LA RIVOLUZIONE DELL’INFORMAZIONE?

imagesIl titolo originale di questo libro è Information: A very short introduction (Oxford University Press, 2010). Se lo faccio notare è perché nella traduzione italiana e nel cambio di titolo si perde, in parte, il carattere dell’opera. Le “very short introduction”, infatti, sono saggi divulgativi, inquadrati in una collana che spazia su un orizzonte vastissimo, dalla filosofia alla scienza applicata: praticamente tutto lo scibile umano. Tuttavia, saggi affidati a personalità di spicco dell’argomento in oggetto.

Luciano Floridi, filosofo, è per l’appunto, se non il fondatore della filosofia dell’informazione, di certo il massimo esponente della disciplina (ricordo il suo Philosophy of information) e si cimenta nel compito, tutt’altro che facile, di spiegarci cosa sia l’informazione in 150 pagine.

Dice l’autore nelle prime righe del saggio:

«Lo scopo di questo libro è quello di fornire un quadro di che cosa sia l’informazione, della sua natura multiforme, dei ruoli che gioca in diversi contesti scientifici e delle questioni sociali ed etiche sollevate dalla sua crescente importanza. […] La mia speranza è che aiuti il lettore a comprendere meglio l’ampia varietà di fenomeni informazionali con i quali ogni giorno abbiamo a che fare, la loro profonda e fondamentale rilevanza e, in questo modo, la società dell’informazione in cui viviamo e le nuove responsabilità che ci aspettano»

Pertanto, il titolo dell’edizione italiana, La rivoluzione dell’informazione (Codice 2012), è, di fatto, più che una descrizione, una lettura “di parte” del saggio, che prende spunto dall’argomentare di Floridi, nel primo capitolo (titolo: L’informazione) in merito all’attuale impatto dell’informazione sulle nostre vite, effetto che pone a confronto con il cambiamento di paradigma determinato dalle rivoluzioni copernicana, darwiniana e freudiana. Dunque è Floridi che definisce quarta rivoluzione quanto accade in merito all’informazione assegnandone il ruolo di scienziato rappresentativo ad Alan Turing.

Tuttavia, premettendo di essere lettore ben lontano dalla possibilità di un giudizio tecnico sul senso del saggio – e consapevole che pur nel piccolo mondo della saggistica un titolo riveste una certa importanza – sarei del parere che Floridi non si stia preoccupando della rivoluzione, che pur ammette essere in atto (e come negarlo, del resto) ma dell’informazione, di cosa sia, tema decisamente complesso e ricco di sfaccettature («L’informazione è un labirinto concettuale […]», ci dice all’inizio del secondo capitolo) tema che vuole descrivere e chiarire, per quanto possibile, in un piccolo saggio divulgativo (piccolo in riferimento al tema, naturalmente!). Infatti, definito il linguaggio dell’informazione (Cap II) seguono capitoli dedicati agli argomenti specifici dell’informazione matematica, semantica, fisica, biologica, economica.

Da semplice lettore, è bene sottolinearlo nuovamente, potendo probabilmente capire qualcosa in più riguardo l’informazione fisica (ammesso e non concesso che sia avvenuto, sia chiaro!) ammetto di aver ricavato dalla lettura del capitolo specifico più interrogativi che certezze, non per la prima volta quando mi capita di leggere un filosofo (anche gli epistemologi) che tratta di scienza. Impressione mantenuta anche per il capitolo successivo, dedicato all’etica dell’informazione, sebbene gli interrogativi siano questa volta particolarmente stimolanti, soprattutto per quanto riguarda la disparità di accesso all’informazione a livello globale, vista come un possibile metodo coercitivo per l’esercizio del potere [sottolineo due punti: il primo, a livello globale (a livello locale è una banalità); il secondo, stiamo parlando di “informazione” in senso lato, non della parte riguardante i media televisivi, come qualcuno potrebbe ritenere].

Trovo invece particolarmente condivisibile la riflessione contenuta nelle quattro (di numero) paginette contenenti l’epilogo: «Il matrimonio tra physis e techné» (corsivo dell’autore). La necessità di interpretare la tecnologia come mezzo di intermediazione tra sé stessa e l’ambiente, posizione che sostengo (assai modestamente, naturalmente) anche per questioni bassamente locali (una per tutte la necessità di un comparto industriale diffuso a livello nazionale, quindi la richiesta che certe regioni non vengano private del contributo industriale per divenire alberghi per vacanze e campi di patate DOP; cosa c’entri con l’informazione, purtroppo, richiede la lettura del saggio!)

L’argomento, tanto spinoso quanto importante, è ben riassunto dalla conclusione dell’autore: «Dovremmo […] resistere alla tendenza assolutistica a rifiutare ogni forma di bilanciamento tra una certa dose inevitabile di male e una maggiore quantità di bene o […] alla tentazione moderna, reazionaria e metafisica, di separare nettamente naturalismo e costruzionismo, privilegiando il primo come unica autentica dimensione della vita umana». Trovandoci in clima elettorale, ed essendo il sottoscritto un sostenitore di una sinistra che vorrebbe essere di governo, mi sentirei di suggerire queste parole a tutti coloro che interpretano la politica nel senso della lotta per l’imposizione di una «verità». Che, in tutta evidenza, è ben altro dal suggerire il divorzio da posizioni ideologiche. In particolare a quei candidati che, sull’onda dell’entusiasmo e della caccia frenetica al consenso, potrebbero anche trovarsi (e glielo auguro) a fare i conti con la realtà, faccenda affatto diversa dai bei sogni di marca new age che vedo sbandierati ovunque in mancanza di argomenti concreti e ancorati, prima di tutto, alle necessità dei cittadini.

A chi consigliare la lettura di questo libro?

È necessario premettere, doverosamente, che quanti decideranno di investire quindici caffè per acquistare il libro (oppure sette, in versione e-book) si troveranno di fronte un saggio problematico, sia per i temi che per il lessico. Chi ha poca dimestichezza con la filosofia, intendo anche a livello divulgativo, dovrà mettere in conto la necessità (che potrebbe risultare fastidiosa) di acquisirne il lessico di base, mentre, d’altra parte, coloro che non frequentassero assiduamente la techné dovranno operare un piccolo sforzo in questa direzione (non saprei dove porre la matematica, che spesso è ostica per tutti, altro che techné!). Nulla di discorsivo o, come si dovrebbe dire in tutta onestà, nulla di realmente divulgativo nel senso corrente del termine: per leggere Florido, questa volta, è necessario un retroterra robusto.

Ciò detto, mi piacerebbe che gli argomenti trattati facessero parte del bagaglio culturale di coloro che si propongono come intellettuali, perché c’è effettivamente una quarta rivoluzione in atto – di cui internet è la punta dell’iceberg – e dobbiamo farci necessariamente i conti, senza dimenticare che ancora non abbiamo metabolizzato gli esiti delle prime tre (rivoluzioni!)

Chi non avesse voglia di studiare (ecco il termine corretto) potrebbe preferire i quindici (o sette, soprattutto qualora soffra di ipertensione) caffè. Gli altri troveranno Floridi (come al solito, direi) altrettanto pericoloso della caffeina… però bisogna sapere come fare.

Auguri!

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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