LA BAMBA DI BERIZZI E ZAPPADU

POST 090 LA BAMBA DI BERIZZI E ZAPPADUMe ne avevano parlato in parecchi, di questo libro. Io ho un sacco di conoscenti che mi parlano dei libri che leggono e poi mi fanno: Perché non ne scrivi due righe, di questo, anziché parlare sempre di quelle cazzate che piacciono a te?

E io, in genere, rispondo: A che cazzo ti serve una recensione se il libro l’hai già letto?

E poi mi dicono che ho un carattere problematico! (Ma non è vero: i conoscenti mi stimano persona calma, paziente, ragionevole e dedita all’ascolto, altrimenti non ci sarebbe così tanta gente che mi racconta la propria vita)

I libri come La Bamba, dalla foglia al naso del mondo (viaggio nella «via della coca» e nelle vite dei suoi schiavi), Dalai 2012, mi attirano poco. Non sono più un reportage giornalistico e non sono ancora né romanzo né saggio. Finiscono per essere romanzi scritti male oppure saggi largamente superficiali. Ma potrebbe anche darsi che sia prevenuto e non mi piacciano prima ancora di leggerli (se li leggo, di rado).

A questo ho dedicato un paio d’ore perché non ne ho potuto fare a meno: un amico me l’ha posato sul tavolo, dopo averlo letto, dicendo che me lo regalava e non si può ricevere un omaggio (per quanto di seconda mano) senza gradirlo (o fare dignitosamente finta).

La pretesa degli autori sarebbe quella di seguire il viaggio del grammo di cocaina (la bamba) che sniffiamo a Milano (sì, prima persona plurale: tiri la prima pista chi non ne ha mai tirata una!) a partire dalle aree di produzione sudamericane. Sarebbe a dire come i pezzi che un tempo diffondeva la tivvù pubblica nei rotocalchi come TV7, dopo l’Intermission Riff suonato dall’Equipe84. A due mani e un obiettivo: un giornalista abbastanza noto come Berizzi e un fotografo altrettanto noto (ma forse di più) come Zappadu.

Con la differenza, però, che il taglio televisivo del libro andrebbe benissimo alla televisione (qualora il regista fosse uno tosto) mentre annoia terribilmente in questo caso. Perché, a dirla papale papale con un esempio calzante, che: «La donna peserà un quintale. Hai capelli radi e sottili pettinati all’indietro. Ogni tanto il vento li scompiglia e le solleva un ciuffo che la rende ancora più buffa di quanto appaia a chi al vede per la prima volta…» non solo non interessa nessuno e appesantisce fastidiosamente la narrazione, ma è anche scritto da cani, perché Berizzi non è Busi e mio nipote farebbe meglio. Così il trucco delle bombole per il gas riempite di coca che passano un confine burletta, raccontabili in cinque righe (a saperlo fare) diventa una porcheria invereconda che andrebbe meglio nel racconto di un film di Indiana Jones, scritto da uno studente liceale. Il quale, racconto, mostrerebbe probabilmente la stessa tendenza allo stereotipo del viaggio periglioso su una strada che, al contrario, si percorre agevolmente da turisti, senza bisogno di rimarcare chissà quale avventura e/o disavventura.

Detto in poche parole – e senza perdere troppo tempo – sfrondato dal lessico di Berizzi e ridotto a dimensioni decenti, il contenuto del libro avrebbe potuto essere un bel reportage in quattro puntate su un settimanale di buon livello. Ci sono i numeri della cocaina (a mio avviso talvolta discutibili, ma se può parlare) l’indignazione per gli USA (che fa sempre tanto ascolto) paese che da una parte dichiara di voler distruggere la produzione alla fonte e poi è il maggior consumatore del mondo, il ritratto apparentemente impietoso (ma anche scontato) della Coca City, Milano, dove si tira peggio che a Teulada durante un’esercitazione mare-terra e tanta, tanta, tanta comprensione per i poveracci sudamericani che coltivano la coca tirando avanti alla meno peggio (i giochi di parole sono affascinati, vero?)

Ah, dimenticavo: per gli amanti del genere, c’è anche un ristorante tipico sardo a Bogotá chiamato “Il nuraghe” (…il locale è molto etnico… sic!) sede di un incontro con un importante “contatto”. Anche la storiella di un trasporto di bamba dal Sudamerica ad Alghero (…la rada di Alghero sembra una spianata di vetro sul quale si riflettono i primi raggi di sole…) e la successiva partenza da Porto Torres con l’approdo a Milano. Storia (anche) di sardi…

Che volete di più?

No: i 18.50 (anche scontati) non li avrei spesi. Però il libro l’ho regalato a Sandro, che dichiara di essere un viaggiatore e infatti non si perde una puntata di “Alle falde del Kilimangiaro”. A lui piacerà di certo, anche se è, almeno, di terza mano!

E Zappadu? Mah… gli scatti pubblicati nel libro non entusiasmano e devono essere spesso contestualizzati (sfido chiunque a produrre una foto decente nella foresta, dentro una capanna, mentre nessuno si mette in posa). Però, sinceramente, mi aspettavo di più, SI vede che si è fatto contagiare da Berizzi.

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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