LA FILOSOFIA NELL’ETÀ DELLA SCIENZA, CON BUONA PACE DEI TERREMOTI

POST 080 LA FILOSOFIA NELL'ETA' DELLA SCIENZATutte le mattine, la mia compagna mi sorride. Poi getta l’occhio sul mio comodino e mi dice: «Come fai a leggere quella roba?»

È una domanda retorica. Dopo così tanti si anni si è assuefatta all’idea che una parte consistente di me le sfugga, tra cui e non solo, la mania di interessarmi di filosofia. Per di più oggi e in Italia.

Ha frequentato un liceo tecnico (ai nostri tempi un «Istituto») quindi ha perso l’opportunità di impregnarsi di filosofia, come invece è capitato a me bazzicando il Classico. Se Socrate, Platone e Aristotele (ma i miei preferiti erano i presocratici, Zenone in testa, perché sono un cazzone e mi faccio impressionare dalle idee semplici e immaginifiche) ti entrano in testa a poco più di tredici anni, si stabiliscono in pianta stabile e non ne escono più. Se poi ciò sia positivo o negativo è, per l’appunto, questione filosofica.

Ne consegue che, con lei, non parlo di filosofia. Ma neppure con le persone che conosco, frequento e con le quali discorro di attualità, di tecnica, talvolta di scienza e di politica. Altre volte del sindaco che non ne vuol sapere di mettere a posto il marciapiede distrutto dal passaggio del teleriscaldamento e mai più ripristinato oppure della freschezza delle vongole al mercato di Porta Palazzo. Insomma di tutto, ma di filosofia no, mai, neppure per sbaglio (neppure di poesia, ahimè, ma è un altro argomento).

Ecco il motivo per il quale, se Hilary Putnam pubblica una raccolta di brevi saggi sul proprio lavoro, la mia compagna la ritrova sul mio comodino: perché non posso parlare di filosofia con nessuno e sono costretto a masturbarmi mentalmente, rivolgendomi alle fonti.

Per di più, Putnam è una «fonte» come poche, poiché ha la capacita, rara, di spiegare il proprio pensiero senza ricorrere ad un lessico troppo elaborato, fatto che personalmente assegno al caso, piuttosto che a una precisa volontà, poiché non ho mai ritenuto che si ingegnasse di rendersi particolarmente comprensibile al «pubblico». I filosofi, principi degli intellettuali, parlano e scrivono per altri sé stessi e Putnam non fa eccezione.

Questa raccolta, La filosofia nell’età della scienza (Il Mulino 2012), dal costo non trascurabile di «euri» 32,00, riunisce tredici contributi (capitoli) che spaziano su un’ampia gamma di temi (l’autore è uno dei pochi, al giorno d’oggi, capace di vantare interessi così estesi) di cui segnalo, in particolare, quelli inerenti il rapporto tra filosofia e scienza, quindi i primi quattro (Scienza e filosofia, Dalla meccanica quantistica all’etica e ritorno, Corrispondere alla realtà, Perché non disfarsi del realismo scientifico).

Dato il mio background scientifico (e tecnico), nonché l’interesse per gli sviluppi (e la storia) della scienza, mi pongo spesso la domanda sul reale bisogno di “filosofia” nella scienza odierna. Dice Putnam: «La difficoltà nel mettere chiaramente a fuoco il rapporto tra scienza e filosofia si lega in gran parte alla quantità di false idee sulla scienza che circolano nella vita quotidiana e in filosofia, inclusa quella assai influente, secondo cui per fare scienza si potrebbe usare qualcosa come un “algoritmo”»

Al di là delle argomentazioni dell’autore – ad esempio l’intreccio tra fatti e valori e le conclusioni che ne trae – risulta particolarmente interessante il tema in sé, in un momento in cui la scienza, da una parte, appare alla “gente” come la mera ricerca di un insieme di ricette da seguire per ottenere un risultato prevedibile e, dall’altra, la metafisica come un faro nella nebbia dell’etica, oppure un vincolo inutile ad uso e consumo di gruppi di potere (da noi la chiesa cattolica, tanto per non far nomi). Dunque, piccoli saggi, tutto sommato accessibili come quelli di Puntam, inducono a domandarsi se il porsi domande come «quale sia il significato del significato» sia un esercizio inutile e privo di senso (di significato) oppure possa condurre a dotare sé stessi di un maggiore corredo di strumenti critici per interpretare la realtà. O, detto in termini più banali, a vivere meglio.

Tanto per citare un esempio che considero emblematico: la trasmissione di Iacona Presa Diretta dedicata, il larga parte, al processo che ha condannato i membri della Commissione Grandi Rischi. Averla seguita con grande attenzione, mi ha spinto a scrivere di questo saggio che interesserà pochissimi (si tratta, in gran parte, di un testo destinato allo studio, più che alla divulgazione, non a caso edito da Il Mulino) perché il taglio dato al corposo reportage rende conto assai bene della lontananza del concetto di scienza e conoscenza dal mondo dell’informazione e dunque, per la proprietà transitiva applicabile ai buoi televisivi, da tutti noi.

Dice Iacona, a un certo punto, citando le motivazioni della sentenza: «Di fronte a una situazione di potenziale pericolo (qual era quella manifestatasi all’Aquila con scosse continue e ripetute, culminate con quella di magnitudo 4.1 delle ore 15.38 del 30 marzo 2009, che aveva determinato la convocazione, in via d’urgenza, della Commissione Grandi Rischi) il compito degli imputati, quali membri della Commissione medesima, non era certamente quello di prevedere (profetizzare) il terremoto e indicarne il mese, il giorno, l’ora e la magnitudo, ma era invece, più realisticamente, quello di procedere, in conformità al dettato normativo, alla “previsione e prevenzione del rischio»

Se il giudice e Iacona avessero letto il saggio di Putnam (capendolo o comunque facendosi stimolare da esso), non avrebbero scritto (il giudice) e citato acriticamente (Iacona) la sentenza perché, in realtà, sono parole che dimostrano, impietosamente, come la scienza venga intesa in termini di «algoritmo», seppure probabilistico e l’Italia un luogo che più di ogni altro, nel mondo occidentale, è capace di esprimere una rara bizzarria.

Detto al netto degli interessi di contorno, sia chiaro, politici e bassamente economici, dei quali non parlo e che spero vengano rigorosamente perseguiti (come gli intrecci tra «scienza» e certificazione di beni venduti allo stato, tutt’altra faccenda). E al netto dello spettacolo deprimente dei litigi accademici portati fino alla denigrazione dei colleghi, una volta che si trovino in condizioni di difficoltà.

E, ancora, sottolineando la buona fede di entrambi, giudice e giornalista, che cadono in un equivoco di cui sono in larga parte incolpevoli perché nel nostro paese di scienza si parla poco e male e di filosofia niente del tutto (ma anche di poesia, ahimè, sebbene sia un altro film ma non per questo possa evitare di citarlo).

Non di dico di comprarlo, questo libro, né di leggero dalla prima pagina all’ultima, ma se per caso frequentaste una biblioteca e lo trovaste su uno scaffale, provate a leggerne poche pagine (ad esempio da pagina 57 a 70). Non sarà un fumettone di Niffoi o un nero di Todde, è pericoloso, ma potrebbe essere un’esperienza positiva, sebbene densa di incognite: e se poi ci spinge a pensare?

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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7 risposte a LA FILOSOFIA NELL’ETÀ DELLA SCIENZA, CON BUONA PACE DEI TERREMOTI

  1. Asia ha detto:

    Anch’io, caro Ainis, appartengo alla categoria di coloro che sono impregnati di filosofia e di cultura classica, ma fortunatamente ho sposato un tecnico che accarezza la legge di Ohm e il principio di Bernoulli con inebriante voluttà. E questa sua passione mi inquieta e mi rassicura nel contempo.
    Proprio lui, che risolve qualunque problema pratico e che da sempre mi semplifica la vita, mi ha fatto capire che esistono strutture e sovrastrutture, valori e disvalori, assolutamente ribaltabili e modificabili nel tempo e nello spazio.
    Ma nell’imbuto del relativismo può essere risucchiata la scienza come la filosofia?

    Lasciando da parte le elucubrazioni su algoritmi e iperurani, quando mi perdo nel microcosmo del mio avveniristico smartphone con gli occhi a mandorla, mi chiedo se chi lo ha ideato conoscesse il latino, il greco o la filosofia pre-socratica.
    Come vede, per fare delle cose magistrali -o semplicemente ben fatte- a volte può bastare anche un “Istituto”.
    Venendo alla Commissione Grandi Rischi… altro che un libro ci vorrebbe per sensibilizzare o smuovere certe coscienze!

    Lei ha uno strano concetto di “cultura filosofica”
    La coltiva come se avesse un valore terapeutico, maieutico o addirittura catartico.
    Purtroppo non è (sempre) così.

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Aisa,
      no, sbaglia. Semplicemente sono convinto che la filosofia potrebbe ridurre lo iato tra scienza (che è altro da tecnica) e cittadini. Come? Aiutando i cittadini a capire cosa sia (la scienza).
      Cordialmente,

  2. Asia ha detto:

    E se dovesse scoprire che i signori della Commissione Grandi Rischi non sono stati in grado di prevedere il disastro proprio perché hanno studiato al Liceo?
    E se dovesse scoprire che i presunti liceali erano in grado di prevedere, ma hanno fatto un gigantesco manico d’ombrello alla Logica, alla Metafisica e soprattutto all’Etica?
    Sa che delusione…
    L’idea che la filosofia apra la mente e faciliti la comprensione della realtà è condivisibile, ma è un’idea di parte, divenuta ormai un luogo comune.
    In realtà, per onorare il relativismo culturale, le dirò che conosco menti eccelse che non hanno mai sentito parlare di Democrito, Platone, Hegel, Locke… e, di converso, conosco menti grette e limitate che hanno studiato la filosofia con passione.
    Non saremo anche noi tra questi? 😀

  3. Proto Zuniari ha detto:

    Cara Asia,
    condivido solo in parte ciò che sostiene sull’iphone. 1) non identificherei la filosofia con la “cultura classica”, intesa come quella che si insegna nella scuola italiana per classi dirigenti, retaggio nefasto dell’idealismo di Gentile e Croce (se legge cosa Croce diceva di Darwin e dell’evoluzionismo c’è da vergognarsi a condividerne la cittadinanza). 2) magari il tecnico coreano o cinese che lo ha messo a punto ha studiato Confucio , la filosofia Zen o qualche altra filosofia orientale) 3) ha ragione Ainis: non bisogna confondere scienza e tecnica, anche se è di moda il superamento di questa distinzione. Credo che la tecnologia sia la capacità di produrre entità materiali o immateriali (una tecnica bancaria, di intreccio, ecc) attraverso uno sforzo mentale o fisico in modo da raggiungere qualche vantaggio. Il motore che spinge l’uomo ad inventare utensili e scoprire nuove possibilità è la soddisfazione di bisogni materiali o anche immateriali, e I procedimenti attraverso cui progredisce la tecnologia sono l’intuizione o anche il caso.
    La scienza pretende, invece, di avere come motore la conoscenza, indipendentemente dai risultati e da eventuali vantaggi, “per puro scopo del sapere e non per vantaggi pratici”.
    Questa concezione del sapere scientifico nella Grecia ellenistica, nonostante conoscenze molto avanzate, produsse un sostanziale fallimento tecnologico. Le applicazioni della scienza riguardavano” macchine meravigliose” (eolipila, macchine di Erone) ma non applicazioni atte a favorire la produzione, tanto c’era manodopera a buon mercato (gli schiavi) le applicazioni serie della scienza al massimo erano militari, infatti tra i militari non allignavano gli schiavi.
    Per lungo tempo Scienza e Tecnica non si sono incontrate, sono progredite con una certa indipendenza.
    L’incontro tra Scienza e Tecnica a partire dal tardo rinascimento genera un impulso straordinario al processo tecnologico. Le invenzioni si susseguono con continuità.
    In una prima fase il contributo della scienza alla tecnica era modesto, forse i progressi della scienza dovevano alla tecnologia più di quanto quelli tecnologici dovessero alla scienza. Il contrario potè realizzarsi solo nel XIX secolo quando la scienze iniziarono a poggiare su basi sperimentali solide e canoni metodologici universalmente accettati, anche se il progresso scientifico è sempre stato determinato da condizioni storiche , sociali, ideologiche, politiche e perfino propagandistiche, in barba a Popper e agli epistemologi che pretendono di dettare ai ricercatori come far ricerca scientifica senza sapere cos’è un elettrone. Questo ce l’ha spiegato il Grande Feyerabend in “contro il metodo, che che è il più bel testo di filosofia della scienza che mi sia capitato di leggere.
    E veniamo alla grandi rischi , posto che (quasi) tutto è buono per far progredire la scienza , dubito che sia la lottizzazione dei posti nelle commissioni (senza esprimermi sul valore scientifico dei componenti di quella commissione che lascio a WOS) a poterlo fare. Ma è anche vero che il rischio, per definizione, è fuori da processi deterministici (sempre che esistano), e gli algoritmi, che danno probabilità, si basano su sequenze di dati che non vanno al di là di qualche secolo (nel caso dei terremoti), per cui specificare che non si pretendeva previsione del terremoto ma “previsione e prevenzione” del rischio è una castroneria. Il rischio di un sisma si può prevedere si può solo prevenire. Per prevedere (far andar via la gente dalle case), gli algoritmi non hanno più rispettabilità del tecnico (denunciato per procurato allarme) che, senza spiegarne la causa, sosteneva che l’aumento di radon faceva prevedere un terremoto da lì a una settimana e consigliava di scappare subito. Solo quando sarà stabilita una relazione causa-effetto (supposto che non abbia ragione Hume) tra quantità di radon e terremoto, forse, anche i soloni del metodo considereranno il radon come indicatore da prendere in considerazione. Per ora si prendono in considerazione gli ordini di quel galantuomo di Bertolaso che ai giudici, evidentemente, ha fatto paura perchè lui che ha ordinato : dite che tutto va bene, stranamente non è stato neanche inquisito in prima battuta.
    Caro Ainis , i suoi suggerimenti editoriali sono tentazioni a cui è difficile sottrarsi, mi sta dissanguando.

    Cordialmente

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentili Asia e Proto Zuniari,
      sono basito! Credevo che questo post non l’avrebbe letto nessuno (figurarsi, poi, commentarlo). Evidentemente mi sbagliavo (come per la katana: non ci ho dormito due notti!).
      Il superamento della dicotomia scienza/tecnica, a mio avviso, è più questione sintattica che semantica, però ho qualche difficoltà ad esprimermi in poche righe (alla mia logorrea si sovrappone l’ignoranza). Direi anche che Asia, forse, assegna alle mie considerazioni un senso che non hanno (come ho già detto). Il guaio del processo dell’Aquila, direi, è causato da un equivoco simile (non per niente ho citato il passo di Putnam in corsivo).
      Il fatto che i miei post creino un danno alla scarsella di PZ (e non solo, a dire il vero, altri si sono lamentati in privato nello stesso modo) mi riempie di gioia. Nel caso, su IBS/Amazon si risparmia (ma non credo di dire una gran novità).
      Grazie dei commenti, davvero molto graditi.
      Cordialmente,

  4. Proto Zuniari ha detto:

    per un refuso ho scritto si può prevedere si può solo prevenire : è ovvio che intebdevo non si può prevedere.

  5. Asia ha detto:

    Carissimi,
    so bene che scienza e tecnica sono due entità distinte, anche se collegate.
    Ormai però, specie nel nostro Paese, si tende a farle coincidere strategicamente, privilegiando la seconda per motivi intuibili.
    Riporto la considerazione di un astrofisico, (tal Capaccioli) utile a capire meglio questa forzatura:
    “Il nostro Paese è in ritardo. Noi spendiamo soltanto l’1,2% del prodotto interno lordo in ricerca scientifica e, recentemente, abbiamo preso anche il vezzo a voler correggere la nostra arretratezza, dicendo: “Va bene non spendiamo più i soldi in ricerca di base, ma cerchiamo di spenderli in ricerca applicata che produce denaro”.
    Questa naturalmente è miopia, è cecità, perché, per produrre denaro, bisogna avere CONOSCENZE. E quel denaro, speso per produrre conoscenze, renderà ulteriore denaro.
    Il denaro che invece viene speso per produrre solo denaro si rinsecchisce, diventa arido in poco tempo e si perde la capacità di farlo.”

    Ritornando ad Ainis e al post d’apertura: la filosofia è considerata uno strumento utile per la conoscenza e la comprensione scientifica,
    Bene, ma parliamo di filosofia spicciola, non di epistemologia classica e impettita.
    Non nutro grande simpatia per gli epistemologi (ne conosco personalmente uno che mi fa venire l’orticaria quando comincia il rito dell’autoerotismo sillogistico) e capisco sia il trasporto di GA per Putnam, sia perché PZ sia rimasto folgorato da Feyerabend e dal suo concetto anarchico e rivoluzionario di scienza, alla faccia del neopositivismo logico.

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