COSA SERVE ALLA SARDEGNA?

POST 089 COSA SERVE ALLA SARDEGNATempo di mondiali di calcio: siamo tutti commissari tecnici e commentatori sportivi.

Tempo di elezioni: siamo tutti segretari di partito e notisti politici.

Sfortunatamente, durante i mondiali, i commentatori sportivi paiono troppo simili ai nostri amici del bar sport.

E, durante le elezioni, i notisti politici, invece, pure!

Ascoltare i giornalisti e leggere ciò che scrivono, in questi giorni, significa interessarsi di sondaggi, di percentuali, di tattiche, di possibili alleanze. Di imbrogli, dichiarazioni e spin doctor. Del perché Bersani ha detto cacca e Berlusconi invece merda (Mario Monti non parla di queste cose, al massimo deiezioni, perbacco!). Da cui: la cacca è di centrosinistra, la merda è di destra e le deiezioni sono centriste. Ingroia, in proposito, tace: poiché il letame ha un certo valore (provate a comprarne un tamagnùn, poi ne riparliamo) e quindi non è cosa per i proletari che rappresenta. Grillo, da parte sua, la chiama diversamente: politica.

Ecco: l’informazione sugli sviluppi della campagna e i programmi è grossomodo questa.

E in Sardegna?

Se possibile, e lo è, perfino peggio: privi di personalità politiche di respiro nazionale, sempre più periferici per manifesta inettitudine alla comprensione di quanto ci possa realmente occorrere, al fine di evitare l’incombente disastro regionale, il dibattito politico si risolve in qualcosa di simile alle liti condominiali, ben assistito da un giornalismo che non si sa più come definire per mancanza di aggettivi adatti. Scadente?

Ma sì, diciamo così: «scadente». Incapace di incalzare la politica, sodale in gran parte con la destra mattonara o appiattito, nella piccola parte restante, in un’attività che a sinistra amiamo più di ogni altra: evitare – strenuamente – di governare, così da avere sempre e comunque qualcosa di cui lamentarci, incolpando i perfidi politici della mala gestione della cosa pubblica. Dopo tanti anni di opposizione, abbiamo metabolizzato questa condizione come la nostra missione! Ad essere un po’ antropologi (da strapazzo) potremmo quasi affermare che sinistra e sardità (qualunque cosa possa significare) siano sinonimi!

In tutto questo, nessuno, da nessuna parte, parla di ciò che occorrerebbe, veramente, alla Sardegna. Non ci sono intellettuali che se ne occupino a cui i giornalisti dovrebbero far riferimento per incalzare i politici. In un posto normale, accadrebbe più o meno una cosa del genere:

step 1: gli intellettuali dibattono sui bisogni dell’Isola, suggerendo i temi importanti per il futuro e, forse, possibili soluzioni;

step 2: i giornalisti intervistano gli intellettuali portando i temi in discussione alla comunità dei cittadini;

step 3: i politici, sollecitati dai giornalisti, sono costretti ad affrontare i temi sviscerati dagli intellettuali, prendendo posizione in merito;

Nel frattempo, i cittadini ascoltano gli intellettuali (il cui pensiero è portato all’attenzione di tutti dai giornalisti), ascoltano i politici (incalzati dai giornalisti) e…

…votano.

Sì, lo so anch’io che la faccio facile, che la realtà è ben più complessa, ma consideriamo anche che lo schemino semplicistico qua sopra è proprio ciò che succede nei posti normali, altro che complessità! E potrei fare miliardi di esempi in proposito. Che so: l’ILVA di Taranto. Quanto c’è voluto perché Iacona facesse vedere, alla televisione, portando un esempio concreto, come sia possibile convivere con un’acciaieria senza ammazzare la gente (e facendo un sacco si soldi, tra l’altro)? E che un politico come Vendola dicesse, magari in modo involuto, come piace a lui, che si può coniugare lavoro e ambiente e quindi si deve farlo?

E da noi: quanto ci vorrà affinché un giornalista, imbeccato da un intellettuale che se occupa, ci dica che è possibile convivere con una raffineria come la SARAS senza inquinare e sfruttare rapacemente il territorio?

Il fatto è che non ci sono intellettuali che parlano e discutono di ILVA e SARAS (salvo dire che è tutto un disastro e bisognerebbe chiudere!!) non ci sono giornalisti che li ascoltano e portano a conoscenza dei cittadini le loro discussioni e, pertanto, non c’è alcuna spinta nei confronti dei politici affinché si assumano la responsabilità di dare risposta alle esigenze sollevate dagli intellettuali. Così si arriva alla situazione di oggi, in cui si rischia di perdere l’ILVA (e il lavoro, che vuol dire anche tasse per i bisogni comuni) e non risolvere il problema della distruzione del territorio (per la SARAS ci arriveremo, in ritardo, perché siamo lontani e ci vuole tempo, come al solito). Semplice e lineare, altro che complessità!

Non divagare, Ainis: cosa serve alla Sardegna?

Facilissimo: lavoro e sovranità E che altro? Ascoltiamo tutti ciò che dicono i candidati impegnati nel convincere i cittadini a dar lor il voto e non sentiremo altro.

Peccato che sia una bufala. Come dire che a tutti serve mangiare ogni giorno un paio di volte, dormire in un letto e non sotto un cavalcavia, essere curati se ci si ammala, poter decidere in tutta autonomia del proprio futuro! Sì, certo e come si fa? Se fosse così semplice, tutto il mondo sarebbe il paradiso, non il casino che è!

Ma sì, visto che siamo tutti commissari tecnici, ecco la formazione:

1) non ci vuole solo lavoro (purtroppo): ci vuole il lavoro giusto che permetta di gestire la crisi demografica in atto, la situazione per la quale nei prossimi cinquant’anni ci saranno pochissimi giovani costretti a far da badanti ad una torma di vecchi. Quindi, basta con le palle del turismo, dell’agroalimentare, dei nuraghi e della limba motore di sviluppo. Sono settori da curare, che possono essere inquadrati in un nuovo paradigma di vita (costoso, tra l’altro) ma dobbiamo essere tutti consci del fatto che con questa roba non si va lontano. Ci vuole l’industria.

2) come per il lavoro, non tutte le attività industriali sono adatte alla Sardegna; la Sardegna è un’isola, è lontana dai mercati e con una distribuzione della popolazione poco comune in Europa; ricorda maggiormente un’area sub sahariana; l’industria di cui si ha bisogno deve essere convertibile in tempi medio-brevi, di tecnologia non troppo elevata (altrimenti si dipende del tutto dall’esterno) di dimensioni grandi (quindi pochi poli regionali, anche se non piacerà ciò che dico) e, per questo e date le caratteristiche del territorio, partecipata dal pubblico. Sì, lo ripeto per chiarezza: abbiamo bisogno di una partecipazione statale che funzioni (l’ha fatto Barack Obama in USA, tanto per intenderci, non solo Chavez!); come dire che dovremmo smetterla anche con le menate come il Piano Sulcis di Cherchi!

3) siccome i commissari tecnici devono anche dare i nomi dei giocatori, propongo un’industria metalmeccanica inquadrabile dentro Finmeccanica (ad esempio meccanica, elettromeccanica) così ci capiamo; (anche qualcosa come Matrìca andrebbe bene, se ci fossero le condizioni che dettaglio in seguito)

4) per avere dalle nostre parti una soluzione come quella che propongo, è necessario un patto forte con lo stato e per, farlo, dobbiamo prima di tutto guardare noi stessi e quello che abbiamo combinato, tutti noi, con i poli di PVesme, PTorres, Ottana&C; se la partecipazione statale di cui parlo viene di nuovo scambiata per il mangimificio gentilmente calato da Roma ai nostri lidi, lasciamo perdere. O c’è prima di tutto un patto forte tra i sardi, oppure finiremo dove vuole la destra: a cementificare nuovamente il territorio e a fare i muratori. In nero, senza diritti, altro che sovranità, e in competizione con una torma di immigrati.

5) sovranità; certo, è esattamente ciò che ho appena detto; sovranità non significa spendere i soldi altrui come cazzo ci pare (e vorrebbero fare tutti coloro che ne parlano oggi, indipendentisti in testa); significa prima di tutto produrli, i soldi.

6) per fare un patto forte tra di noi, ci vuole una cosa semplicissima…

…vero che l’avevate capita fin dall’inizio?

… ci vorrebbero degli intellettuali che ci mettano la faccia. Sì, lo so che per certuni si tratterebbe di metterci il sedere, ma per la nostra Isola un piccolo sacrificio potrebbero anche farlo… no? La Sardegna ne avrebbe davvero un gran bisogno.

Come convincere lo stato a fare ciò che dico? Ad esempio cominciando a chiederlo, senza farci dire dal ministro Barca (di sinistra!) che quando è venuto da noi non ha visto politica (direi perché non ci sono intellettuali e giornalisti! Barca ha ragione da vendere).

Visto che è facile? Per risolvere i nostri problemi, in fondo, non avremmo bisogno d’altro che di una classe dirigente! Chi si propone?

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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17 risposte a COSA SERVE ALLA SARDEGNA?

  1. Ale Sestu ha detto:

    Mettiamo che la classe dirigente si forma, gli intellettuali si svegliano, tutti ci si impegna e si va a chiedere aiuto come lei propone.

    Sardegna: Vogliamo un’industria metalmeccanica, con partecipazione di Finmeccanica, che dia lavoro ai sardi.
    Risposta: No
    Replica: Ma per noi è vitale, stiamo morendo, ci serve per sopravvivere, siamo tutti d’accordo, è la nostra volontà politica.
    Risposta: Sticazzi ! Non contate un cazzo, potete anche morire.

    A quel punto cosa facciamo ? Moriamo ?

    • Ale Sestu ha detto:

      Secondo lei in quanti sono disposti a lasciare il proprio salvagente, quando la nave sta affondando?

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Ale Sestu,
      lei pone la questione in maniera suggestiva ma sbagliata. Alla Sardegna, comunque sia, arriveranno un sacco di soldi (e i suggerimenti di Barca attraverso il concorso internazionale di brain storming). Sarebbe una proposta sul tavolo, come altre. Certo che possono dire di no, ma allora si chiede altro o, in ogni caso, si discute. Il punto vero è che proposte concrete dalla Sardegna non ne arrivano (salvo gli emiri del Qatar e altre piacevolezze del genere, che so, il Fiocco Verde o l’indipendenza!!) e Barca dice (a ragione) ciò che dice. Se non c’è una classe dirigente che discute e briga (guardi che è la norma eh?, non stiamo parlando di Marte!) e sottopone al governo proposte plausibili (il piano Sulcis è imbarazzante, ad esempio, ci sarebbe da domandarsi chi l’abbia elaborato) neppure ci dicono di no, proprio non ci ascoltano! Posso aggiungere che non hanno neppure tutti i torti? Guardi che Barca non è uno sporco liberista, tutt’altro…
      Cordialmente,

      • Ale Sestu ha detto:

        Nono, non è sbagliata: parte da un punto di vista diverso.
        Io sto dicendo che possiamo metterci a contrattare quanto vogliamo; ci saranno concesse solo briciole, per pietà.
        Tutte le proposte sul tavolo saranno rigettate, se queste comporteranno uno spostamento di capitali da qualunque parte d’Italia, alla Sardegna. Non abbiamo la forza di imporci.
        Quindi è opportuno pianificare un “piano B”.
        Che non è l’indipendentismo o stronzate del genere, po’ caridadi e Deusu…
        Io quando sento la parola “economia” non penso al “denaro”, o a come fare più soldi, quindi “crescita”. La “crescita” è ormai diventata solo un’illusione, uno slogan.
        Io quando sento “economia” capisco solo “fare economia”, nel senso di risparmiare.
        Risparmiare energia, carburanti, territorio, cibo, acqua, produrre il necessario (non il superfluo) e produrre in modo tale che non ci siano rifiuti (cioè prodotti secondari non riutilizzabili).
        Se vuole i dettagli però, lei deve prendere il cuore in mano, e leggersi le idee che circolano nel M5S.

        • Gabriele Ainis ha detto:

          Gentile Ale Sestu,
          se non sono d’accordo con il M5S non è per partito preso. Così come vengo descritto per un pericoloso idelogo che difende Zedda senza metetre in funzione il neurone.
          La stupirà, ma le vostre proposte le ho lette, alcune le trovo condivisibili (ma le ritrovo anche altrove, ad esempio dentro SEL, posto che poi segua ciò che dice, mica ne sono sicuro) altre le trovo delle colossali sciocchezze. In altri termini, avendole valutate, a mio avviso non funzionano.
          In particolare, per la Sardegna.
          Però non ho mica intenzione di convincefre nessuno, ci mancherebbe.
          Cordialmente,

          • Ale Sestu ha detto:

            E’ vero, alcune idee sono condivise anche con Sel, alcune altre dalla lista di Ingroia, ma il concetto base, di democrazia partecipativa, non lo condividono… e allo stesso modo non condividono altri concetti base.
            Però io sono sempre alla ricerca di critiche, per ragionarci (anche tra me e me), che – ahimè – non scendono mai nel merito, ma rimangono sempre vaghe e fluttuanti.
            Almeno lei mi accontenti: mi dica solo una proposta, che lei considera una colossale sciocchezza, e io poi mi ritiro a rimuginarci sopra.
            Non prima di ricordarle però che il programma del m5s non è una “Bibbia”: è ormai datato, deve essere completato ed aggiornato, per cui oltre a stare attenti alle ultime nuove, c’è sempre l’invito a partecipare per migliorarlo.

            • Gabriele Ainis ha detto:

              Gentile Ale Sestu,
              gli ortaggi a chilometro zero.
              Cordialmente,

              ma sì, mi faccia specificare: cito questa roba perché fa parte di tutto un insieme di idee che pare funzionare e non regge neppure ad un esame basilare. Se riflette sul km 0 e si convince che si tratta di un’evidentissima sciocchezza, non avrà difficoltà a capire ciò che dico e proprio per la Sardegna.

  2. Anonimo ha detto:

    Lei dice che nei prossimi cinquant’anni ci saranno pochissimi giovani costretti a far da badanti ad una torma di vecchi. Ma se accadesse veramente quanto Lei afferma chi potrebbe andare a lavorare nelle ipotetiche industrie, delle quali auspica una massiccia e localizzata fioritura?

    Mettendo da parte l’ipotesi di una reindustrializzazione della Sardegna, improbabile quanto impossibile, perché non si potrebbe pensare ad un modello di sviluppo diverso da quello classico, che Lei propone, delle industrie, peraltro statali (ancora sovvenzioni ed assistenzialismo, per non crescere mai da soli!)?
    Perché non si dovrebbe abbandonare una strada vecchia, nota, usurata e che non porta da nessuna parte, piuttosto che batterne una nuova che potrebbe portare verso un tipo di sviluppo più sostenibile?

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Anonimo,
      certo, esatto. E’ l’unica soluzione che permette di coniugare pochi lavoratori con grandi produzioni. Di localizzarle in un’area circoscritta dalla quale far partire il prodotto, e di ottenere, potenzialmente (almeno per la tipologia che indico) un elevaato valore aggiunto (tanto per essere chiari, non è possibile farlo con i carciofi i pomodori i nuraghi e tutto ciò che lei chiama “sostenibile” e deve, invece, essere sostenuto dallo stato, vedi il pecorino sardo).
      Di certo non lo si ottiene né con gli slogan, né con le belle speranze.
      Cordialmente,

      • Anonimo ha detto:

        No, certo, non lo si ottiene né con gli slogan, né con le belle speranze. Ma non lo si ottiene nemmeno con la reindustrializzazione (statalizzata, peraltro!) che, come Lei ben sa, non ci sarà!
        Anche la Sua mi pare una vana speranza!
        Bisogna smetterla di aspettare e pretendere sempre l’aiuto degli altri (lo Stato, nella fattispecie!). Bisogna svegliarsi e darsi da fare senza pretendere o aspettarsi che siano gli intellettuali, i giornalisti o i politici (!) a risollevare le sorti di quest’isola!
        Con rispetto,

  3. Jonathan Livingstone ha detto:

    Egr. Sig. Ainis, gradirei un approfondimento sulla “mancanza di intellettuali” . Quale potrebbe esserne la causa? Ne potrebbe nominare tre dei decenni/ secoli/ millenni/ …eoni passati?
    Grazie
    Jonathan Livingston

  4. Ale Sestu ha detto:

    Gentile Ainis,
    in riferimento alla presunta colossale sciocchezza degli ortaggi a km zero.

    Ci ho riflettuto tanto. Il primo che mi ci ha fatto riflettere è Al Gore. Ha visto il suo film? “Una scomoda verità” ? Lo trova anche in streaming.

    Come le dicevo prima, io parto da una base di ragionamento diversa. Per me la produzione locale non è conveniente: è necessaria. Assolutamente necessaria.
    Per me spedire una birra in Giappone per scambiarla con una birra giapponese non è commercio: è un crimine contro l’umanità.
    Stiamo parlando di milioni di litri di carburante, vaporizzati e sparati nell’atmosfera ogni giorno.
    Le produzioni devono essere quanto più possibile vicine al consumatore. E quando queste sono lontane, devono essere spostate col minor impatto ambientale possibile.
    Questo ne aumenta i costi ? Il costo di un oggetto non tiene (ad oggi) conto dell’impatto ambientale che quell’oggetto ha. Grillo dice che una lattina di alluminio dovrebbe costare 1 milione di euro, per i danni che fa all’ambiente.
    E comunque il costo di un oggetto dipende (deve dipendere) da un patto sociale che le persone stipulano. Si decide tutti assieme che quell’oggetto è vitale, per cui il suo costo deve renderlo accessibile a tutti. Per intenderci: l’acqua ha un valore inestimabile, per cui il suo costo deve essere zero.

    Questo significa ridiscutere il commercio ed il sistema capitalistico moderno.

    E significa anche che gli ortaggi a km zero non sono una sciocchezza.

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Ale Sestu,
      pubblico volentieri la sua opinione (continuando a pensare che il “km 0” sia una colossale sciocchezza).
      Non ho alcuna intenzione di intavolare una dotta discussione sulle suggestioni new-age del M5S, ed è per questo che le ho dato uno spunto, come lei mi ha chiesto. Consumare preferibilmente ciò che si produce in loco (cosa che si fa già) ha un enorme costo in termini sociali e ambientali (non solo economici) anche se lei non lo vede e continua a parlare di birra. Per cui non so che farci. Come le ho detto in precedenza, lungi da me convincere qualcuno. Discutere, per me, significa scambiarsi opinioni.
      Su altre cose, come ho già fatto notare, condivido ciò che dice M5S, ma sono temi che raccontavamo prima che lei nascesse e Grillo facesse ciò che fa. In tema di ambiente, dia un’occhiata al club di Roma, ad esempio (ma forse conosce già tutto) e guardi le date. Da parte mia, mi permetto di farle notare che Al Gore lo conosco, ho letto/visto grossomodo tutto ciò che ha fatto e preferirei che non fosse stato beccato con “i ditini” nella marmellata perchè a casa propria faceva tutt’altro che non seguire le regole che pretende di insegnare agli altri (alcune condivisibili, peraltro).
      Cordialmente,

      • Ale Sestu ha detto:

        Se ho abusato della sua pazienza le chiedo scusa…
        Anche io cerco uno scambio di opinioni, ma mi rendo conto che a volte lo faccio in modo un po’ aggressivo. Mi passerà…
        Comunque con “birra” intendevo un prodotto X in generale. Era solo un esempio. Si può sostituire con qualsiasi ortaggio.
        Quindi la mia opinione è questa: il costo dovuto allo spostamento delle merci (anche gli ortaggi), costo sociale, ambientale ed economico, è maggiore di quello che si paga per una produzione locale. Ed è un costo che aumenterà sempre di più, perché stiamo per raggiungere il picco di Hubbert (se non lo abbiamo già raggiunto), sul consumo di combustibili fossili.
        Però non voglio sembrare pedante, per cui non insisto più.

        Ps. Se ritiene condivisibili le idee di Al Gore ho un altro documentario da proporle. Si chiama “Terra Reloaded”. Potrebbe piacerle. C’è anche un contributo di Lester Brown che, se non sbaglio, fa parte del Club di Roma.

        • Gabriele Ainis ha detto:

          Gentile Ale Sestu,
          siampo seri: non cerchi di prendermi per il culo (si scelga qualosa di meglio, un suo amico/a giovane e belloccio/a; come dire, non sostenda di essere aggressivo).
          Lei è incuriosito, perché si trova di fronte una persona che non le spiega per filo e per segno perché la questione km 0 (in grande scala) è una scemenza. Però si rende anche conto che non è che passi il mio tempo a dire puttanate, ogni tanto succede che dica qualcosa di sensato (che si può condivedere o meno. sia chiaro).
          Per cui si pone la domanda: ma perché me lo dice?
          Perché è inutile che io cerchi di spiegare (tra l’altro il mio mestiere è un altro). Ciò che posso dirle, e lo ripeto, è che lei non deve pensare alla birra giapponese ma al sistema globale di scambi. Che avrà i suoi limiti, ci mancherebbe, ma non si può descrivere con la permuta di birra. Ciò che fa Grillo, da attore qual’è, è proporrre metafore che intrigano ma hanno poco senso una volta che siano esaminate seriamente e, per farlo, bisogna studiare parecchio. Ad esempio, potrebbe scoprire che se mangiamo a km 0, spendiamo molto di più, impattiamo molto di più sull’ambiente e la gente diventa pure più povera. Però, per capirlo, non bisogna ragionare in astratto come fa lei, ma considerare i numeri. Quando lo farà, se ne potrà riparlare.
          Piuttosto che citarmi i guru (da Gore in poi) provi a diventare guru di sé stesso.
          Cordialmente,

  5. Asia ha detto:

    Mi è chiaro tutto: l’idea dell’industria metalmeccanica, l’ombrello Finmeccanica, il patto con lo Stato, l’equivoco dei chilometri zero, la sovranità vera e i bisogni dei cittadini… ma la triade intellettuali-giornalisti-politici mi lascia perplessa.
    Se il ruolo più importante deve essere quello degli intellettuali e se i giornalisti devono avere la funzione di tramite e di cerniera informativa… cosa resta ai politici?
    Lei afferma che, per essere votati,…: “sono costretti ad affrontare i temi sviscerati dagli intellettuali, prendendo posizione in merito”…
    Posizione? A me ne viene in mente solo una.
    Inconfessabile.

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