NEUROARCHEOLOGIA ALLA FACOLTÀ DI MEDICINA DI SASSARI : UN PRIMATO – PARTE PRIMA

POST 091 GENTILE MARCELLO MADAUParte prima, in cui si parla in generale di scienza, probabilmente senza che nessuno si incazzi. In attesa della seconda in cui, altrettanto probabilmente, c’è chi si incazzerà non poco.

Qualche giorno fa, mi sono posto una semplice domanda: Chi ha il diritto di usufruire di un’aula universitaria per tenere una conferenza? Ci sono almeno due buoni motivi per discuterne: il primo, che un’aula universitaria è un bene comune, pagato da tutti noi attraverso le tasse. Basterebbe questo per domandarsi come debba essere usato e a chi spetti la responsabilità di controllare che l’utilizzo sia conforme alla legge. Ad esempio: supponiamo che io voglia vendere un preparato medico, che so, l’aspirina padana. Posso aspettarmi di avere l’autorizzazione per parlarne in un’aula universitaria di una facoltà di medicina (o in una scuola) organizzando una conferenza?

Il secondo motivo richiede argomentazioni più sottili: di quali temi si deve parlare in un’aula universitaria? Di tutto e di più? Ad esempio, tanto per dire, se un mago decidesse di tenere una conferenza in una facoltà di medicina per convincere gli astanti delle proprie ragioni, avrebbe il diritto di farlo? Si o no? E se no: quali sono i limiti dell’accessibilità? Chi e come decide di cosa si debba parlare in un’aula universitaria?

Proviamo a domandarcelo, però senza limitarci ai maghi e alle fattucchiere o ai venditori di prodigiosi ritrovati contro il trasudo dei piedi, perché a dare addosso a Wanna Marchi (salvo comprare ciò che vende) son capaci tutti. Parliamone da “non addetti ai lavori”, da cittadini, insomma, persone che vorrebbero capire meglio come funzionano le università e cosa sia, in fondo, questa “ricerca scientifica” di cui si sente spesso parlare ma resta (chissà come mai!) piuttosto oscura per tanta (o troppa?) gente. Potremmo avere qualche sorpresa, senza contare la possibilità che si capisca meglio dove finiscono quei (pochi) soldi che destiniamo alla scienza e causano le prese di posizione di chi ha fatto della scienza il proprio mestiere.

Cominciamo con un esempio: oggi ho inventato una nuova cura per l’influenza. Per dimostrarne l’efficacia, prendo dieci malati – disponibili ad un sacrificio per la scienza – e li sottopongo alla terapia. Dopo una settimana, massimo dieci giorni, sono guariti tutti quanti: la terapia funziona.

Qualcuno mi dirà: ma neppure per idea, non funziona così: la sperimentazione clinica è tutt’altro! Ad esempio, potrebbe benissimo accadere che i dieci guariscano da sé, anche senza il tuo intervento! È verissimo, infatti la mia terapia consiste nel non fare assolutamente nulla salvo stare a casa al calduccio, possibilmente leggendo un libro che descriva come si conduca una sperimentazione che si possa definire “scientifica”. Poiché trovare dieci persone che guariscono dall’influenza senza assumere alcun preparato è semplicissimo (una potrei essere io, quando mi ammalo di influenza, di solito, non prendo medicine, salvo quando sto male davvero, la febbre sale eccessivamente e dura a lungo) ciò non dà alcuna indicazione sulla validità della terapia: bisogna fare in modo che una qualunque azione ritenuta “curativa” (quindi anche non prender niente e stare al calduccio) venga valutata in modo tale da ottenere un risultato “significativo” (cioè che abbia senso), mentre le dieci persone guarite con la mia terapia non sono un dato significativo! Insomma: se ci assale l’Herpes Zoster (il fuoco di S. Antonio) e un amico ci dice di andare dalla vecchietta che fa gli incantesimi perché lui c’è andato ed è guarito, non dobbiamo rispondere “Non è vero che sei guarito”, quanto : “Saresti guarito lo stesso anche senza andare dalla vecchietta perché hai culo e il tuo organismo ha reagito subito” poiché può benissimo capitare che si guarisca senza medicine (come è avvenuto per tutta la storia dell’umanità prima dell’invenzione degli antivirali)*.

Quindi: cos’è che separa i miei dieci pazienti guariti (un successo del 100% accidenti, ma perché mi dicono che il mio metodo non funziona?) da un risultato “scientifico”? Perché, se pretendo di vendere il mio metodo finisco (per fortuna) in tribunale?

La risposta è semplicissima: perché il metodo scientifico funziona e il mio no. Detto in altri termini, perché se tra i miei pazienti ne capita qualcuno particolarmente sensibile alla malattia (ad esempio un bimbo di pochi anni o un vecchietto che si è scordato cosa sia il sistema immunitario) corro il rischio di ammazzarlo! È per questo che i “santoni” che pretendono di guarire i tumori è bene che vadano in galera: perché sono pericolosi.

In fondo, a pensarci bene, è tutto terribilmente semplice: la scienza funziona, ecco il punto. La scienza è quella cosa per cui usiamo internet e non i segnali di fumo, viaggiamo in aereo e non a dorso di mulo, non restiamo storpi per la poliomielite o moriamo più di vaiolo (fatto che nessuno cita mai, come se si fosse eradicato grazie alla madonna di Fatima o di Medjugorje!) ma, purtroppo, corriamo anche il rischio di morire a causa di una bomba atomica o di un missile intelligente (o di una reazione allergica ad un vaccino)! La scienza funziona e il resto (la magia, inclusa la religione, gli spiriti, il malocchio, le cure miracolose con la papaya siberiana a chilometro zero e via di seguito) no (vale sempre la nota*)!

Ma come no: tu ne hai guariti dieci su dieci!

Ecco: questo è uno dei piccoli problemi dell’informazione: non ci dicono troppo spesso che quando diciamo “La scienza funziona” bisogna spiegare bene ciò che significhi. Se alla TV ce lo dicessero più spesso, magari al posto di trasmissioni come Voyager, non sarebbe male. Ad esempio: è vero o no che a Lourdes ci sono le guarigioni?

Risposta:sì!

Ah… quindi esistono i miracoli!

Risposta: no! (questa però non la spiego: provate a studiare che male non fa!)

Dicevo, se si spiegasse più spesso il significato della frase “La scienza funziona”, soprattutto in ambito medico, ci sarebbero meno equivoci e più persone che mi direbbero subito: le tue dieci guarigioni (su dieci!) sono una bufala e non hanno nulla di scientifico! E avrebbero ragione!

Sì, ma fai una confusione pazzesca: cosa c’entra tutto questo con la concessione di un’aula universitaria per una conferenza?

C’entra e come, perché l’Università non è un teatro in cui si paga l’affitto della sala e si può parlare di ciò che si vuole: è un’istituzione pubblica destinata alla produzione e diffusione della scienza. Quindi, se ci vuole andare la vecchina che pretende di guarire i pazienti affetti da Herpes Zoster, le si dice, assai semplicemente, di no, anche se è convintissima che il suo metodo funzioni (non parliamo di buona fede, chiaramente, categoria che nella scienza non ha cittadinanza).

Qual è il punto? Come dicevo all’inizio, il punto vero è l’individuazione di un limite. Se siamo d’accordo che in una facoltà universitaria si produce e si parla di scienza, bisogna trovare un metodo condiviso per decidere cosa sia scienza e cosa no, con l’ovvio corollario che riguarda l’uso delle strutture universitarie, dunque dei nostri soldi che versiamo allo stato sotto forma di tasse, perché le strutture universitarie non sono a costo zero, tutt’altro, costano un sacco di denari e proprio in momenti di crisi secca come questi bisognerebbe tenerne conto in maniera particolare!

Insomma: la vecchina che guarisce su Fogu ‘e Santu Antoni non deve andare a tenere una conferenza in una facoltà di medicina (a meno che non si parli di “guaritori”, naturalmente, da un punto di vista antropologico/sociologico) e, a questo punto, ci domandiamo: chi lo decide? Chi ha il dovere di vigilare che alla facoltà di medicina non ci vadano i maghi e le fattucchiere?

Ma in questo caso la risposta è semplicissima: non c’è alcun bisogno di vigilare, perché nessuno (sano di mente) si sognerebbe di invitare un mago a tenere una conferenza in un’aula, in una facoltà di medicina. Ve l’immaginate? Il responsabile del dipartimento o della facoltà verrebbe preso per il culo dai colleghi per anni, farebbe una figura di varechina.

La cosa cambia, però, se al posto della vecchina c’è un membro della comunità accademica, ad esempio un medico che vuole presentare i risultati di quella che ritiene una nuova scoperta, magari rivoluzionaria: come si fa?

Ebbene, rimandando alla prossima puntata il merito di questo problema, anticipo quanto segue:

    quanto dirò non farà piacere a molti accademici (alcuni si incazzeranno parecchio) e

     non è poi così difficile individuare un criterio di scientificità per un argomento da trattare pubblicamente in un’aula universitaria; il criterio c’è e viene correntemente utilizzato negli atenei seri.

Ma, come direbbe una cara amica, lo vedremo alla prossima puntata:

TO BE CONTINUED

 

* Per i pignoli, dirò di saper benissimo come stia trascurando l’effetto placebo (tra l’altro) ma non sto redigendno un trattato di medicina, anche perché non ne sarei in grado. Per una volte, se possibile, si guardi alla luna trascurando l’ombelico: grazie.

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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7 risposte a NEUROARCHEOLOGIA ALLA FACOLTÀ DI MEDICINA DI SASSARI : UN PRIMATO – PARTE PRIMA

  1. Proto Zuniari ha detto:

    ” ….non è poi così difficile individuare un criterio di scientificità per un argomento da trattare pubblicamente in un’aula universitaria; il criterio c’è e viene correntemente utilizzato negli atenei seri”. Parole (laicamente) sante caro Ainis. Ma dove sono gli atenei seri? Nella frenesia valutatoria della Gelmini, che attribuisce 300 milioni di euro in tre anni all’apparato burocratico che si chiama ANVUR (http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/9093/) e 15 milioni di euro, sempre in tre anni, ai Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale( PRIN ), l’Ateneo in questione ha un presidente del nucleo di valutazione che non ha superato la mediana per commissario ai concorsi di idoneità (cioè non sarebbe in grado di giudicare se un ricercatore può diventare prof.associato) ma è chiamato a giudicare e valutare l’operato di tutti i suoi colleghi. Intanto, sempre l’Ateneo in questione, continua a gemmare presunti corsi di laurea in mezza Sardegna. A parziale discolpa, non sono coinvolti nell’iniziativa ricercatori di archeologia. E la medicina, si sa, non è che sia proprio una scienza dura.

  2. Carlo Monni ha detto:

    Chiuso il caso. Ognuno ha il diritto, in quanto contribuente, di usufruire delle strutture universitarie per dire tutte le cazzate che vuole. Come lei, che da buon stalinista predica lo scientismo, come un Colletti qualsiasi. Si faccia un’analisi introspettiva e chieda aiuto a Nietzsche. Lei ha un’imago della scienza tipica del tecnico.Solo chi e quando senza perchè e per come. Senza contesto. Non esiste epistemologia. Solo esatezza. Mi cojoni. Ma si rende conto di pensare come un vecchio? Anche rincoglionito per giunta. Oltre che invidioso, astioso, sbavazzante, pieno di rancore per chi ha un minimo di risonanza mediatica, rancoroso, vuoto ma al contempo verboso, nemico della solitudine, isolato e costretto a scrivere con pseudonimi per darsi un pò di ragione. Che pena per lei, con la sola gratificazione di scrivere stupidaggini che autodefinisce saggi…..ma mi facci il piacere…

  3. Tetragramma Sardo ha detto:

    Caro Ainis:
    L’hai presa un po’ alla lontana, questa volta. Faccio un po’ fatica a seguirti, anche perché non capisco questi ragionamenti d’argomento medico e mi confondo…

    Io ci vedo più semplicemente la cattura di numerosi studenti con lo specchietto dei Crediti Formativi in campo medico, allo scopo ultimo di pubblicizzare invece qualche cosa che che con il campo medico non ha proprio nulla a che vedere. Truffa forse sarebbe una parola grossa, ma non ne vedo altre più adatte …

    Mi ha molto stupito che l’Università concedesse spazio a questa iniziativa priva di scientificità, in cui non c’é alcuna utilità professionale per chicchessia degli intervenuti. Mi meraviglia che non ci sia alcun preventivo controllo efficace su attività che l’Università stessa permette e quindi promuove, diventandone complice di fatto…

    Ma soprattutto mi meraviglia che gli archeologi sassaresi non facciano alcunché e si rendano sponsorizzatori (così c’è scritto sulla locandina!) di una iniziativa che non mi risulta essi condividano.
    O forse la condividono sulla locandina, ma poi a parole no?

    Se qualcuno mi spiegasse come ciò sia potuto accadere, gliene sarei molto grato: io proprio non capisco.

    Certamente, esiste la possibilità che l’evento fosse del massimo rigore scientifico, di profondità medica ed archeologica grandissima e d’estensione linguistica squisitamente inarrivabile: tutte qualità troppo superiori alle mie personali capacità di comprensione. In questo caso, sarei io a sbagliare, e di fatto dovrei chiedere scusa per avere anche solo messo in dubbio la validità adamantina e l’onestà intellettuale di ricercatori di vaglio.

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Tetragramma Sardo,
      è un racconto a puntate. Potrebbe darsi che qualcosa si capisca nella seconda o nella terza.
      Sarei pronto a scommettere che qualcuno leggerà prima la seconda e poi andrà alla prima.
      Chi leggerà la seconda, di certo non mancherà di leggere la terza.
      Cordialmente,

  4. Stilone di montagna ha detto:

    Trovo lapalissiano che un luogo di Cultura debba essere concesso a chi ha da divulgare conoscenza e non superstizione. Con prove inconfutabili, documentabili, incontrovertibili. Se ho necessità di sviluppare la mia fantasia, esiste la letteratura e il cinema. Vi ringrazio per questo blog che ho scoperto di recente.

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