L’OLOCAUSTO E I BIMBIMINKIA: CRONACA DI UNA DOMENICA

adolf hitler bimbominkiaIeri, domenica 27 gennaio 2013, Giornata della Memoria, ho pensato: Adesso scrivo due righe sul blogghino!

Poi ho considerato che ne avrebbe scritto tutto il mondo, tra cui persone importanti, di peso: perché aggiungere le mie due cazzate a siffatti alti pensieri sulla Shoah?

C’è anche il fatto, tra l’altro, che alla mia età comincio a trovare stucchevole il cordoglio ad orologeria delle ricorrenze, le commemorazioni da un trecentosessantacinquesimo subito esaurite allo scoccare della mezzanotte, salvo giornali (pochi) e giornaletti (tanti) che continuano il giorno successivo per l’inerzia tipica dei quotidiani, anche in versione on-line, che ancora non si sono liberati del tutto dalla catena cartacea che li lega al contributo pubblico prossimo venturo.

E poi: che dire di nuovo? Dopo ottant’anni ci siamo anche accorti- ed era ora – che lo sterminio venne coscienziosamente condotto selezionando non solo gli ebrei ma anche i Rom, gli omosessuali, i malati di mente, insomma tutti i “diversi”, tanto che finalmente si comincia a capire che il problema primo e principe fu (ed è) quello dell’intolleranza, tutt’altro che debellata dall’intervento dei carri armati all’ingresso di Auschwitz.

Forse avrei potuto scrivere due parole sulle “nuove” intolleranze che nuove non sono e troviamo ovunque dietro la porta di casa ed anche nella nostra Isola baciata dal sole estivo d’estate e da quello invernale d’inverno. Dei “nuovi” cretini che inneggiano al vero sardo padrone in casa propria, maestro di sardità, a partire da una limba che non c’è e bisogna inventare per farli nascere questi veri sardi che paiono non volerne sapere.

E perché? Per farmi insultare una volta di più?

Così ho pensato di guardare un film che galleggiava da tempo nell’hard disk del lap (il mio insegnante di italiano del ginnasio si starà rivoltando nella tomba, poverino, con la sua laurea alla Normale) lavoro di cui mi avevano detto un gran bene: Bella Addormentata, di Marco Bellocchio.

Non un capolavoro da Oscar, posto che le pellicole vincitrici di un Oscar lo siano, capolavori; però di una profondità inusitata, per l’oggi che viviamo, seppure leggero come un pensiero importante. Capace di narrare l’intolleranza latente in ciascuno di noi, sempre pronta ad esplodere (o implodere) se solo se ne manifesti l’opportunità… e il catalizzatore.

La prima non manca mai, nella vita di ciascuno di noi, si potrebbe dire in ogni istante. C’è sempre un buon motivo (ottimo, direi) per aderire a un partito preso. Quattrini, privilegi, interessi vari, nel migliore dei casi. L’orgoglio di sentirsi parte di un partito vincente, nel peggiore, ciò che si chiama aderire a una identità.

Ieri ci fu chi aderì a quella ariana, oggi c’è chi aderisce a quella sarda (ed è bizzarro che ci sia chi, considerandosi opinion maker, aderisca a movimenti dichiaratamente antifascisti, rispondendo stupidamente, allo stesso tempo, alle sirene della sardità).

Tutto ciò lo si ritrova nel bel racconto diretto da Bellocchio: l’intolleranza coniugata con la vita banale di ciascuno e poi, al seguito, ecco il catalizzatore di cui l’intolleranza più o meno latente ha bisogno per diventare qualcosa di peggio. Più che altro sottinteso, certo, ma sotto le righe di ogni battuta, passaggio, scena, c’è il centro che attrae e coagula: la religione, la politica, la disperazione, la pazzia, l’interesse, l’intelletto.

E una volta che si lascino sedimentare la confusione, la complessità delle situazioni, le pieghe del racconto e l’attenzione alla piccola storia quotidiana, ecco che compare una bizzarra conclusione: questo gran catalizzatore, il deus ex machina, il capopopolo, l’ideologo, il granduomo… non è altro che un bimbominkia, un fallito frustrato che la complessità del mondo, per puro caso, ha messo lì, sotto l’attenzione dei riflettori affinché tanti altri potenziali bimbiminkia possano vedere uno come loro al potere.

Che altro fu, Hitler, se non un imbianchino fallito? E Mussolini, se non un giornalista da quattro soldi?

Visti oggi, con gli occhi della storia, appaiono prima di tutto grotteschi, più di ogni altra cosa per la palese pochezza umana e intellettuale prima ancora che politica. Ignoranti, poi, condizione necessaria per avere stima estrema di sé e arroganti, tanto, incontenibilmente, strumentalmente arroganti tanto da non sputarsi in faccia al mattino di fronte allo specchio del cesso.

Che lezione trarre, se si può, dal film e dalla giornata in cui l’ho visto?

Che l’intolleranza di cui siamo imbevuti, tutti, essendo esseri umani, ha bisogno di un bimbominkia che la interpreti, la raccolga e la leghi con le altre simili. Si chiami razza, identità, partito, tribù, tifo, litigio, c’è sempre il momento opportuno per la sua comparsa. Spesso si adegua a un identikit ricorrente: ha studiato poco ma non se ne vergogna; accade anzi che se vanti, così da catturare quanti, come lui, hanno tratto poco vantaggio dallo studio; capita in una posizione di visibilità e la difende con i denti, percependo quanto sia utile per i propri scopi; si innamora delle “cause” – guarda un po’ che strano! – e trascura il senso logico del mondo; parla alla pancia, come fanno gli attori e forse un poco, o tanto lo è.

Confessiamolo: non troviamo in questa descrizione il capopopolo della fazione avversa alla nostra, qualunque essa sia?

Ecco perché la lezione del film di Bellocchio è importante, in un giorno come quello della Memoria e non solo: ci invita a guardare con attenzione il bimbominkia cui andiamo appresso e a vederlo come effettivamente è. Davvero abbiamo l’intenzione di seguirlo?

A volte sì, troppo spesso, perché abbiamo il timore che, riconosciuto lui, l’attenzione si sposti su noi stessi.

Ecco perché è meglio guardare un bel film, a volte, piuttosto che scrivere due righe sul Giorno della Memoria: per capire quanto siamo bimbiminkia anche noi.

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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4 risposte a L’OLOCAUSTO E I BIMBIMINKIA: CRONACA DI UNA DOMENICA

  1. Asia ha detto:

    Hitler, Mussolini e Berlusconi sono l’esempio della debolezza atavica del popolo bue, manipolabile ed ondivago.
    Mi torna in mente la provocazione di Umberto Eco, a proposito delle tecniche di persuasione occulta, in nome di una falsa democrazia: “mangiate merda, milioni di mosche non possono sbagliarsi”.
    http://www.marxismo.net/fm176/liberazione_roma.html
    A pensarci bene, il senso dello schieramento spesso prescinde dal senso dell’identità e -in quel caso- è ancora più pericoloso, perché non ha coordinate di riferimento, se non l’odio per un capro espiatorio, costruito ad arte.
    Oggi in Italia l’orgoglio di appartenere ad uno schieramento politico non è tanto diverso da quello che deriva dall’amore incondizionato per una squadra di calcio.
    Non a caso molti milanisti sono (o sono stati) berlusconiani.
    Il tifo è da stadio e da stadio sono le tribune politiche, ben lontane dai confronti garbati dell’era di Ugo Zatterin.
    In nome dell’orgoglio da schieramento (e degli eventuali privilegi) si tollerano corruzione, affarismo malavitoso e partite truccate su tutti i fronti.
    http://www.beppegrillo.it/2006/11/gorgo_elettorale.html
    Ma soprattutto si tollerano l’incompetenza, la mediocrità e la scarsa caratura del leader di riferimento.
    Più che bimbiminkia… siamo proprio dei minchioni.

  2. Ivo ha detto:

    Eco cita la nota battuta di Marcello Marchesi, purtroppo annegato prematuramente da queste parti.

  3. panurk ha detto:

    Grazie, Gabriele.

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