ELEZIONI: I PROBLEMI DELLA SARDEGNA SPIEGATI DA IO

Classi d'età PiccolaLe elezioni sono come i mondiali di calcio: improvvisamente diventiamo tutti notisti politici e spariamo sciocchezze galattiche parlando di alleanze, programmi, retroscena, tattiche, strategie…

Così come pretendiamo di dettare la formazione al Commissario Tecnico della Nazionale, nello stesso modo stipuliamo le alleanze per battere gli avversari della nostra parte politica. C’è chi sussurra all’orecchio di Bersani affinché si allei con gli Orazi, l’altro che invece preferisce i Curiazi. Per non parlare dei programmi: via l’IMU, via la TAV, via l’euro, piena occupazione, articolo 18, riforma Fornero…

La verità è che non sappiamo neppure definire le nostre, di priorità, altro che quelle altrui. Ad esempio: cosa vorremmo al primo posto nei programmi della parte politica che ci apprestiamo a votare? Sì, lo so che secondo logica dovrebbe essere il contrario, dovremmo scegliere la parte politica dopo aver visto cosa diamine vorrebbe fare, però ormai abbiamo cambiato idea, in Italia: facciamo il contrario e neppure ci chiediamo il perché. Chi vota il Berlusca, ad esempio, aspetta di sapere cosa dirà, ma non per decidere se votarlo o meno, ci mancherebbe, bensì per avere qualche buona carta per dare addosso al nostro amico, quel comunista del cazzo!, e fargli vedere che la partita la vinciamo noi, mica lui! Poi vedremo, sul campo!!

Ma siamo tutti così cretini? Tutti, tutti, tutti?

Per rispondere all’intrigante domanda, interroghiamoci. Ad esempio, noi sardi, sappiamo davvero quali siano le priorità della nostra Isola? Abbiamo un idea di ciò che dovrebbe fare una parte politica per guadagnarsi la nostra fiducia e il nostro voto? Quali temi dovrebbe mettere all’ordine del giorno?

Non credo di sbagliarmi se dico che, per la maggior parte di noi, il problema principale è quello del lavoro, dell’occupazione. Con le aziende che chiudono e il rubinetto pubblico che non gocciola più, quello di trovare un lavoro è diventato un vero incubo. Quindi, in Sardegna, largo a chi ci promette posti di lavoro, investimenti, accozzi per riuscire ad occupare un posticini -ino -ino. Poi ci sono gli under 40 che urlano per via dell’occupazione giovanile. Gli over 40 che urlano per la definitiva estromissione dal mondo del lavoro. Gli over 50 che urlano perché non riescono a capire se e quando andranno in pensione. Insomma, tira da una parte o dall’altra ma il problema è sempre quello: il lavoro!

Ma è davvero così? Siamo sicuri?

No, in realtà quello del lavoro è un problema che ci appare enorme ma, purtroppo c’è ben di peggio e questo peggio avrebbe bisogno non della paccottiglia politica che ci vediamo di fronte tutti i giorni ma di personaggi che un tempo si chiamavano statisti, in grado di immaginare un futuro più lontano di domani mattina, presto. Perché? Ve lo spiego me, ve lo spiego.

Se cliccate sulla figura, la potrete ingrandire e leggere. Nella colonna di sinistra, è riportata la distribuzione della popolazione isolana per classi d’età riscontrata nel 2011. Ci dice quanti abitanti hanno da 0 a 4 anni, quanti da 5 a 9, quanti da 10 a 14 e così via.

Bene: supponiamo che arrivi un genio della politica che ci proponga una soluzione geniale e ci porti alla piena occupazione. Ad esempio, faccia lavorare tutti i sardi con un’età superiore ai 20 anni (magari) ed inferiore a 65, perché a 65 si va in pensione (è così bravo che siccome lavoriamo tutti possiamo davvero andare in pensione a 65 anni!) Contenti? Lo votate?

Secondo me sì, certo che lo votate, ma siete sicuri di far bene? Secondo me dovreste riflettere un pochino e vi faccio vedere il perché

Chiediamoci: cosa succede tra vent’anni? Nessuno lo sa per certo, però possiamo fare qualche ipotesi. Ad esempio, supponiamo che la natalità resti più o meno quella attuale (molto bassa, certo, ma non cominciate a lamentarvi, seguitemi ché vi dico perché l’ho scelta così). Per sapere che razza di distribuzione per classi d’età ci sarà basta aumentare l’età di tutti di vent’anni. Per fare le cose per bene, supponiamo anche che tutti coloro che oggi hanno più di 85 anni se ne vadano al cimitero (vi ho detto di non lamentarvi ché vi spiego tutto) e vediamo dove siamo andati a parare.

Da zero a vent’anni ho lasciato gli stessi numeri del 2011; sopra gli 85 ho mandato tutti al cimitero; gli altri sono più vecchi (colonna centrale). Naturalmente ci sarà anche chi è morto prima, però anche chi, più vecchio di 85, non è morto, quindi si compensa. Infatti, se andate a vedere il totale, la popolazione è grossomodo stabile (in realtà si prevede di diminuire ben di più, ma stiamo ragionando in soldoni).

A questo punto la domanda è: se il genio della politica che abbiamo eletto ci fa lavorare tutti, siamo davvero a posto?

Bene, la risposta è no. Nel 2011, la popolazione che lavora (quelli tra i 20 e i 65 anni) ammonta al 64%. Dopo vent’anni è scesa al 53%, ma mentre prima i vecchi erano il 19,5% adesso sono il 29,4%. Capite cosa vuol dire? Che poco più di metà della popolazione deve sostenere l’altra metà (mentre oggi il rapporto è 64/36) ma soprattutto ci sono un sacco di vecchi non solo improduttivi, ma anche bisognosi di cure, spesso costose, e di assistenza!

Bene, si dirà: siccome lavoriamo tutti…

Due palle! Perché basta andare avanti di altri dieci anni che il rapporto diventa 45% contro 55%… e i vecchi adesso, sono il 38%!! (colonna a destra): come fa il 45% a pagare le pensioni e l’assistenza dei vecchi, la scuola e la formazione dei giovani?

Il solito Ainis che non capisce un accidente: siccome c’è più quattrino (tanto lavoriamo tutti) ci mettiamo a fare più figli e…

No. Se nel frattempo ricominciamo a fare più figli, aumenta la percentuale di coloro che dobbiamo mantenere! È l’esatto contrario!

Come mai? Perché ormai il danno è fatto: non possiamo tornare indietro nel tempo e fare i figli che sarebbero necessari. Molto semplicemente non ci sono!

Va bene, allora cerchiamo un sacco di badanti, tanto lavoriamo tutti, e paghiamo loro lo stipendio per badare al 38% di vecchi!

A parte il fatto che non sarebbe così semplice (ma non sto a spiegare il perché) smettiamola con la balla dell’uomo politico che ci fa lavorare tutti, tanto non ci crede nessuno. Il fatto è che non solo non c’è lavoro, ma la situazione demografica resta quella che è. L’ipotesi del lavoro per tutti è uno scherzo, mentre le persone che invecchiano senza giovani non lo è, è vera, verissima verità.

Cosa vuol dire? Vuol dire che stiamo andando verso un disastro immane e, mentre cerchiamo di far passare la nottata parlando di lavoro, la durissima realtà è che il problema vero, in Sardegna, non è il lavoro.

Naturalmente non sto a parlare degli imbecilli che vorrebbero l’indipendenza, immagino che i numeri dicano da soli cosa significherebbe, ma neppure tra gli altri, tutti gli altri (giornalisti, intellettuali, soldati semplici, uomini politici, gelatai, allevatori di rospi, avvocati, destra, sinistra) non ce n’è uno che lo realizzi: fra trent’anni, l’Isola sarà una landa desolata, ma non in senso figurato, lo sarà per davvero.

Buffo no? Sarà pur vero che sarebbe sempre meglio avere il lavoro, ma senza qualcuno che si inventi una soluzione, una soluzione di cui, per ora, non c’è traccia perché siamo occupati a litigare per quattro menate (altro che lavoro!) andremo comunque a ramengo. E il bello è che anche se i numeri sono là, di fronte a tutti, nessuno se ne curerà, perché i sardi sono cosi: pensano che tanto arriverà qualcuno con il salvagente.

A proposito di sovranità, per l’appunto.

Avete risposto alla domanda? Come quale domanda: se siamo tutti così cretini.

Paura, eh?

 

NOTA: So bene che i numeretti dettagliati sono ingenui (e le approssimazioni tagliate con la scure) ma ciò che intendo sottolineare è che non è necessario leggere un articolo specialistico (che avrei potuto citare) per rendersi conto personalmente della bomba demografica ad orologeria che ci portiamo appresso. Ciascuno di noi, anche Michela Murgia, per dire, potrebbe capirlo senza doversi fidare di un addetto ai lavori, basterebbe conoscere le quattro operazioni e possedere un piccolo numero di neuroni. Come dire che per ragionare sul futuro dell’isola basta la cultura necessaria per fare i conti della spesa!

Dal che ne deriva la seguente considerazione: che cazzo fanno allora, i nostri intellettuali, informazione in testa?

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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12 risposte a ELEZIONI: I PROBLEMI DELLA SARDEGNA SPIEGATI DA IO

  1. Anonimo ha detto:

    Alla fine dei conti non siamo tanto diversi dai politici che andiamo a votare ogni volta. Anche noi, tutti, in fondo in fondo, non siamo capaci di vedere le cose in prospettiva!

  2. Il problema rimane comunque sempre economico. Se si creasse piena occupazione (!), conseguentemente ci sarebbe una situazione economica assai migliore, e quindi la sardegna sarebbe meta di flussi migratori che rimpolperebbero le file della popolazione attiva. Succede così in Germania che con tassi di natalità tra i più bassi al mondo non ha certamente il problema di spopolamento nei prossimi decenni.
    Il problema della attuale struttura demografica sarda è che i vecchi son molti di più e lo saranno sempre, prendono i voti e comandano. Per cui continua la scarsa preponderanza all’innovazione e alla reale valorizzazione del capitale umano, mentre viene portata avanti la difesa delle rendite diuo. posizione e dello status quo. Tutto ciò, come tu ricordi, porterà ad una situazione insostenibile con un indice di dipendenza mostruoso e morboso.

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Andrea Zedda,
      sebbene l’avere più occupazione potrebbe lenire la situazione (ovviamente, l’ho detto anch’io) ciò non sarebbe un modo per risolvere il problema. Il flusso migratorio di cui parla lei, infatti, non dipende dall’occupazione piena dei residenti, ma dalla struttura dell’occupazione. In altri termini, non basta creare “occupazione”, ci vuole un’«occupazione che sia in grado di crearne altra (facendo arrivare altra gente: ciò non è per nulla automatico)». Attualmente, all’inseguimento del localismo e della balla del turismo e dell’agroalimentare (e contro le «industrie cattive») non solo non si pensa al lavoro, ma non ci si interroga neppure sul «tipo di lavoro che servirebbe».
      Che poi non siano problemi di facile soluzione credo sia palese, per carità; non dico neppure che ci si dovrebbe occupare della cosa senza pensare al resto. Però mi domando perché la politica isolana sia così povera; e come mai l’intellettualità (anche quella che si presenta con le carte in regola per dimostrarsi di buon livello) sia così assente.
      Cordialmente,

      • Questioni legittime per carità. Dico solamente che se non si risolve il problema lavoro, difficilmente si potrà affrontare quello demografico. L’unica cosa certa è che bisogna trovare il modo di attrarre capitali e forze lavoro esterne. Il come sinceramente non so dirlo.

        • Gabriele Ainis ha detto:

          Gentile Andrea Zedda,
          purtroppo risolvere il problema lavoro non basta.
          Bisogna “risolvere il problema lavoro in modo tale da risolvere anche quello demografico”!
          Per il resto, e tanto per essere chiari, mi limito ad auspicare che se ne parli. E pensi che non sono neppure direttamente ineressato al problema (data l’ètà; tra 30 anni ci saranno altri che vedranno che succede 🙂 )
          Cordialmente,

  3. tato ha detto:

    Buongiorno Sig. Ainis,

    si prepari che sto per scrivere un altro lungo intervento, spero non le dispiaccia.
    Stimolato a più riprese da lei, da Biolchini e da altre letture fatte negli ultimi anni, mi sono chiesto: ok, assodato che i vari ministri/assessori al lavoro sbagliano sempre, al di la della critica, cosa dovrebbero fare per non sbagliare?
    Perchè è facile criticare, è più difficile trovare soluzioni.
    Ma andiamo con ordine.
    Cosa dovrebbe avere un candidato per essere votato?
    Innanzi tutto dovrebbe essere preparato o anche avere molta voglia di “prepararsi” (forse è anche meglio). Perchè per poter affrontare qualsiasi problema bisogna prima di tutto conoscere “i dati” del problema e saperli analizzare. Se uno non è preparato pensa che il problema del lavoro si risolva con 1000 tirocini da 500 euro al mese. Se uno non è preparato pensa che il sulcis si risana finanziando questo o quell’altro imprenditore di chissàdove.
    Io non sono preparato. Per cui risposte non è ho, ora. Però se dovessi “candidarmi” e la mia ambizione fosse quella di affrontare il problema del lavoro in Sardegna, cercherei di studiare il problema: la storia dell’industria in Sardegna, la storia dell’agricoltura in Sardegna, uno studio delle importazioni/esportazioni, uno studio del territorio da un punto di vista sia geologico che agricolo (cosa si può coltivare e dove, di che qualità), in che direzione va il mercato (sia agricolo che industriale). Ovviamente ci sono anche tanti altri aspetti legati alle nuove tecnologie e ai servizi che comunque non vanno trascurati.
    Una volta individuate delle linee guida, passerei alla gestione delle “risorse economiche”.
    Per me è totalmente inutile finanziare un imprenditore che procuce macchine da scrivere oggi solo perchè da lavoro a 500 persone. Per me è inaccettabile che un imprenditore che prende milioni di soldi pubblici per un’attività inutile destinata a fallire, sparisca nel nulla e non finisca in galera. Per cui, i finanziamenti diretti alle aziende devono essere ridotti al minimo.
    Quello che farei sarebbe creare delle agevolazioni per le aziende e le agevolazioni devono essere rivolte alle aziende che si propongono nei settori che, col mio studio precedente, si sono individuati come percorribili. Le agevolazione non devono essere finanziamenti diretti (salvo casi molto rari o comunque mai per assistenzialismo).
    Come agevolazioni intendo il favorire le condizioni di “vita” di un’azienda. Ad esempio: in Sardegna, leggo, abbiamo un problema del costo dell’energia. Perchè non si affronta questo problema in primis? si cerca di capire perchè l’energia costa tanto, si tratta con gli operatori del campo dell’energia (nazionali e non) per trovare dei prezzi più vantaggiosi o, in ultima analisi, si finanzia (questa volta si) una azienda locale per la produzione di energia (magari dall’eolico o dal fotovoltaico) che serva l’industria locale a prezzi concorrenziali.
    Qualsiasi aiuto diretto alle aziende sarebbe “mirato” e non “tenete questi soldi e fatene quello che volete” a fondo perduto. Io, Regione (o Stato), mi posso accollare parte del rischio di un’attività che reputo valida (non di certo le macchine da scrivere… o il carbone, per capirci) e aiuto l’imprenditore ad esempio finanzandogli know-how (formazione dei dipendenti) o agevolando l’accesso ad immobili o terreni necessari alla sua attività (che magari però resterebbero di proprietà pubblica almeno fino al raggiungimento di alcuni obiettivi da parte dell’azienda in termini di occupazione) o riducendo la pressione fiscale almeno locale. Ed il tutto ovviamente non a tempo indeterminato.
    Ma queste sono idee di massima che lasciano il tempo che trovano e che potrei cambiare perchè, come ho scritto all’inizio, io ora non sono preparato. Una volta che fossi preparato magari darei indicazioni diverse (perchè il senso del mio discorso al di la delle proposte pratiche è che dietro tali proposte ci sia la coscienza di quello che si propone e la conoscenza dei temi). Ed è soprattutto importante che tutto questo venga rivisitato ciclicamente, che vengano studiate prima le procedure di eventuale dismissione di un’attività che tra 30 anni potrebbe non essere più conveniente, ipotizzate linee guida per un’eventuale riconversione.
    Questo lo dico se fossi io “il politico”. Però ultimamente sto maturando anche un’altra considerazione. Oggi, nel mondo del lavoro, siamo troppo abituati ad avere la “pappa pronta”, ad essere “dipendenti che ricevono uno stipendio”, ad avere/volere sempre “qualcuno che ci aiuti”. Ecco io proporrei una riflessione sul fatto che esclusi gli ultimi 100 anni di storia dell’umanità, nei restanti milioni di anni ognuno lavorava per se e senza nessun aiuto (anzi, spesso in situazioni davvero disumane). Io penso che ognuno (singolo o azienda) dovrebbe iniziare a piangere di meno e a pensare di più a se stesso, ad essere pronto a fare quello che il mercato richiede e quello che si è capaci a fare (o disposti ad imparare), pronti ad affrontare il mondo senza paracaduti sociali. La gente è troppo comoda o vuole soluzioni troppo comode (nel più delle volte).
    Finisco col dire che sono contrario all’uso degli ammortizzatori sociali come unico strumento per tamponare i problemi del mercato del lavoro (è proprio un’idiozia “regalare” dei soldi che potrebbero essere investiti strutturalmente e produrre ricchezza; se io ho 60 anni e 500000 mila euro in tasca e sono senza lavoro, potrei tenermi i soldi e vivere tutta la vita con quelli oppure comprare un immobile, affittarlo e vivere con i restanti e l’affitto, quale delle due soluzioni crea ricchezza?); sono d’accordo che vengano usati sporadicamente e in casi di emergenze molto gravi.
    Il discorso pensionistico è, se possibile, ancora più complesso. E in questo campo sono ancora meno preparato ma di sicuro (se fossi il politico di turno) cercherei, nel limite delle mie capacità, di pensare una soluzione che resti valida in qualsiasi condizione di crescita e decrescita demografica (che saranno necessariamente cicliche).
    Di sicuro il passaggio da retributivo a contributivo aiuta, poi io probabilmente fisserei dei “tetti” massimi e minimi di pensione e sopra il tetto massimo creerei un “contributo di solidarità” da parte dei redditi più alti (ma queste sono solo parole a braccio, servirebbe vedere dei numeri per pensare qualcosa di concreto).
    Va bene, mi fermo. Mi scuso se sono stato prolisso.

    Saluti
    Tato

    PS: le confido una cosa. Io sono contrario alle pensioni di anzianità. Credo che dovrebbe essere una scelta del lavoratore versare o meno i contributi e conseguentemente avere o meno la pensione. Faccio un esempio. La mia azienda versa per me ogni anno 7-8000 euro di contributi. Siamo sicuri che se io avessi la disponibilità di quei soldi in busta paga non sarei in grado di costruirmi un futuro migliore di quello che mi offrirà la pensione?

  4. Sovjet ha detto:

    Questa è una parte di un mio “stato” su FB. Parlo del post di Gabriele e come promesso lo riporto anche sul suo blog.
    Il ragionamento è andato un po’ più avanti e alla fine abbiamo quasi trovato un accordo sul fatto che problemi che si intrecciano debbano essere affrontati assieme, perché l’uno influenza la soluzione dell’altro e nessuno può aspettare.

    “Detto ciò, mentre camminavo, pensavo al post che il mio amico Gabriele Ainis ha pubblicato sul suo blog (https://gabrieleainis.wordpress.com/2013/01/17/elezioni-i-problemi-della-sardegna-spiegati-da-io/), dove contesta – coi numeri – quanto avevo scritto qualche giorno fa in merito all’ordine di priorità dei problemi in Sardegna (siccome è amico mio, mi aveva avvertito prima).
    Intanto, prima di dare la mia opinione, rispondo alla domanda che pone nel post: sì, siamo cretini! Perché se non fossimo cretini, con i mezzi e le risorse che abbiamo, invece di scannarci a vicenda, ci saremo sforzati di risolvere i problemi globali, problemi che investiranno prima o poi tutti. Se non fossimo cretini – in Italia – non avremmo dato credito a un buffone scaltrissimo che si è ingrassato (lui, i suoi e anche qualcuno dall’altra parte che gli reggeva il moccolo) mentre tutti gli altri finivano con le pezze al culo. Se non fossimo cretini non avremmo accettato passivamente di essere condannati a miseria futura perché “ce lo chiede l’Europa” di quattro banchieri criminali. Quindi, la mia risposta è, se non si fosse capito: sì siamo cretini!
    Ma perché Gabriele (ormai siamo amici di penna e posso chiamarlo così) dice che non è il lavoro oggi il problema prioritario in Sardegna e soprattutto, qual è questo problema?
    A leggere il suo post, dopo una serie di giravolte, salti mortali, carpiati in avanti e all’indietro (cosa che piace molto a entrambi), ci si arriva: il problema è la demografia. La popolazione sarda invecchia e questo comporterà un aumento della popolazione nelle classi di età più anziane (con i problemi di natura previdenziale, sociale e sanitaria che questo comporta) e una riduzione della percentuale di popolazione in età da lavoro: sempre meno “produttivi” dovranno sostenere sempre più “improduttivi”, che necessiteranno per giunta di cure sempre maggiori, ovvero di un welfare più avanzato di quello attuale proprio quando è messo in discussione anche quello che abbiamo.
    Gabriele ha ragione, ma sbaglia il verbo: quello non è il problema più grave della Sardegna, ma quello che sarà il problema più grave della Sardegna, sempre che ci si arrivi ad averlo! Perché c’è una regoletta che credo valga per tutti: “primum vivere”. Se non sei vivo è inutile che ti ponga molti problemi e se non si aumenta l’occupazione in Sardegna – poi sulla qualità di questa, sui settori dove è meglio investire, su chi deve promuoverla ne discutiamo – non ci sarà neppure invecchiamento della popolazione, perché le condizioni economiche e sociali porteranno ad una riduzione della vita media. Intanto, sarebbe il caso di rivedere i dati stessi sulla vita media in base alle condizioni professionali: sappiamo che chi fa il politico può vivere fino al mille anni senza mai staccarsi dalla sedia, ma gli altri? Quanto vive un operaio metalmeccanico o un minatore o un muratore o un insegnante? Perché se io politico faccio una legge per cui si va in pensione a 90 anni e vivo fino a mille, me ne restano sempre 910, ma se sono un minatore che ha una vita media di 70anni, dovrei farmi mordere dal conte Dracula in persona per poterci arrivare!
    Forse pecco di quella che il mio amico Mariano Porcu, bravo statistico dell’Università di Cagliari, definisce “inferenza aneddotica”: cioè la tendenza a dare valenza generale alle cose che capitano a noi…se a Cagliari ci sono solo due gatti neri, ma mi attraversano la strada uno dopo l’altro, sarò portato a pensare – “accidenti, Cagliari è piena di gatti neri!” (procedendo a tutti i riti apotropaici che noi maschi in genere compiamo in queste occasioni). Nel mio caso io ho (sono un uomo fortunato, lo so!) molte colleghe di lavoro giovani, che in buona percentuale – almeno quelle che avevano una situazione sentimentale stabile – non appena hanno avuto una situazione lavorativa sicura hanno fatto uno o più figli. Quindi, aldilà di una tendenza comune a tutti i paesi sviluppati per cui i figli non sono più una risorsa per sopravvivere (il termine “proletario” credo dipenda proprio da questo), ma un vero e proprio investimento delle famiglie, cosa che porta quasi naturalmente a ridurne il numero, se si ha un lavoro stabile fin da giovani si ha anche la possibilità di progettare il proprio futuro e quindi permettersi il lusso – perché oggi è un lusso, alla faccia dei partito pro-famiglia – di fare figli.
    In una situazione di precarietà diffusa o di mancanza di lavoro, avere un bambino diventa un’ipotesi piuttosto remota o un’impresa ai limiti dell’eroismo.
    Se da una parte non ci si arriverà ad invecchiare, dall’altra si può dire che il calo della percentuale di popolazione che lavora su quella improduttiva non ci dice granché e potrebbe anche non essere così devastante, posto che la produttività del lavoro aumenti: Gabriele proietta da qui a vent’anni nel futuro, ma facciamolo anche per il passato e chiediamoci se vent’anni fa un’ora lavoro produceva la stessa quantità di beni o servizi che produce oggi oppure no, e quarant’anni fa? Se oggi l’1% degli agricoltori produce quanto il 50% (sto dando numeri a caso perché non ho voglia di cercarli, ma il senso è chiaro e i valori neppure lontani dalla realtà) significa che il punto non sta in “quanti” producono, ma “quanto” producono e soprattutto “come” la produzione è distribuita. E anche quel rubinetto di risorse pubbliche che ha ridotto di molto la sua portata non è detto l’abbia fatto perché è calata l’acqua del bacino da cui attingeva, ma forse perché quell’acqua – in trent’anni di politiche neoliberiste, è stata dirottata ad irrigare altri campi! Questo al netto della critica tutta ideologica all’assistenzialismo, che è peccato mortale quando avvantaggia i poveracci, non lo è più quando serve per soccorrere le banche – colpevoli non pentite dell’ultima immane crisi finanziaria, che ha fatto schizzare verso l’alto il debito pubblico di tutti i Paesi (ma poi la colpa è dello stato sociale…) e sta facendo saltare la pace civile in Grecia, dove rinasce lo spettro della xenofobia fascista.
    Il fatto è che lavoro e demografia non sono problemi distinti, non è come per me quando devo decidere se lavare prima i piatti o stendere la biancheria, ma sono fortemente interrelati fra loro e il secondo non può prescindere dal primo, posto che nessuno può essere costretto a fare figli.
    Mancano gli statisti, si lamenta Gabriele, e ha ragione. Ma io mi pongo una domanda semplice semplice: se pure oggi venisse fuori uno statista, ma bello, pronto, con tutte le idee precise, armato come Athena che salta fuori dalla testa di Zeus, sarebbe votato? O magari dovrebbe travestirsi da qualcos’altro per arrivare al potere e gettare giù la maschera e mostrarsi statista solo dentro la stanza dei bottoni? Sempre che questa stanza esista e che non sia semplicemente piena di pulsanti collegati al nulla, che chi decide è da un’altra parte…
    Diceva Albert Einstein che un problema non può essere risolto allo stesso livello in cui si è creato. Con questo sistema economico e sociale sarà impossibile risolvere i problemi, potremmo essere al massimo “problem setter” – e Gabriele ha questa capacità sviluppatissima – ma sarà impossibile divenire “problem solver”.
    A meno che non si rimetta in gioco una parolina: “socialismo”.
    Cordialmente…”

    • Gabriele Ainis ha detto:

      A cui ho risposto:
      ——————————
      Mi sto abituando a questa strana condizione in cui scrivo nel blogghino e poi devo rispondere altrove (ieri anche Marco Zurru ha fatto lo stesso). È un peccato, perché i miei pochi lettori perdono la possibilità di sapere che ne pensino alcune persone così pazienti da leggere le mie cose, rifletterci e scriverne.
      Bene. Credo di dovere una precisazione e una risposta.
      La precisazione è che la situazione prospettata dai miei numeretti è falsa. In realtà le cose andranno ben peggio, come ben esposto in un gran numero di studi specialistici. Il motivo delle tabelle (grossolane) che ho elaborato è duplice: 1) mostrare la distanza che separa i lavori specialistici dalla “gente comune”; 2) di-mostrare come, usando le quattro operazioni e un po’ di acume, chiunque (anche Angela Murgia, per dire) sarebbe in grado di capire cosa stia succedendo.
      La risposta. Secondo me Sovjet commette lo stesso errore di prospettiva di Zurru (ed è il secondo che, avendo gli strumenti per capire l’ironia, non l’avverte nel mio post, come se io, davvero, non dessi importanza al lavoro! Questo meriterebbe, da solo, un paio di post!) Anche Zurru, pur insultandomi, come ha cominciato a fare da che lo prendo in giro per le sciocchezze evidenti che dice (da via Kundera al West) mi accusa, in soldoni, di occuparmi di problemi lontani dall’attuale contesto (cioè anche lui, come Sovjet, non coglie il succo di quanto dico). Insomma: certo che il lavoro è importante, certo che Lilli Pruna fa bene a sottolinearlo. Certo che farebbe piacere a tutti avere un lavoro dignitoso…
      …però: 1) è vero o no che anche con il lavoro si avrebbe in ogni caso una situazione catastrofica? Su questo la risposta di Sovjet è proprio sbagliata, perché non è vero che l’aumento (eventuale) di valore aggiunto delle produzioni dei pochi che lavorano risolverebbe il problema. Si può avere tutto il valore aggiunto che si vuole, ma se ci sono tre lavoratori contro sette assistiti, non funziona neppure se l’agricoltura si fa da sé e tutti i lavori manuali li fanno i robot! E, in ogni caso, è pura utopia, perché il lavoro non c’è; 2) visto che nessuno nega come si vada incontro a questo disastro: come si fa a dire che intanto bisogna sopravvivere? Che razza di risposta sarebbe? Certo che bisogna farlo, ma quand’è che allora si comincia a parlare di demografia, tra trent’anni? Mi stupisce che persone ricche di acume (non è una battuta) come Zurru&Sovjet si caccino in un vicolo cieco logico come questo (per di più dichiarandosi di area progressista). Così come non si capisce la bizzarra risposta di Zurru quando dice: ma lo sappiamo tutti che c’è questo problema!
      Bene: visto che c’è, visto che è importante… dobbiamo ignorarlo perché arriverà (di sicuro, attenzione!) tra un po’?
      Ciò che sfugge (e questo devo dire che mi dispiace) è il fatto che proprio chi sa di sociologia (ci sarà un motivo se ho scritto quel post, ovviamente) dovrebbe essere colui che pensa a queste tematiche, che le segnala, possibilmente con un linguaggio accessibile. Invece abbiamo sociologi che dicono: a) non è il momento; b) lo so benissimo; c) sei un pirla!
      Ci si aspetterebbe qualcosina in più, dagli intellettuali.
      Chiudo con una notazione personale per Sovjet (spero che non venga equivocato ciò che sto per dire, ma conto sull’amicizia di penna). Ho letto il resoconto della camminata in cui parlava delle nipoti (bellissimo pezzo, tra l’altro). Bene: le due nipoti sono coloro che si troveranno, tra 30 anni, in una situazione insostenibile. Quando accadrà, avranno enormi difficoltà. Adesso, per l’età, non possono fare nulla per porvi rimedio. Dovrebbe toccare a noi o no? Siamo sicuri che non sia il momento? Siamo sicuri che non sia invece l’ora di pensare che quando facciamo qualcosa oggi, poi ci saranno le nipoti che ne pagheranno le conseguenze? (la CO2 non insegna nulla?) Potremmo sbattercene le palle, certo, però non alziamo le s-palle: cerchiamo di avere il coraggio di dirlo apertamente. (Dico molto chiaramente che avrei potuto fare lo stesso esempio per i figli di Zurru, ma non so se ne abbia e poi non lo conosco; quando si scende sul personale non siamo tutti Ainis che, apostrofato delle peggiori nefandezze, se impipa).
      Morale? Se non siamo capaci di pensare in prospettiva non prendiamocela con Ainis che ce lo fa notare, tra l’altro scherzando. G.A 🙂

      • Sovjet ha detto:

        A cui ho risposto:
        ______________

        Caro Gabriele, mi sa che però anche tu il succo del mio discorso non l’hai colto fino alla fine. Io non dico che l’attenzione verso il problema del lavoro sia prioritario e sopravanzi quello della crisi demografica derivante dall’invecchiamento della popolazione, ma che bisogna tenere assieme entrambi: chi muore di fame quasi sempre non ha i riflessi pronti per sfuggire a eventi pericolosi, fossero anche catastrofici.
        Semplicemente, mettere all’ordine del giorno un problema che è importante, anzi importantissimo, ma che non è percepito immediatamente come urgente non paga, semplicemente perché chi lo pone – ci piaccia o non ci piaccia – voti su questo non ne prende. E questo punto credo non sfugga neppure a te.
        Inoltre, noi, da qui a trent’anni, a proposito di problemi urgenti, se non invertiamo la rotta, avremo una catastrofe ecologica tale che la Sardegna sarà ripopolata solo dai profughi per disastro ambientale. E su questo tema centinaia di scienziati si sono espressi, si sono fatte conferenze mondiali, si sa esattamente cosa succederà se la temperatura salirà di un grado, di due o di tre… Questo non è forse un problema prioritario? E non sono forse “statisti” quelli che si confrontano? E non sono i Cappellacci, gli Oppi o anche i nostri Uras e Piras, sono gli Obama, le Merkel, i dominatori del mondo. Con quali risultati?
        Altro che utopia! L’utopia mi sa che è l’unica possibilità che abbiamo. Forse di utopia abbiamo bisogno quanto mai prima.
        Il succo di quello che dici io lo ho colto, mi auguro che tu colga il mio: bisogna non solo saper fischiare e legarsi le scarpe, ma fare anche molte altre cose assieme.

        • Gabriele Ainis ha detto:

          A cui ho risposto:
          ———————–
          Sono d’accordo, anzi d’accordissimo: il problema del lavoro va affrontato e come! Però bisogna farlo “efficacemente”, che significa tenere presente anche il problema demografico, ecco tutto (come se fosse facile! Bisogna scegliere un indirizzo, se esiste, che faciliti la soluzione della curva demografica attraverso l’incentivo al lavoro). E, soprattutto, non si può dire che quello demografico sia una cazzata… altrimenti accadrà che le nipoti chiederanno conto agli zii del perché non abbiamo fatto nulla ( 🙂 ). Su Obama&C attenzione a non sbagliare: sono statisti e come (basterebbe vedere come sono intervenuti per guidare il proprio paese). Il punto è che volgiono un mondo diverso da quello che piacerebbe a noi: averli, in Sardegna, gli Obama e le Merkel! Per il riscaldamento globale, però, non facciamo paragoni impropri: almeno della CO2 si parla e come. Ci sono fior di strumenti legislativi che sono stati avviati (poco, ma non è il niente totale di quanto segnalo io). Per il problema demografico non c’è “nulla”. proprio non se ne parla, men che meno da noi! Se dobbiamo citare una metafora, almeno quella giusta (e ci sarebbe). Insomma: io potrei citare chi indica il riscaldamento globale come una priorità; possimao citare qualcuno, in Sardegna, che pone il problema demografico, se non come una priorità, come un probelma da mettere all’ordine del giorno? No…! 🙂

  5. Gabriele Ainis ha detto:

    Accludo il testo di un commento di Luca Pux (cui ho chiesto il permesso) comparso sullo stato di Marcello Sovjet Cadeddu, che mi pare molto interessante (il commento, non Sovjet! 🙂 )
    —————————
    Scusate per l’intrusione, ma leggendo i vostri post non possa fare a meno di dire due parole. Questione demografica, lavoro e crisi ecologica sono, a mio giudizio, tre fenomeni riconducibile ad un unico fatto: la crisi della legge del valore. Il Capitale, ci ha insegnato Marx, è “la contraddizione in processo”. Perché? Perché da un lato manifesta la tendenza a ridurre il tempo di lavoro a un minimo, mentre, d’altro lato, pretende di conservare il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza. Ciò ha come diretta conseguenza che il Capitale diminuisce il tempo di lavoro nella forma del tempo di lavoro necessario, però, di converso, lo accresce nella forma del tempo di lavoro superfluo. In questo modo finisce per fare del tempo di lavoro superfluo – in misura crescente – la condizione di quello necessario. “Da un lato esso evoca, quindi, tutte le forze della scienza e della natura, come della combinazione sociale e delle relazioni sociali, al fine di rendere la creazione della ricchezza (relativamente) indipendente dal tempo di lavoro impiegato in essa. Dall’altro lato esso intende misurare le gigantesche forze sociali così create alla stregua del tempo di lavoro, e imprigionarle nei limiti che sono necessari per conservare come valore il valore già creato”. Da questo punto di vista, quindi, non si esce dal “vicolo cieco” senza i dovuti sforzi per sottrarsi alle dinamiche di un modello di accumulazione che evidentemente è in avanzato stato di putrefazione. Perché sotto questo profilo il “tempo di lavoro superfluo” ( cioè il “non lavoro”, la disoccupazione) è molto probabilmente destinato a crescere. Anche con tutta la buona volontà, è difficile immaginare una crescita del Pil capace di riassorbire una gigantesca massa di tempo di lavoro sociale superfluo poiché, comunque la si voglia vedere, si riproporrà inevitabilmente un effetto sistemico: la riproduzione allargata di disoccupazione provocata dal progresso tecnologico che va di pari passo con l’avanzamento della ricerca e della conoscenza tecno-scientifica in generale. Alla fine di ogni ciclo aumenta la forza lavoro espulsa dal processo produttivo perché le inevitabili innovazioni, di prodotto o di processo, impiantate in risposta alla crisi e all’aumento della competitività, sono tutte a risparmio di lavoro umano. Che ci piaccia o no.
    Sulla crisi ecologica il discorso non cambia, a mio parere. Sviluppo è sinonimo di crescita, di qualcosa che aumenta in quantità. Per alcuni, sia detto per inciso, sarebbe sufficiente accostargli l’aggettivo “sostenibile” per rimuovere le contraddizioni di fondo, a vantaggio della qualità e a discapito della quantità. Ma l’economia capitalistica si sviluppa solo quantitativamente: è produzione di valori d’uso da convertire in un valore monetario, cioè in valore di scambio, in un plusvalore. E’ questo il dispositivo che le consente di esistere, di “esserci”. Ma se la massa di valori d’uso prodotti non si convertono in un valore di scambio ( cioè le merci restano invendute, non trovano mercato) allora significa che ci troviamo di fronte ad una sovra accumulazione di valori d’uso ( eccesso di offerta) che non potendo trovare una sbocco nel mercato ( debolezza della domanda, dovuta al tendenziale restringimento della base di lavoro, di tempo di lavoro socialmente necessario alla produzione ) finiranno per contenere una quantità via via decrescente di plusvalore. Quindi il problema della crescita è in definitiva una crisi della legge del valore e la questione ambientale non è che l’altra faccia della medaglia. “L’economia trasforma il mondo, ma lo trasforma in mondo dell’economia” e si sviluppa solo in quantità. E’ il rapporto quantitativo che sta alla base della valorizzazione. Se il rapporto ( sociale) di produzione capitalistico può essere così definito, cioè come produzione di merci a mezzo di merci, allora anche l’ambiente naturale circostante non può che essere esso stesso merce, in quanto fattore della produzione. Vale a dire elemento dal quale estrarre un plusvalore che permetta l’esistenza del sistema nel suo complesso. Da questo punto di vista la caduta tendenziale del saggio di profitto si accompagna alla caduta del saggio di benessere ambientale, cioè alla compromissione degli ecosistemi dei quali si serve il dispositivo di accumulazione capitalistico. Questo sì è un vicolo cieco. Quello del Capitale, la cui sopravvivenza, per dirla con Harvey, comporta enormi costi sociali e ambientali.

  6. Pingback: DEMOGRAFIA O LAVORO? « Marcello Sovjet Cadeddu

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