LILLIU E LA CITTADELLA DEI MUSEI: UN’OCCASIONE PERSA

POST 110 LILLIU E LA CITTADELLA DEIMUSEI UN'OCCASION PERSAOggi ,19 febbraio 2013, la Cittadella dei Musei, a Cagliari, viene intitolata a Giovanni Lilliu. Perché?

La motivazione è ben illustrata nel sito istituzionale dell’Università di Cagliari: perché Giovanni Lilliu è stato:

Professore ordinario di Antichità sarde, Soprintendente alle Antichità della Sardegna, fondatore e direttore della Scuola di specializzazione in Studi Sardi, Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, Consigliere regionale e comunale di Cagliari, Accademico dei Lincei e primo “Sardus Pater”.

Credo che sia difficile condensare Lilliu in meno parole, ma questa descrizione è redatta in un ordine bizzarro: è scritta al contrario.

La Cittadella dei Musei verrà intitolata a Lilliu per un unico grande motivo: perché è il primo Sardus Pater. E lo è perché è stato un uomo politico influente; ed è stato un uomo politico influente perché ha saputo sfruttare tutto ciò che viene detto prima di “Consigliere regionale”. Se Lilliu fosse stato semplicemente un intellettuale, uno studioso, un archeologo, per quanto importante (e ci sarebbe da discuterne, sul termine “importante”) non sono certo che staremmo qui a parlare di lui e dell’istituzione museale che d’ora in poi avrà il suo nome. Al di là della retorica e dell’agiografia, bisognerebbe avere il coraggio di dire la verità: che l’importante struttura pubblica cagliaritana viene dedicata ad un ideologo, che ha piegato il dato archeologico ad una propria idea di “sardo” e “identità sarda”. E ci dovremmo domandare, allora, perché si intitoli un museo a qualcuno!

 

Una risposta condivisibile potrebbe essere: perché il qualcuno rappresenta una lezione, un esempio, una strada da seguire. Oppure perché quel qualcuno è un simbolo forte, come potrebbe esserlo una persona perseguitata e, in questo caso, neppure ci interessa chi sia veramente. Si potrebbe intitolare un museo agli ebrei trucidati nei lager senza conoscere, in dettaglio, neppure una delle sei milioni di storie della Shoah e lo si fa.

Cosa avrebbe da insegnarci, il professor Giovanni Lilliu?

Mi piacerebbe saperlo, davvero, perché in tutto l’enorme ammasso agiografico che lo riguarda, una sola cosa è veramente certa: il richiamo alla sardità! Poco importa che abbia liberato dalla terra il complesso di Su Nuraxi, a Barumini. Poco importa, come cerca di articolare qualcuno, che abbia introdotto in Sardegna il metodo stratigrafico (quanto ci sarebbe da discutere su questo, visto che per la maggior parte delle persone, dei “sardi”, è un termine largamente privo di senso). Ciò che davvero pesa è la trovata antropologica del “sardo resistente”, forzatura talmente manifesta che a poco vale anche il tentativo, assai maldestro, di storicizzazione. Ciò che Lilliu “vide” nel complesso di Barumini era fantascienza già allora, non solo oggi, e già allora un qualunque archeologo degno di essere chiamato tale, un Doro Levi, tanto per fare un nome, avrebbe fatto a meno di vedere i pastori barbaricini dietro le muraglie a secco del nuraghe.

Sarebbe questa la lezione di Lilliu?

Sì, è proprio questa. Gli stiamo intitolando la Cittadella dei Musei perché fu il primo, in Sardegna, a considerare l’archeologia come una leva efficace nelle rivendicazioni nazionaliste sarde! La usò, l’archeologia, la sfruttò, la torse, la deformò, non saprei quali altri termini usare, per giustificare e propagandare la propria idea di “sardo”, la stessa ancora in auge in tanta parte della politica e intellettualità che si richiama all’autonomismo, all’indipendentismo e non solo. Se ancora oggi si parla di “come sia il vero sardo” erede dei nuraghi e, parlandone, si pensa allo stereotipo del pastore barbaricino, è in gran parte opera sua.

Non sarà superfluo ricordare in quali anni cominciò a dedicarsi a questo sport: la definizione del “suo” sardo, quello che ancora avanza, oggi, in tanta parte dell’immaginario collettivo isolano. In quali anni fu alla Soprintendenza.

Nessuno pretenderebbe da Lilliu ciò che non fu della più parte degli italiani, ma dal ’43 al 45’, mentre il Sardus Pater stava in un’istituzione pubblica, c’era chi una scelta precisa l’aveva fatta e rischiava la vita per la libertà, quella cui siamo tanto abituati da disprezzarla quotidianamente come cosa di poco conto. E c’era anche chi la scelta non poté farla perché fu obbligato. Quel Doro levi di prima, guarda caso, che dalla Soprintendenza e dall’Università fu estirpato come la malerba per aver commesso un crimine orrendo contro l’umanità essere ebreo!

Chi non era ebreo rimase dove stava, tranquillo, in attesa che passasse la tormenta e il mondo cambiasse per rimanere, in gran parte, ciò che era prima. Dove starebbe la lezione di LIlliu? Cosa abbiamo da imparare da lui? Che si può usare la propria disciplina a piacimento? Che è meglio aspettare che passi a’nuttata come facciamo tutti? Per questo oggi viene scoperta una statua? Affinché ciascuno di noi se ne persuada più dui quanto già non sia?

Eppure, oggi, nel coro che celebra cotanto Sardus Pater non ci sono solamente coloro che di Lilliu sono epigoni e allievi. Anche questi, certo, perché negarlo, ma perché coloro che all’antifascismo, alla militanza, all’orrore per il razzismo si richiamano spesso, così come al rigore scientifico della disciplina archeologica, tacciono o cantano nello stesso coro?

No, non dico che Lilliu fu fascista, né affermo che fu razzista. Non è così. Ma è anche vero che non si distinse per aver militato nel campo opposto, né, fino alla scomparsa, mai si domandò se non avrebbe dovuto, come, forse, ci si sarebbe potuti aspettare da un Pater, sardus o no. Né ebbe mai il minimo sospetto che le proprie tesi, così palesemente prive di rigore metodologico, potessero ingenerare, se non razzismo, almeno un dubbio. Che cos’era il “sardo” di Lilliu che ancora ci vediamo di fronte nel 2013 un po’ ovunque?

Avendolo nominato, dico che avrei preferito dedicare la Cittadella dei Musei a Doro Levi, anche solo per i tre anni passati a Cagliari, ad insegnare e tenere la Soprintendenza. Fece in tempo ad evitare che una collana punica finisse nelle mani di Goering e, almeno questo, sarebbe un esempio da imitare, un lascito importante, altro che Sardus Pater, i cui nipotini hanno regalato i quattro mori a Berlusconi!

Ma sospetto che la statua sarebbe stata eccessiva: in questa Sardegna, anche in effige, Doro Levi non sarebbe rimasto e i professori, questa mattina, non avrebbero scoperto niente. Sarebbe fuggita, la statua, nottetempo.

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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16 risposte a LILLIU E LA CITTADELLA DEI MUSEI: UN’OCCASIONE PERSA

  1. Amira Sirio ha detto:

    [url]http://www.facebook.com/#!/groups/195868457179965/?fref=ts[/url]..inoltre, mi domando seriamente come sia possibile perseguire cotanti ideali di “giustizia comune” (se pur palesemente personali quanto incondivisibilissimi o meno..) con un corollario di malcostume .. sciattezze e sguaiatezza: in simile contesto e a tal vista… e per “osmosi” (peggio che la peste..) qualunque tentativo di divulgazione di un qualsivoglia pensiero, anche il più elevato…cadrebbe inderogabilmente..e precipitevolissimevolmente!!!

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Amira Sirio,
      se desidera pubblicare un commento nel blogghino, non esageri con i link (e impari come fare). Il commento era finito nello spam.
      Cordialmente,

    • Amira Sirio ha detto:

      Domando perdono gentile Ainis.. ma con lei che “illumina il cammino” .. imparerò in men che non si dica.

      • Gabriele Ainis ha detto:

        Gentile Amira Sirio,
        sarebbe sufficiente studiare, come facciamo tutti. Senza dimenticare che nessuno obbliga all’acquisto delle lampadine (né alla necessità di farlo): è lei che desidera (leggere e) commentare, non la costringe nessuno!
        Cordialmente,

  2. Amira Sirio ha detto:

    si legge quel che altri bramosamente pubblicano… (piuttosto che tener per sè); cosa si cerca: approvazione o dialogo?..o altro… . Sempre e sempre – Cordialmente.
    ——————
    Gentilissimo Ainis, ribadisco, io leggo quel che altri pubblicamente propagandano e proclamano (piuttosto che mantener come privato e personale pensiero); cosa si va cercando?..il beneplacito? L’approvazione comune? Dialogo?..o altro……… .. . Sempre e sempre cordialmente.

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Amira Sirio,
      prima che commenti ulteriormente, le rispondo.
      Tanto per essere chiari che lei (o chiunque altro) legga e commenti non me ne può fregar di meno.
      Se vuole commentare lo faccia ma impari come si fa, altrimenti finisce nello spam e non è detto che il suo commento compaia.
      Se poi non le importa che il commento compaia (e visto il suo livello ci potrebbe anche stare) siamo in due.
      Va bene?
      Cordialmente,

  3. Lino ha detto:

    Gentile Ainis,
    sono anch’io dell’opinione che il trapassato Lilliu non meriti tanti riconoscimenti, non è stato (come Lei scrive ) un buon esempio né un modello o un simbolo che meriti una dedica di questo tipo; il perché lo ha spiegato bene e non credo occorra insistervi. Vorrei, invece, farle notare una Sua incoerenza nella posizione assunta oggi.
    Lei qualche giorno fa si espresse negativamente (che in linea di principio concordo) sull’opportunità o meno dell’utilizzo dell’aula magna di Sassari da parte un relatore “parascientifico”. I criteri per stabilire la scientificità o meno di una teoria sono noti a tutti (o quasi) e Lei, come suo fare, li ha puntualmente ricordati. Vorrei però ricordarLe che in quell’Aula Magna il Lilliu (e il suo seguito) ha avuto modo di presentare le sue teorie che (seguendo i Suoi parametri) erano completamente esenti di una metodologia scientifica; senza peraltro incontrare né il Suo disappunto né quello degli odierni archeologi che oggi si innalzano a paladini del metodo scientifico.
    I danni che può provocare una teoria “campata in aria” sono, ovviamente, legati al suo livello di credibilità che le deriva principalmente dal tipo di fonte da cui proviene. Sono, infatti, mediamente poche le persone che hanno gli strumenti per capire se una teoria su un particolare campo d’indagine della scienza sia attendibile o meno. Il danno che ha causato (e che ancora causa) Lilliu è enormemente più grande di quello che può causare le teorie di Sanna. Proprio perché, le teorie di Lilliu provengono dalla fonte ufficiale, quella più credibile (antropologicamente: ‘dda na nau su gazzettinu sardu). Ciò che non riesco a capire è (se escludiamo questa Sua timida presa di posizione ostile nei confronti di Lilliu) perché il resto dell’intellighenzia e dell’archeologia sarda fa le statue al dispotico Lilliu e se la prende col Sanna?
    Il danno e il ritardo dell’archeologia sarda l’ha causato Lilliu mica il Sanna! Sanna è l’effetto non la causa.
    Non le sembra che da una lato si osanni la scarsa igiene e dall’altro ci si lamenti per i troppi scarafaggi? Ma la “sporcizia archeologica” in Sardegna dura da 50 anni. Ainis fino ad ora dov’era?

    Lino

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Lino,
      suppongo che lei legga ciò che scrivo (se così non fosse, lo faccia, perché non posso riprendere un paio d’anni di post, o meglio non ne ho voglia; se non ne ha intenzione, faccia come se non le avessi risposto, non è importante) quindi non sto a ripetere che il succo del suo ragionamento è corretto, salvo due particolari:
      – il principio di rilevanza non vale (neppure per LIlliu);
      – dal punto di vista tecnico (e fatte le debite trasposizioni in merito alla disciplina, perché Sanna non parla di archeologia) un confronto tra Sanna e Lilliu è improponibile. Lilliu è perfettamente padrone della tecnica della propria disciplina (l’archeologia) Sanna no (non saprei neppure a quale disciplina accostarlo!).
      Pertanto un parallelo i due non è irriverente, è sbagliato dal punto di vista logico: l’uno (Lilliu) fa l’archeologo, l’altro (Sanna) non saprei neppure dire cosa tenti di fare! Se lei non apprezza questa differenza (ma suppongo di sì) può a fare a meno di andare avanti. E infatti non ho mai sostenuto che Lilliu non fosse un archeologo, ma che abbia adoperato l’archeologia per definire un “tipo sardo” ad uso nazionalistico. Questo risponde alla sua domanda in merito all’uso dell’aula. Il punto non è l’uso dell’aula da parte di Lilliu quanto il fatto che nessuno ha mai messo in risalto l’uso che ha fatto dell’archeologia. Per onestà intellettuale, sappia che questa mia posizione non è condivisa da nessuno di coloro che della disciplina ha fatto un mestiere!
      Ciò detto, lei commette un errore: afferma che il mondo accademico “ce l’ha con Sanna”. È sbagliato. Nessuno ce l’ha con lui, tutt’altro. Gli sono stati dedicati anche dei lavori (scientifici, trova i dettagli in precedenti post) a cui non ha mai risposto (con lavori scientifici: rispondere ossessivamente “tutte balle” sono capaci tutti). Neppure io ce l’ho con Sanna, ci mancherebbe: perché dovrei? Trovo che, poiché ciò che fa non ha alcuna base scientifica, definita nel senso che ho descritto, non deve pubblicizzare i propri libri mediante l’uso di un bene comune, riservato (come può leggere nel regolamento della facoltà di medicina) alla scienza. Per il resto può fare ciò che vuole: scrivere, affittare un teatro o una spazio in televisione, andare a spasso facendosi pubblicità come uomo sandwich: chi glielo impedisce?
      Infine, la bizzarra domanda su cosa facessi negli ultimi 50 anni. La risposta più adatta sarebbe: i cazzi miei! Però, poiché la buonafede non si nega a nessuno (fino a prova contraria) le rispondo diversamente. Non essendo un archeologo (il mio backgroud è tecnico-scientifico) in vita mia (a parte la passione per l’archeologia) mi sono occupato di tutt’altro e ho cominciato a scrivere di queste cose qualche anno addietro nel blog di Pintore (per questo, all’inizio, le ho detto di rileggere ciò che ho scritto). Da allora, la mia posizione nei confronti di Lilliu e dell’archeologia in Sardegna è sempre la stessa: trovo che si dovrebbe risolvere questa sorta di peccato originale determinato dalla “sindrome della costante resistenziale”. Basterebbe poco (oppure moltissimo dipende dai punti di vista) semplicemente si dovrebbe esternare ciò che pensano moltissimi e nessuno dice per opportunità legata ai meccanismi della carriera universitaria (mai detto che l’università sia un monastero!) e per altre questioncelle sparse.
      Ci sarebbe anche da dire che l’archeologia, come disciplina, soffre ancora di molte contraddizioni interne (ad esempio la necessità di passare al peer reviewing) ma sono discorsi che porterebbero lontano e, in ogni caso, sono ben altro dall’uso di un’aula universitaria, ahimè.
      La consolerà il fatto che io sia considerato un emerito rompicoglioni sia dagli archeologi che dai fantarcheologi: ci sarà un perché!
      Se poi la sua domanda vorrebbe alludere alla possibilità che “Gabriele Ainis” sia un nick e io un “accademico” nascosto che improvvisamente si sveglia, cancelli pure tutto quanto precede e proceda a fare in culo senza passare dal via. In caso contrario, spero di essere stato esauriente.
      Cordialmente,

  4. nome.cognome ha detto:

    Caro Lino, non sono né sardo né archeologo, cioè guardo tutte queste diatribe con sana distanza. Però, lavorando da scienzato in un campo ben diverso conosco benissimo certe invarianti di un sistema universitario “chiuso”. Questa chiusura accademica (con forti effetti incestuosi a livello intelletuale e di carriera) non è un’invenzione sarda.

    Uno esempio: Per un bel sacco di anni facevo il redattore responsabile di una rivista scientifica, cioè con un processo valido peer review. Tutti i review ed anche tutti i “comments to the editor” finivano nella mia mailbox. Tutto bene, tutto perfetto – ad esclusione di un certo campo specifico, chiamiamolo “quasimeccanica”, che si distinguiva dai toni positivi, talvolta addiritura ossequiosi dei reviews. Cosa fare? Un’indagine veloce portava fuori che
    (1) molti autori in questo campo di quasimeccanica lavoravano all’istituto di un certo professore,
    (2) TUTTI gli altri autori (e necessariamente i reviewer) che si dilagavano sulla quasimeccanica in quella rivista erano ex-dottorandi di quel prof e detenevano una cattedra o lavoravano presso queste cattedre, direi, “succursali”,
    (3) troppo spesso si abusava la rivista come Festschrift per “lui” ,
    (3) MAI un scienzato fuori di questo cerchio incestuale ha pubblicato sulla quasimeccanica nella rivista “mia”,
    (4) i risultati del Science Citation Index in riguardo a queste pubbicazioni (trascurando i membri del cerchio incestuoso) si dimostravano letale per una rivista internazionale.

    Finalmente, con l’aiuto dell’Editore che aveva un forte interesse di promuovere la rivista nei rankings scientifici, abbiamo esiccato questa palude autoreferenziale. Fine. Punto.

    Sebbene io potevo nascondermi dietro una direttiva scritta dell’Editore, dall’istituto di quasimeccanica si scatenava una burrasca che si trasformava in un tornado centrato alla mia persona. Un tornado che per un pelo mi avrebbe costato il mio posto di lavoro.
    Non ho il minimo dubbio che in un’ambiente accademicamente e geograficamente chiuso, come quello sardo, l’esito sarebbe stato diverso – anche a causa dell’intrecciamento tra gli interessi dei protagonisti a livello di politica universitaria e regionale.

    Perché questo proemio lungo? Perché scioglie il tuo enigma:
    “Ciò che non riesco a capire è […] perché il resto dell’intellighenzia e dell’archeologia sarda fa le statue al dispotico Lilliu “.

  5. Carlo Masia ha detto:

    Caro Ainis,
    penso che il suo problema non è l’antifascismo e l’impegno politico di Lilliu, non è dimostrare che le sue tesi erano prive di rigore metodologico. Su questo argomento dovrebbero risponderle altri, e si chieda perché non lo fanno. Il suo problema è che soffre di una forma grave di allergia, allergia a tutto ciò che riguarda la Sardegna. Non appena sente o legge la parola “sardità” le si scatena il quadro tipico di tutte le forme di allergia generalizzata, che lei attenua con uno di questi tipici articoli. Per favore, se mi dovesse rispondere, non scriva quelle parole da lei tanto amate: culo, cazzo, etc.

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Carlo Masia,
      cazzo, credo che lei sbagli, culo. Sono, al contrario, fortemente legato, cazzo, alla Sardegna, culo.
      Se ne ha voglia, cazzo (ma non è una prescrizione medica) culo, si rilegga alcuni post in cui rifletto sul concetto di “identità” trovandomi, cazzo, in accordo, ad esempio, culo, con Amartya Sen (l’identità è personale, cazzo, culo, culo, cazzo, non collettiva, figa). La sardità, cazzo, di cui, culo, parla lei è infatti una categoria affetta da circolarità logica, cazzo, e non può essere definita, culo, culo, cazzo, cazzo.
      Sul caso specifico di Lilliu, cazzo cazzo, è facile cavarsela come fa lei, culo cazzo, cazzo culo, affidandosi ad altri, cazzo. Nessuno cazzo lo impedisce cazzo culo ma far cazzo finta di culo culo pensare potrebbe essere anche cazzo cazzo simpatico (per chi ci prova, cazzo)
      Senza, cazzo, citare i cialtroni che di, culo, sardità ci vivono, alle spalle di coloro che ci credono, pisellino, pipì!
      Minchia, cazzo, culo, figa, tette, cacca, popò.
      Cordialmente,

  6. Asia ha detto:

    MINCA! La tara comincia a pesare un po’ troppo, 😀

  7. Lino ha detto:

    Culo! pesa molto pure il netto!
    Lino

  8. Nufré ha detto:

    Poco stimato Carlo Masia: se lei fosse stato scodellato in Svezia, probabilmente ci starebbe facendo la testa a brodo con la ‘svedesità’, che ci sta sui genitali esterni proprio come la ‘sardità’.
    La critica a Lilliu è solo ‘sussurrata’, oppure dichiarata apertamente negli ambienti fidati, a tenuta stagna. Perché ‘ufficialmente’ ancora non si può parlarne ‘male’ dicendo la VERITA’ sulle sue posizioni e su certe sue idee sbagliate, su alcune sue manchevolezze e su quanto male in realtà egli abbia fatto all’Archeologia isolana: è troppo presto.
    Egli fu troppo venerato come Pater Sardus, perché non passi per iconosclasta chi si azzardi adesso a criticarlo seriamente. Perduellione, perduellione!
    Con il tempo, man mano che si chiariscono i sempre più numerosi errori d’impostazione di cui il suddetto si rese responsabile (mi astengo dal farne il già lungo esempio: le dico solo che la politicizzazione dell’Archeologia Sarda è in gran parte colpa sua ed ha di fatto giustificato tutti i Sanna di questo variopinto panorama isolano), sarà la realtà della Storia ad assegnargli il suo giusto posto. Che non è affatto quello che crede lei, che se ne sta a chiappe strette per non farsi cader fuori la sardità.

  9. Nufré ha detto:

    M’è scappata una ‘shin’ in più nella parola Sardo-nuragica ‘iconoclasta’: sarà un serpentello di Sanna, oppure un’Ameba di Losanna, chissà!

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