SARAS: COME DARSI LA ZAPPA SUI PIEDI E GODERE COME RICCI

Sardegna_Saras_1Ad intervalli di tempo ricorrenti, la SARAS torna sui giornali. Di norma come esempio di industria inquinante, pericolosa, mortifera, indesiderabile e indesiderata. Poi tutto si attenua e scompare, sepolto dal disinteresse (e dall’interesse, purtroppo) generale e dalla propensione dell’informazione a non disturbare eccessivamente qualora le situazioni lo consiglino.

Adesso è di nuovo il momento e l’occasione è data da una richiesta di danni da parte di un’azienda agricola prossima allo stabilimento industriale (Carlo Romanino), tanto certa di essere stata danneggiata dall’inquinamento provocato dalla raffineria, da aver affidato uno studio dello stato del terreno e delle acque ad un professionista, un geologo, il quale non ha dubbi: la SARAS inquina e ha provocato seri danni al suo cliente.

Segue copione:

1)      Articoli che “informano” dello scandalo della SARAS;

2)      Interviste a ecologisti “esperti” che denunciano la situazione (ad esempio Perdusemini Migaleddu, sempre buono per tutte le stagioni);

cui seguirà:

3)      La lunga sequela di «L’avevo detto»;

4)      Le prese di posizione degli uomini politici, divisi tra chi metterà al primo posto il lavoro e chi la salute dei cittadini; in un momento di campagna elettorale, potrebbe darsi che la notizia dell’azione legale contro la SARAS venga proficuamente gettata nel calderone dei cosiddetti “temi caldi” da sparare sul viso degli avversari.

Con due possibilità:

1)      Che alla fine tutto rientri nella norma e finisca a tarallucci e vino, come al solito;

2)      Che si cominci a parlare seriamente di SARAS!

Perché il punto vero, di tutta questa faccenda, non è tanto l’inquinamento della SARAS, che c’è, c’è stato in passato ed è noto a tutti, ovviamente, anche agli organismi comunitari, visto che l’azienda è inserita nell’elenco delle 192 grandi realtà europee (su 2000 prese inconsiderazione) che sono causa del 50% dell’impatto sanitario!

Che la SARAS costituisca non solo un terribile costo in termini umani, infatti, ma anche un enorme onere dal punto di vista dei denari spesi per alleviare le patologie causate dall’inquinamento, nonché uno spropositato prezzo paesaggistico, con tutto ciò che ne consegue (ad esempio l’impossibilità di utilizzare il territorio circostante per manifesta incompatibilità con la vicinanza della raffineria, come dimostra l’azione legale dell’azienda agricola) è tutto fuorché una novità: lo sappiamo tutti da decenni. Giornalisti, politici, intellettuali, cittadini tutti.

La questione irrisolta è che l’azienda vive in un mondo parallelo che pare non interagire con la realtà territoriale sulla quale impatta. E allora, nelle realtà parallele, che al contrario delle convergenze parallele della prima repubblica non si incontrano, l’inquinamento non conta; non contano l’impatto sul territorio, l’impatto sulla società, come se l’azienda non ne facesse parte e dunque i politici non dovessero stabilire con essa un rapporto tanto più stretto quanto più la realtà industriale sia rilevante!

Un esempio? A Cagliari si fumano le SARAS e, se l’azienda deve sovvenzionare un Ente Lirico, caccia i denari dentro il Teatro Alla Scala, mica dentro il Lirico di Cagliari! Come dire che il fumo se lo prende la Sardegna e i soldi la Lombardia! Bene: c’è forse un qualche famoso (ma candummai!) cantante lirico cagliaritano che lo gridi ai quattro venti (anche se lo sa benissimo, e come se lo sa)?

No, naturalmente, perché della SARAS non si parla e proprio l’esempio che cito indica come non si tratti (solo) di condiscendenza verso il potere di chi ha le chiavi della dispensa, ma prima di tutto di cecità intellettuale!

E mica solo dei cantanti, poveracci, che pensano alla poesia, all’arte e all’amore e non hanno certo il tempo di badare a scemenze come i soldi, salvo quando Zedda cerca di levarli dalle mani di chi li ha sperperati per decenni e allora si incazzano un pochetto… chissà perché.

No: ci sono i giornalisti che neppure giornalai, e parlano pagu pagu di SARAS quando c’è la nube nera e cattiva che si può fotografare, e mettere in rete. Perché fanno lo sgup, loro, micanò. E ci sono gli intellettuali che neppure il Pierino interpretato da Alvaro Vitali. Perché una volta che escono due film-documento sulla SARAS (non eccelsi, certo, ma meglio di nulla) come OIL1 e OIL2, cadono immediatamente nello stesso luogo in cui finiscono i reportage giornalistici: nel cesso! E ce li mettono proprio loro, gli intellettuali che poco ne parlano e a nulla danno seguito!

I politici? Ma scherziamo? Non ha mosso un dito Soru (e alla regione c’è stato anni, non mesi) dovrebbe farlo un incompetente totale come Cappellacci? O l’opposizione che non ha mosso un dito nella legislatura precedente?

Come rischia di finire la faccenda? Forse come a Taranto?

No, per niente, anche se potrebbe sembrare.

Certo, in linea di principio si finirà per dividersi tra chi vuole lavoro e chi salute; ci sarà chi si esprimerà a favore della chiusura per eliminare l’inquinamento; chi avvertirà del pericolo di chiuderla definitivamente, l’azienda, perdendo i posti di lavoro e l’indotto, se si prova a fermarla anche solo per rimettere a posto ciò che non va (come se lo sapessimo davvero, ciò che non va e avessimo idea di come porvi rimedio e i costi!).

Ma il punto, il punto vero, è che non se ne parlerà mai come si dovrebbe e come avremmo dovuto fare da decenni, integrando l’azienda dentro la società e costringendola a farne parte a condividerne non solo i lati postivi (l’uso del territorio e delle risorse umane) ma anche quelli meno producenti: la necessità di restituire parte dei vantaggi costringendo sé stessa a non inquinare e reinvestire nel territorio una parte degli utili!

Siamo in tempo? E chi lo sa? Le notizie dei un’acquisizione russa non fanno ben sperare. Potrebbe darsi che l’occasione di rendere sarda la SARAS sia sfumata definitivamente. Potrebbe darsi che di fronte ai costi necessari per la messa in sicurezza ambientale si ritenga non più conveniente produrre in Sardegna, ad esempio. Oppure che una multinazionale (non i Moratti, tutto sommato abbordabili) si irrigidisca e ponga in essere un ricatto simile a quello di Riva con l’ILVA. Chissà. Che ne sappiamo se neppure proviamo a parlarne e la SARAS finisce sui giornali solo se c’è fumo (sai la novità) e se un agricoltore rivendica, a ragione, di essere stato danneggiato? Dove cazzo sono i giornalisti nei giorni in cui bisognerebbe parlarne davvero e sollecitare la politica ma non c’è fumo né i pomodori all’arsenico?

Ma di che parliamo: di SARAS?

Ma siamo seri per favore: cos’ha detto ieri Cappellacci del Lirico e dei baretti del Poetto? E Zedda? Lo condannano o no?

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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