere interessi di parte, nel caso specifico il sistema 3A stabilito ad Arborea. Non c’è nessun “ambiente” da proteggere, perché la piana di Terralba è stata violentata e trasformata in un’azienda da Mussolini. Non c’è nulla di “naturale” da quelle parti, solo produzioni intensive che azzerano la biodiversità e portano soldi a chi di divere. Inoltre, nessuno si interessa dell’impatto dell’attività agricola e zootecnica, quella che ha profondamente mutato l’equilibrio (questo sì) “naturale” del Golfo di Oristano. Per non parlare della falda acquifera, soggetta a decenni di uso indiscriminato di prodotti chimici ad uso agricolo.

Insomma poco cambia: dai sogni di Berlusconi a quelli di Grillo. Via un clown, ne arriva un altro, con la solita ovvia conclusione: i privilegi restano sempre nelle stesse mani, ma, questa volta, con l’aiuto compiacente del peggior ambientalismo.

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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5 risposte a SINDROME NIMBY: LO STRANO CASO DEL PROGETTO ELEONORA

  1. Nome (obbligatorio) ha detto:

    E si, questo è uno dei gravissimi inconvenienti della democrazia, e cioè che i cittadini possono dire quello che pensano e, addirittura, possono azzardarsi a contrastare un fantomatico progetto di estrazione di gas (che, peraltro, non è detto che ci sia!) che una società petrolifera pretende di imporre nei territori da cui i detti cittadini traggono benessere economico con la coltivazione delle terre e l’allevamento.
    Peccato che non ci sia più il dittatore di cui si parla nella curiosa favoletta altrimenti la SARAS potrebbe fare il porco comodo suo senza poter essere contrasta da nessuno.
    Ainis, proponiti tu come novello dittatore; organizza una bella marcia su Cagliari (o Roma, a tua scelta!) insieme a qualche altro cialtrone al quale ti accompagni degnamente e cerca di imporre il tuo pensiero superato dai tempi a suon di manganellate! Potrebbe essere divertente!

  2. Proto Zuniari ha detto:

    Grazie Ainis,
    come al solito è riuscito a spiegare in maniera razionale cosa ci sia dietro il nimbysmo di ecologisti, grillini e identitari vari: una realtà fatta di malafede e luoghi comuni che rasentano il becero. A me non riesce, sono un po’ viscerale e perciò mi sono dimenticato che Arborea, non solo devasta oggi, ma è proprio nata come atto di devastazione di ecosistemi naturali.
    Sarà perché non amo il capitalismo e i suoi monopoli, sarà perché, in fondo, amo questa mia brutta città; vedere la sua gloriosa centrale del latte fagocitata da TreA che l’ha chiusa e ne usa il marchio per fregarci coi suoi prodotti ai prioni, mi fa girare ancor più le balle.

  3. Nadia ha detto:

    A proposito di danni del DDT, non tutti lo ritengono così pericoloso, o almeno, non tanto più pericoloso di altri insetticidi (però meno efficaci contro le zanzare). Comunque, ha fatto più morti la malaria del DDT. Qui un interessante studio (in inglese): http://www.jpshouse.com/DDT.pdf

  4. Proto Zuniari ha detto:

    La coltivazione delle terre e l’allevamento! Ci manca solo Haidy e il quadro bucolico è perfetto.
    Caro nome (d’obbligo), un sondaggio rispetto alle devastazioni della TreA ha lo stesso impatto di una pisciatina di mosca nella Cloaca Massima. Ma lei ,scusi, ha mai visto come si fa un carotaggio e come opera una trivella? E poi, ha proprio ragione, non è detto che il metano ci sia. Ma nel caso ci fosse, i cittadini di quei territori farebbero bene ad imporre alla Saras ( a cui la Regione lascia fare comunque ciò che vuole) la cessione – a titolo d’indennizzo- di una quota di metano sufficiente per soddisfare i loro bisogni domestici ed energetici.
    Vede, io non sono un talebano del biologico o del chilometro zero, ma quando posso compro cibi genuini, ed ho buoni argomenti, mi creda, per evitare di comprare prodotti targati Arborea. Il giorno in cui venissero divulgati alcuni dati sull’inquinamento dei suoli e su come vengono allevati i bovini in quelle zone non basterà certo la foto pubblicitaria della mucca al pascolo verde col mare sullo sfondo a fregare la gente. Per ora a fare le spese delle campagne allarmistiche , però, sono i pastori di Quirra.

  5. New Entry ha detto:

    Quella che si ha paura di intaccare è esclusivamente l’immagine commerciale “bucolica”. Comunque è piacevole leggere ogni tanto critiche al M5S ben articolate nel merito dei contenuti (però anche loro a non farsi qualche domanda in più una volta trovatisi in questa battaglia insieme a Mauro Pili…).

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