POMODORI ALL’ARSENICO: PERCHÉ SARAS HA RAGIONE, I POLITICI TORTO MARCIO E SARROCH SE LA PIGLIA IN SACCOCCIA, CON BUONA PACE DELL’INFORMAZIONE

POST 098 PERCHé SARAS HA RAGIONE E SARROCH SE LA PIGLIA IN SACCOCCIALa notizia, stranamente, ha avuto un certo risalto: un’azienda agricola confinante con la SARAS chiede danni per euro 2.991.049,00 oltre interessi e rivalutazione monetaria, sostenendo di essere stata costretta a chiudere i battenti a causa di un pesante inquinamento provocato dall’attività industriale.

Razzolando in rete, si assiste al solito rumore, confuso e appiattito sui soliti slogan. Finalmente qualcuno che non ha paura della SARAS, La SARAS fabbrica di morte, i pareri di Migaleddu (che diverrà sinonimo di prezzemolo, presto o tardi) e via di seguito, come: Sarebbe ora di finirla con l’inquinamento della SARAS e, naturalmente, dulcis in fundo (o in cauda venenum, a scelta del candidato) i soliti imbecilli (INDIPENDENTZIA!).

Sia chiaro: che la SARAS sia un’azienda impattante, non ci piove. Ad esempio per l’occupazione del territorio e per un’attività che, di fatto, preclude altre possibilità di sviluppo. Pur con tutta la buona volontà di questo mondo, ad esempio, solo uno come Tore Cherchi può pensare di sviluppare il turismo in presenza di un enorme mostro industriale (e lo mette pure per iscritto, facendosi dire da Barca, della sua stessa parte politica, che di politica, per l’appunto, in Sardegna non ne ha visto). Vorrei vederlo, Tore, piantare l’ombrellone sotto gli scambiatori della SARAS o di fronte alle ciminiere dell’Euroallumina, vista fanghi rossi!

Però, nella vicenda specifica di cui parliamo, l’azienda agricola, il David, che pretende di vincere contro il gigante SARAS, Golia, temo che non andrà a finire come nella bibbia, perché Golia questa volta ha ragione e David torto.

E la colpa, guarda un po’, è della politica!

A parte le solite amenità che circolano in rete, gli slogan e i commenti su facebook, per parlare della vicenda con cognizione di causa bisognerebbe leggersi le carte: prima di tutto quelle presentate in allegato alla citazione della signora Liliana Mura, titolare dell’azienda agricola. Sono costituite, essenzialmente, dalla relazione tecnica di un geologo di Cagliari, il dottor Manlio Aime e da una stima del danno redatta da Giorgio Carruxi, perito agronomo. Chi le avesse lette, non avrebbe potuto fare a meno di domandarsi come sia possibile basare una causa per danni, per di più contro un Golia come SARAS, avendo in mano due “relazioni” (adopero le virgolette per mostrare che il termine “perizia” è poco adatto) la cui valenza scientifica è decisamente limitata e quella professionale discutibile. Tanto per dare alcuni ragguagli, non si cita quale normativa di riferimento sarebbe stata usata per certificare il preteso inquinamento, né la persona incaricata mostra di conoscere i processi industriali della raffineria, tanto da cadere in equivoci bizzarri, come l’interpretazione della presenza di piombo. Oppure da trascurare la necessità di considerare la presenza di prodotti di corrosione provenienti dalla struttura metallica delle serre in presenza di ambiente marino. Considerare significa dare un buon motivo (tecnicamente credibile) per escluderlo.

Come ho avuto modo di far notare per la vicenda di Quirra, non sostengo certo che abitare accanto alla SARAS dovrebbe essere lo scopo di una vita. Mi limito a rilevare che, poiché quando si va in guerra è necessario essere armati (altrimenti si finisce per prenderle) sarebbe il caso di analizzare le situazioni e valutare con attenzione le carte prima di cominciare a lanciare pietre con la fionda, attività che funziona egregiamente se c’è il dio degli eserciti che guida la nostra mano, ma fallisce miseramente se siamo soli e sparuti contro un gigante! Tanto per usare la metafora di Quirra, se l’arma per cercare di chiuderlo è l’uranio impoverito, bisogna davvero essere sicuri che ci sia, altrimenti, una volta che non lo si trovi, come è effettivamente avvenuto, si finisce per ottenere il risultato opposto: di dare forza all’avversario!

Infatti, la risposta di SARAS è stata scontata: SARAS non inquina (dati alla mano), le metodologie utilizzare sono prive di rilevanza (vero), il preteso inquinamento, posto che ci sia, è valutato utilizzando parametri incongrui (verissimo, si confonde acqua potabile con acqua irrigua), non c’è solo SARAS, etc etc etc… e la valutazione del danno è quantomeno improponibile (purtroppo devo dare ragione anche su questo: leggere per credere).

Non me ne vorrà la signora Mura (che ha tutta la mia simpatia, sia chiaro, se davvero riuscisse a scucire una paccata di denari alla SARAS mi farebbe felice) però, nel fatto specifico e sulla base delle carte che ha presentato, ha torto e rischia anche di perdere i soldi della causa. Per il semplice motivo che adduce ragioni deboli mentre le risposte di SARAS sono forti e motivate.

Chi ha voglia di leggersi le carte (e un poco di competenza, ma proprio una briciola) non potrà che darmi ragione, temo. In ogni caso, forza Mura: siamo tutti con lei!

Ora però veniamo al punto centrale della vicenda: politica e informazione.

Per la politica, si pone una domanda: dove sta? Che SARAS sia impattante sul territorio non è una novità: è mezzo secolo che ce l’abbiamo di fronte, non un paio di settimane. Cos’ha fatto la politica (di ogni colore e sapore) per includere la SARAS nella collettività rendendola parte di essa? Non ha fatto un accidente, questa è la verità, perché destre o sinistre, bianchi, neri o rossi, se Moratti sovvenziona una fondazione lirica dà i quattrini alla Scala e se vince gli scudetti e le coppe lo fa con l’Inter mica col Cagliari: la verità è che la SARAS, in mezzo secolo, non è diventata sarda! E se il territorio è occupato da SARAS, è improponibile che la contropartita sia costituita solamente dai posti di lavoro! La politica, i nostri rappresentanti, dovrebbero creare un rapporto forte con l’azienda, ad esempio portandola in Sardegna, perché, attualmente, non è così ed è il motivo per il quale i politici compaiono solamente quando si parla di inquinamento, per gridare, a volte a sproposito, come in questo caso, allo scandalo, scendendo dal pero per qualche giorno per poi risalirci e pensare ad altro (all’industria mai, naturalmente!)

L’informazione? Non saprei dire se sia meglio o peggio, perché, fino a qualche tempo fa, avevo il sospetto che di SARAS si avesse fifa, o meglio timore, usiamo un lessico meno forte, ma l’analisi di questo piccolo caso della signora Mura mi fa pensare che non sia così, oppure che non sia solo così.

A parte il pubblicare la notizia, che altro avrebbe dovuto fare l’informazione?

Ad esempio studiarne i contenuti, perché non ci vuole un genio per rendersi conto che la querela di parte sia debolissima, ma, a mio avviso, soprattutto questo: urlare ai quattro venti che un intero territorio non può affidarsi alla signora Mura per far sentire che esiste e rivendicare il diritto di avere attenzione, perché seppure SARAS rispetta le leggi (e ci mancherebbe) ha anche un ruolo sociale e, qualora ne dubiti, è necessario far sì che se ne convinca. Insomma, in poche parole, l’informazione dovrebbe chiedere ai politici: dove accidente siete? Perché non vi occupate di un leviatano approdato da mezzo secolo sulla costa che è ancora un oggetto estraneo? Siamo sicuri che abbiate predisposto tutti gli strumenti più adatti per valutare l’impatto della sua presenza? Siamo sicuri che la salute dei cittadini sia tutelata? E che altro dovrebbe la sciare, la SARAS, sul territorio?

Ecco ci vorrebbero politica e informazione, che invece non ci sono: né l’una né l’altra. Chissà perché!

E per questo il territorio se la prende in saccoccia, perché non possiamo chiedere alla signora Mura di difenderlo (che abbia ragione o meno: non è questo il punto).

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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