ALCOA?! CHI SE NE FOTTE? VIVA LA BANDA LARGA!

POST 135 ALCOA! CHI SE NE FOTTE VIVA LA BANDA LARGA!L’azzeramento della giunta Cappellacci ha avuto un piccolo e trascurabile effetto collaterale: l’incontro convocato presso il MISE per la discussione sul futuro dell’ALCOA è andato a donne perdute!

Naturalmente c’è stata qualche presa di posizione (ad esempio del PD) che ha segnalato l’accaduto, sottolineando, ancora una volta, l’inconsistenza amministrativa del peggior presidente mai andato alla guida della R.A.S.. Punto!

Poniamoci una semplice domanda: ci aspettavamo qualcosa di diverso?

La questione Sulcis, di cui la faccenda ALCOA fa parte, non è nata ieri. È un paragrafo del problema più generale riguardante l’indirizzo industriale della Regione e data agli anni ’60, quando si decise, correttamente, di dotare l’Isola di un comparto industriale manifatturiero. Ciò che vediamo oggi, quindi, è l’esito attualizzato di politiche attuate nell’arco di mezzo secolo. Tuttavia, senza farla tanto lunga e limitandoci alle ultime due amministrazioni: chi si può illudere, oggi, 2013, di chiamare a responsabile del disastro la parte politica avversa?

Se si vuole avere la percezione del fallimento delle politiche di indirizzo industriale in Sardegna, suggerisco il bizzarro documento riguardante l’intervento di Renato Soru alla direzione del PD che ha approvato il tentativo di dialogo PD-M5S. Sono quasi otto minuti ed è difficile immaginare un modo migliore per certificare l’inconcludenza della politica sarda sul problema industriale.

Il signore che parla, Soru, dice in pratica: Grillo ha ragione; il futuro è Banda Larga&Ambiente; io l’ho detto prima di Grillo e voi mi avete detto che sono un coglione; quindi fate l’esame di coscienza e riconoscete di aver sbagliato: il PD deve decidere cosa vuole fare da grande!

Fossi stato là ed avessi avuto la possibilità di porgli una domanda, gli avrei chiesto, sommessamente: «Mi scusi, ma durante il suo mandato, che cazzo ha fatto per risolvere la questione Sulcis? Vorrebbe dire che il comparto industriale andrebbe chiuso e sostituito da una new-economy basata sulla Banda Larga e il turismo compatibile? Sui carciofi a chilometro zero? E poi: che cazzo ha fatto durante l’ultima legislatura dai banchi dell’opposizione? Mi direbbe quali proposte concrete ha messo sul tavolo?»

Il fatto che Soru, in Sardegna, abbia proposto alcuni dei temi di Grillo, quando il comico era ancora un emerito sconosciuto, è una verità incontestabile. Ad esempio il PPR, l’importanza di Internet, la legalità, l’aggancio al localismo, l’ambiente. È però altrettanto vero che il modello di Soru soffre dello stessa malattia di quello di Grillo: non funziona! E non funziona perché non è sostenibile, numeri alla mano! Piacerebbe a tutti avere ospedali che funzionano, assistenza sanitaria gratuita, scuole dignitose, università di buon livello, cultura… ma anche inquinamento zero, niente industria, Sa Limba come motore di sviluppo. Ma non è così, come ha impietosamente dimostrato proprio l’amministrazione Soru, che per l’industria non ha fatto un belino rendendosi corresponsabile della situazione odierna: l’ALCOA, piaccia o no, è anche figlia sua! Soru è la prova provata che il modello suggerito da Grillo è una sciocchezza, ecco il punto, eppure, paradossalmente, lo rivendica come un successo!

Aprendo un inciso, lo stato catalettico del PD (non solo sardo) lo dimostra il successivo intervento di Pippo Civati, se possibile ancora più surreale del precedente e, buon ultimo, quello di Silvio Lai (penoso)!

Il punto debole delle argomentazioni di questa gente e della rincorsa a Grillo è il voler ignorare che la soluzione della crisi non passa attraverso una “decrescita felice” guidata da una qualche genialata, come pretenderebbe Grillo (o Soru prima di lui e Berlusconi ancora prima). Certo, è una bella suggestione, un bel sogno che fa presa sugli ingenui. Gli italiani (i sardi in particolare) sono proprio questo: ingenui abituati a confondere realtà e realtà virtuale, sia questa televisiva o mediata dalla rete. La suggestione che i problemi si possano davvero risolvere ascoltando un dibattito televisivo e “votando” per un vincitore, oppure cliccando un “mi piace” su fb dopo un rapido giro di siti guidato da Google. Da cui la necessità di spiegare ad un mondo stupito come sia possibile che due clown abbiano vinto le ultime elezioni!

Che il paradigma della “crescita” debba essere cambiato è indiscutibile: l’attività umana deve diventare sostenibile dal punto di vista dello sfruttamento delle risorse planetarie e dell’impatto ambientale. Ma la soluzione, purtroppo, non è quella di comprare le cipolle dietro casa e non è un caso se le soluzioni praticabili per il futuro non arrivano dai paesi che fanno questo, coltivano i fagioli nell’orto e muoiono di influenza!

Ci sarà un qualche motivo se gli spiragli che si aprono all’orizzonte arrivano dalle realtà più industrializzate, da quelle dove un mostro come l’ILVA non esiste, perché i cittadini desiderano i servizi sociali pagati dalle tasse di un’acciaieria, ma non vogliono morire a causa di essa. E ci sarà un qualche motivo se le soluzioni proposte da Grillo necessitano di qualcuno che sviluppi la tecnologia per attuarle, cioè una società fortemente industrializzata!

Così chiudiamo il cerchio: il Sulcis è ridotto uno schifo perché la politica si è occupata poco di industria, in Italia, e niente in Sardegna. E se la giunta Cappellacci è un fallimento totale, da questo punto di vista non è stata migliore quella precedente (sebbene, per tanti altri aspetti, ci sia un abisso, vediamo di non dimenticarlo, perché Soru è stato infinitamente superiore a Cappellacci, anche se non è un gran complimento). La realtà è che dell’industria, e di conseguenza della faccenda ALCOA, non se n’è mai occupato seriamente (= non gliene fotte niente a) nessuno!

La soluzione? Ascoltate con attenzione ciò che dice Emiliano parlando alla direzione PD: non sarà la panacea universale, ma sono parole di buon senso: di questi tempi tutto grasso che cola!

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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3 risposte a ALCOA?! CHI SE NE FOTTE? VIVA LA BANDA LARGA!

  1. Anonimo0 ha detto:

    Le piace vincere facile?
    Se vi piace vincere facile fate la lista dei politici isolani, del Mezzogiorno o anche dell’intero Paese negli ultimi 60 anni e definite un ranking sulla base delle loro visioni e competenze esplicitate e messe alla prova da policies reali in diversi segmenti del vivere sociale, culturale ed economico. Stabilite pure una dead-line, una sorta di linea della povertà al di sotto della quale si trova il decimo girone dell’inferno, mai scritto da Dante, ma solo immaginato con l’affollarsi dei dannati che si torcono dal dolore infilando la loro testa dentro il proprio culo, in onore del peccato dell’arroganza del pensiero non supportato da vere energie. Infine, contate chi sta sopra e sotto questa linea: al di sopra il deserto o qualche rara perla simile ai pochi cactus nel deserto messicano; al di sotto l’enorme massa stretta in poco angusto spazio, come i bagnanti alla II fermata del poetto il giorno di ferragosto..
    Insomma, che sia Pili, Masala, Cappellacci, Vattelapesca a mano sinistra… il discorso cambia poco. La patente di inadeguatezza è presto consegnata, chiavi in mano, ieri come oggi. E sui suoi discorsi di incapacità della classe politica concordo in pieno. Su Soru, il discorso è leggermente diverso (qui lei deve decidersi in merito al giudizio sull’uomo: ieri definito uno dei migliori, oggi un po’ più alto nella statura politica dell’Ugo isolano..; insomma, un po’ di tempo è passato dal governo del sanlurese, qualche ferma idea se la sarà pure fatta..!): persone di questa caratura, con tali visioni, capitano rare volte nel paesaggio terrestre del Sud ma soprattutto, arrivano in ragione della chiamata dei più. Il carisma non si svela se non nei momenti e nei contesti in cui è ardentemente desiderato e fortemente invitato a rivestire ruoli specifici da folla ansimante. La fortuna volle, allora, che Giove entrasse in asse con Saturno… insomma, la faccio breve: Soru è stato una spanna oltre su molti per molti motivi non solo legati alle sue intime capacità; ma altrettante cause – spesso legate alla conseguenze della radicalità di tratti di carattere e di pensiero che paradossalmente lo votarono alla fortuna – lo hanno condannato alla caduta. Punto. Ha perso e tentare di rinverdire quegli elementi di carisma che hanno aperto la sua porta di destino felice sarebbe triste illusione; un po’ come chiedere a chi ha dato danari a mamma Ebe per tanti anni di continuare a farle mandati di pagamento dopo le ripetute carcerazioni. È la logica del gioco carismatico, bellezza: la fiducia è merce così rara da nascere, accumularsi e gestire che, una volta persa, ridarle tono è cosa di difficoltà estrema. Quindi, niente scandalo se il figlio dei gestori di market continua a rivendicare come suoi elementi che ne hanno segnato il successo nel mercato e, in seguito (con questo assolutamente simile a Mr. B.), nell’arena politica: che cazzo dovrebbe fare, inventarsi qualcosa di nuovo quando il successo è arrivato proprio dalla banda larga e non dalla manifattura? Tornerà sempre su questi elementi, sarà un refrain continuo, anche in ragione della incompiutezza dell’opera in Sardegna e della scarsa considerazione (in questo ha perfetta ragione) nei confronti del manifatturiero.
    Detto ciò, ho apprezzato molto i suoi riferimenti alle cose della porzione della mia terra natia, anche se Alcoa è caso particolare: una multinazionale non si confonde mai nel chiacchiericcio del tessuto imprenditivo in cui regala una sua costola, ne è al di sopra, sempre. Cercherà di seguire il suo DNA da Corporation, come Alcoa: spolpare risorse materiali ed immateriali locali, pubbliche e private seguendo in modo ferreo la sua gerarchia di interessi. A mio modo di vedere, il problema di contesti come il nostro con mostri del genere non è tanto averli a casa, quanto “averli con condizioni assolutamente chiare e, per quanto possibile, di minor svantaggio possibile per il territorio che accoglie”. La faccenda può (deve) essere declinata in ordine al rispetto ambientale, alle garanzie sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, alle varie altre responsabilità verso i lavoratori assunti, ai piani di investimento futuro .. e tante altre cose. Su questo la dirigenza politica locale deve dire la sua verso le Big Corporation e non abbassarsi le mutande e insieme consegnare la vasellina all’emiro di turno…
    La sfortuna ha voluto che l’Isola fosse nel Mezzogiorno, e che il menù della cena servita 50 anni fa alla festa chiamata “sviluppo del Sud” fosse composto da pochi ma fortissimi piatti: industria pesante (soprattutto chimica) e sviluppo per poli. Il resto, piccola e media impresa manifatturiera, modernizzazione dell’agricoltura e della pastorizia, servizi integrati per il turismo, per lo più, erano pinzimonio. Ora, non si può fare un torto ai politici locali se si siedono al tavolo e ordinano ciò che il menù propone. Questo è accaduto e questo è continuato ad accadere negli anni (Accademia colpevole), con un occhio più acuto verso la gestione e l’ingrasso delle schiere dei clientes rispetto all’ispessimento di una categoria poco conosciuta a quelle latitudini, il bene pubblico. Questo è peccato mortale, certo. Sulle responsabilità della classe politica mi trovo in linea con le sue proposizioni. Niente da dire se non ripetere la litania che mia nonna raccontava sugli inetti: “dalle prugne non esce sangue”. Punto.
    Piuttosto il mio appunto sta nella speranza che molti (tra i quali anche lei, in parte) conservano nella possibilità che, appunto, dalle prugne venga fuori il sangue. Si sovraccarica la sfera della politica (questo gioco le riesce bene anche verso gli intellettuali) di una serie di competenze e ruoli che, nella realtà concreta, non hanno né dovrebbero avere: ad esempio, il discorso di tanti commentatori sulle difficoltà dei territori a trovare una qualche via di sviluppo (più o meno sostenibile) si concentra sempre sul nanismo della classe politica ma non cita mai la categoria degli imprenditori o quella dei banchieri. È presente un’incredibile semplicità nello schema di attribuzione di responsabilità, dimenticando poi chi realmente, quotidianamente, è alla presa con i meccanismi economici del fare impresa. L’incapacità di fare network, di fare forza dai piccoli numeri ed “essere grandi rimanendo piccoli” (in Toscana e in Emilia e altrove li chiamano Distretti), di credere ed investire sui diversi tipi di innovazione, di allargare i propri mercati di sbocco .. e tante altre funzioni prettamente economiche è forse diretta funzione dei politici che poggiano il proprio culo in via Roma? Magari sì, ma in parte, poca parte (magari agevolando gli attori economici con l’infrastruttura materiale ed immateriale del territorio, con attribuzione di risorse pubbliche su settori definiti strategici non per soli due mesi…), ma per lo più NO, non è una loro diretta responsabilità. L’incesto tra le due sfere, quella politica e quella economica, l’accettazione della seconda di sopravvivere grazie all’apertura di portafoglio della RAS non è solo imposizione della classe politica, è anche rozza strategia di corta veduta degli imprenditori locali. E di questo, di questa cultura della sopravvivenza e dell’accattonaggio, non si parla mai. Così come non si parla dell’estrema delicatezza della funzione del credito nel tessuto locale: Cabras (se sarà lui) non conterà un cazzo nelle possibilità di aiutare il contesto economico rivestendo la carca apicale della Fondazione BdS. Il cuore (ma soprattutto il cervello) di tutta l’architettura organizzativa bancaria sta al Nord e su questa dinamica nessuno in via Roma può alcunché. Certo, si potrebbe aiutare a tirar su un nuovo Banco di Cagliari (Sassari, Nuoro, Bacu Abis..), con altre logiche di relazioni con il territorio, evitando che i membri del CdA finanzino sostanzialmente se stessi con i danari dei correntisti; si potrebbe evitare che la Banca d’Italia mandi i suoi commissari per indagini specifiche.. Va beh.. questo è chiedere troppo alla classe politica nostrana ma, soprattutto, agli imprenditori locali. Ecco, bisognerebbe incominciare ad evitare di concentrare tutta l’attenzione solo sulle castronerie dei commercialisti votati alla politica di turno e dei loro amici e colleghi, non dimenticando certo la loro importanza ma, soprattutto incominciare a premere sulle importanti e piene responsabilità di tanti altri attori che animano il tessuto socio-economico di questa oramai triste porzione di paese.

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Anonimo0,
      in breve.
      Sì, la gestione Soru, per alcuni aspetti, è stata positiva (il suo PPR, ad esempio). Ciò che ho sempre detto (e non ho mai cambiato idea) è che la sinistra l’ha considerato il “Berlusconi buono” (cioè l’imprenditore di sinistra) commettendo un terribile errore strategico. Che non abbia mai fatto nulla per il manifatturiero credo sia un fatto oggettivo e non una mia opinione.
      Solo una parola sugli “imprenditori” (e su ALCOA). L’impresa va dove conviene e in Sardegna conviene poco. Per renderlo “conveniente” bisogna saperlo fare e disporre di un sistema sano: a noi mancano entrambe le cose. Da qui le mie rimostranze contro politici e intellettuali (i primi incapaci e cialtroni, i secondi, nella migliore delle ipotesi, pigri (nella peggiore correi)). In totale, ciò mi spinge a ritenere la via migliore quella della partecipazione statale (che però ha bisogno di un sistema sano, quindi non è la panacea per tutti i mali: in ogni caso dovremmo riformare noi stessi).
      Su ALCOA, invece, ho un’idea diversa dalla sua. Quando Aluminia venne privatizzata (enorme sciocchezza, naturalmente, avrebbero dovuto accorparla a Finmeccanica) lo stabilimento di PVesme non lo voleva nessuno. ALCOA lo prese per potersi prendere altri segmenti ben più appetibili (i SL), dicendo chiaramente che lo avrebbe fatto purché: a) gli avessero pagato l’energia; b) per un lasso di tempo limitato.
      Capisco che ALCOA faccia la parte dello sciacallo (ed è pure vero, per certi versi) però la cessione di PVesme avvenne per via politica senza che il territorio muovesse un dito. I politici dell’epoca sapevano benissimo che l’operazione sarebbe finita nell’attuale casino, però faceva comodo a tutti perché non c’è la capacità di inventarsi un futuro. Come dire: se si mette un osso in bocca ad uno sciacallo che dichiara di esserlo, non ci si lamenti troppo se poi lo sciacallo se lo mangia.
      In definitiva, sarà anche vero che ci sono altri attori e non solo politici e intellettuali, ma bisogna avere ben chiaro il concetto che la Sardegna è ciò che è: un luogo in cui la produzione manifatturiera funziona se parte della convenienza è rappresentata dalla funzione sociale dell’impresa e non solo dal profitto. Come dire che senza un apporto fondamentale della politica non può funzionare. E senza la PPSS qualunque vantaggio diventa automaticamente il fine dell’impresa, sostituendo la produzione!
      Non prendiamocela solo con Cappellacci, certo, ma senza politici capaci il manifatturiero ce lo scordiamo e secondo me ne avremmo invece un gran bisogno.
      Ultima nota, a proposito di intellettuali: ma se lei scrivesse un romanzo sulla storia dell’alluminio sardo, oppure uno sul contratto d’area di Ottana, troverebbe qualcuno disposto a pubblicarlo e promuoverlo? O non è forse vero che si pubblicano solamente gialli e storielle sui bei tempi andati?
      Cordialmente,

  2. Proto Zuniari ha detto:

    A me sembra che se ne siano fottuti di Alcoa come di Vynils, come dell’Ilva e, di recente, come di Richard Ginori (dove era Renzi?). Ora sono tutti presi ad inseguire le zucchine a chilometro 0 e i no Triv di Grillo; tutti insieme appassionatamente con i soci della TreA , devastatori ambientali e distruttori delle poche produzioni agricole dal volto umano che TreA sta fagocitando per chiuderle e garantirsi il monopolio totale del settore vaccino in Sardegna. E’ vero, bisogna riconoscere che Soru, almeno nell’Isola, ha precorso Grillo sull’ambiente. Comunque, l’ottimo PPR, anche se con i soliti recalcitranti, il PD lo ha votato. Al di là del PPR e del master and back non rimangono impresse gradi cose: molta limba & identità e tanta demonizzazione dell’industria, manifatturiera e non. E qui Grillo è stato più abile, infatti pur avendo in odio l’industria e chi ci lavora ( ma anche chi lavora in genere) Grillo ha conquistato il voto operaio-cassintegrato, non solo del Sulcis ma di tutta l’Italia. Soru, sarà per “radicalità di tratti di carattere e di pensiero” quel voto proprio non l’ha saputo, o voluto, cercare. Basta vedere cosa i fan di Soru (ora tutti, o quasi, grillini) scrivevano sul blog di SD su minatori e operai del Sulcis. La banda larga non basta possederla, bisogna saperla usare, e Grillo è più abile, con buona pace del carisma e sintomatico mistero del nostro ex presidente.
    Ma per le migliaia di disoccupati, chiunque abbia voglia di assumersi responsabilità di governo, dovrà trovare soluzioni, e senza il manifatturiero credo non si possa andare lontano. Ma zona franca o no, credo che non sia questa la congiuntura favorevole per nuovi insediamenti industriali, e non solo per motivi economici. Le campagne ideologiche, complici un pò tutti, fanno sorgere comitati no-qualunquecosanonsiapecorino come funghi.

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