QUIRRA: QUANTO DISTA DAL MALI?

POST 083 QUIRRA QUANTO DISTA DAL MALIPer saperlo è sufficiente chiedere la grazia ad uno dei tanti dei della rete, ad esempio Google Maps. Si digita Perdasdefogu, poi Bamako (ma il Mali è tutt’altro da Bamako o da Bandiagara, per chi c’è stato o ha studiato un grano di storia dell’Africa) e si domanda quale sia la strada più breve.

Dice il dio, rispondendo graziosamente alla domanda: sono 6.537 km. Seguendo l’itinerario dettagliato nella carta geografica, ci vogliono 81 ore.

E sbaglia!

No, non solo perché basta prendere un volo e si arriva tranquillamente (si fa per dire, provare per credere) all’aeroporto di Bamako.

E neppure perché solo un matto (o un cretino) potrebbe pensare davvero di impiegare così poco tempo per attraversare il Sahara Occidentale, la Mauritania e mezzo Mali (e le frontiere, poi!)

E neppure perché non c’è nessun buon motivo per andare a Bamako. Ci si va solo per lavoro oppure per andare subito da qualche altra parte. Dai Dogon, nella falesia, oppure nel deserto, a farsi scarrozzare dai Tuareg, in scatole di metallo a trazione integrale oppure sui cammelli, per farsi venire i calli al culo o rompersi un braccio cadendo a terra da quell’altezza (ma c’è qualcuno che immagina quanto siano alti?)

E neppure perché adesso c’è una guerra, l’ennesima.

Il fatto è che Quirra e il Mali, assai semplicemente, distano pochissimo, perché, per tanti versi, sono la stessa cosa.

No, oggi non parlo di inquinamento, di DU, di Fiordalisi, di processi e di commissioni parlamentari. Finalmente, ed era ora, spendo due righe per parlare di un argomento di cui non si discute (quasi) mai e invece si dovrebbe, soprattutto da parte di chi, come me, detesta le armi, la guerra e tutto ciò che a queste due categorie è legato.

Partiamo dall’inizio, o da uno dei tanti inizi. L’Italia, ancora una volta – e in spregio alla costituzione – è in guerra. Per essere precisi, in totale disprezzo anche della volontà dei cittadini, credo.

“Appoggio logistico”, dice il Governo (quello Monti, ma non sarebbe stato differente neppure se il presidente del Consiglio fosse stato Bersani, per dire, o Berlusconi). Vuol dire guerra, altro che storie, nello stesso modo in cui si è colpevoli se si ospita un ricercato o se si guida la macchina con la quale i rapinatori di una banca si danno alla fuga. Si è rapinatori comunque, non poveri diavoli che danno “supporto logistico”.

Perché questa guerra? I perché sono tanti, tantissimi, ma uno è di certo la necessità di contrastare l’avanzata cinese in Africa. Chi ama le vacanze nel continente così vicino e così lontano a noi, o chi vi si reca per lavoro (e alcuni dei lavori sono una vera porcheria) non potrà fare a meno di notare la presenza costante, si direbbe ingombrante, delle truppe di cinesi che sono tutto fuorché turisti. I nostri cugini asiatici, apparentemente senza sparare un solo colpo di pistola, stanno allungando le unghie sul patrimonio di materie prime offerto da quel continente e l’intervento in Mali, prima di ogni altra cosa, è un segnale per mostrare che c’è anche l’occidente, in Africa, non solo Pechino.

La Cina costruisce strade, scuole, università. Fornisce strumentazione scientifica, istruzione, cultura. Armi? Certo, anch’esse, ma i cinesi non vanno in Mali (né in altri luoghi) con il fucile in mano: noi sì. Differenza di vedute e strategie, ma la guerra in Mali, come tutte le guerre coloniali, è prima di tutto un conflitto contro i concorrenti, sebbene combattuta sulla schiena di quelli che devono essere conquistati, beninteso e spesso (paradossalmente) affidata a loro (come nel caso della Libia e della Siria, tanto per citare esempi di ieri e oggi)

E per andare in Mali col fucile in mano dobbiamo costruirli, i fucili, collaudarli, perfezionarli e studiarli, renderli sempre più “efficaci”, quindi “letali”.

Ci pare ancora che il Poligono Interforze del Salto di Quirra sia poi così distante dal Mali?

No! In realtà il PISQ è vicino a tutti i teatri di guerra. Le sperimentazioni, i collaudi, le esercitazioni, tutta l’attività del poligono è funzionale ad un unico e solo obiettivo: ammazzare meglio gli esseri umani così da vincere le guerre. Ed è per questo che, uscendo dal cancello arrugginito del Poligono, si entra, senza soluzione di continuità e senza guidare o volare per migliaia di chilometri, direttamente nel Mali, a Bamako, forse, o in Libia, in Somalia, quando ci siamo andati e ci hanno cacciato via a calci (perché le guerre si perdono, a volte, mica si vincono sempre). Ovunque.

I cancelli del PISQ sono come gli Stargate così cari a Giacobbo. Ve lo ricordate? Entrava nello Stargate dello studio televisivo ed usciva nella misteriosa piana di Giza (quella che si raggiunge in torpedone in pochi minuti dal proprio hotel, perché Giza è alla periferia del Cairo, ma nelle inquadrature televisive si mostra sempre il deserto!). Noi, invece, possiamo oltrepassare il cancello del PISQ e trovarci in Mali o dovunque le armi siano richieste per ammazzare, conquistare, “normalizzare” e “democratizzare”.

È questo che desideriamo per la nostra Isola? Questo il paesaggio di cui amiamo circondarci? Da lasciare ai nostri figli? Davvero pensiamo che il nostro futuro sia quello degli stargate inventati, messi a punto, coccolati dal potere per ammazzare altri esseri umani con la scusa che anche noi dobbiamo lavorare e un “posticino” portato dal poligono è sempre il benvenuto?

Ci pensino coloro che combattono per chiudere i poligoni con l’arma spuntata dell’uranio, torio e il resto della tavola periodica. Ci pensino coloro che sui piatti della bilancia mettono il poligono e l’inquinamento, perché, se anche fosse (ma è tutto da dimostrare) sui piatti della bilancia bisogna metterci le cose giuste, bazzecole come la vita e la morte, ad esempio.

Anche se il Mali ci sembra lontano e, al contrario, non è così: è dietro la porta di casa, invece e non fingiamo  di non vedere i cadaveri. È gente come noi e, da morta ammazzata, puzza di decomposizione, esattamente come capita a noi. Se permettiamo che le armi vengano sperimentate nel nostro orto, siamo colpevoli quanto coloro che sparano.

E se lavoro dobbiamo chiedere, in Sardegna – e come se dobbiamo! – che non sia ciò che richiede il danno altrui.

Niente Stargate nel nostro giardino, prego e, se possibile, neppure da altre parti!

Detto anche – e soprattutto – a sinistra.

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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2 risposte a QUIRRA: QUANTO DISTA DAL MALI?

  1. Proto Zuniari ha detto:

    Ottimo argomento per chiudere tutti i poligoni. Comunque i Cinesi l’ Africa , dove non vanno a a a smacchiare i leopardi, se la sono già presa. Ci sentiamo al ritorno dall’Africa, dove, per fortuna, non tutti i lavori che andiamo a fare sono porcherie.

    Cordialmente

  2. Jonathan Livingstone ha detto:

    Terrificante, che le cose stiano ancora così…

    Jonathan Livingston

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