PIDDÌU SARDU: L’ABBANDONO DI DADEA E ALTRE STORIE DI ORDINARIA FOLLIA

POST 071 PIDDIU SARDU L'ABBANDONO DI DADEA E ALTRE STORIE DI ORDINARIA FOLLIATeatro gremito.

Si spengono le luci e il brusio in sala, lentamene, si attenua. Gli ultimi ritardatari, sempre loro, si avviano alle poche poltrone ancora vuote. Si apre il sipario.

Atto primo. Scena prima. Interno; un ufficio essenziale: scrivania con lampada e telefono, appendiabiti con colbacco di pelliccia e pesante cappotto spigato siberiano, sedia su cui è seduto Bersani. Il famoso uomo politico, cornetta in mano, parla con aria corrucciata.

 

Bersani: Senti Nichi, mi dici per quale cazzo di motivo ti avrei portato dentro questa storia se non per le tue narrazioni? Trovami una narrazione per questa nuova teoria politica, cazzo!, mica ti chiedo tanto, no?

… Bersani ascolta la risposta sempre più torvo in viso; sbotta:

Bersani: Come sarebbe a dire, Una puttanata!? Io invento il liberismo comunista e tu mi dici che è una puttanata? La fai facile tu, ché ti puoi definire comunista: come cazzo dovrei fare io? Lo vuoi capire che devo tenere assieme te e Monti? Tu sei comunista e lui è liberista e allora io, che sono un genio politico, ho pensato al liberismo comunista!

… Ascolta al telefono

Bersani: Come? Ah, pretendi che il comunismo venga prima… allora facciamo comunismo liberista, così la base non si incazza, perché liberista o no sempre comunismo è, no? Bravo, sei un genio tu…

Entra trafelato il portavoce di Bersani, facendo grandi gesti al capo, impugna un altoparlante a batterie e spara:

Portavoce: Amicompagno Bersani…

Bersani (interrompendo con decisione): Cazzo! Ti ho detto che in privato mi devi dire compamico! Amicompagno va bene per le riunioni con Monti e poi sto parlando con Nichi, accidenti, stiamo definendo la nuova teoria politica della coalizione! E piantala di usare quel coso, siamo in un ufficio, non a Montecitorio!

Portavoce (spegnendo l’altoparlante): Scusa amicomp… compam… capo: ma ho una notizia pazzesca, devi ascoltarmi assolutamente: Massimo Dadea ha lasciato il partito!

Bersani: Massimo Dadea??? E chi cazzo è?

 

Ecco, lo dico subito: Dadea non mi sta né simpatico né antipatico, in più proprio non ce l’ho con lui, ci mancherebbe, manco lo conosco (se non come personalità pubblica, ovviamente). Però la lettera pubblicata… anzi, diciamo meglio: la bordata sparata dalla tolda della corazzata Sardiniapost merita una riflessione seria, se non serissima.

Cosa dice Dadea?

In due parole, dopo una bizzarra tiritera sulle candidature – non mi soffermo a spiegare per quale motivo la giudichi bizzarra perché è un altro argomento – spara l’obice:

«Le liste “manomesse” a Roma sono la diretta conseguenza della inadeguatezza e della debolezza di un gruppo dirigente regionale che non è stato capace di costruire un Pd sardo, autonomo e federato con quello nazionale. Quella proposta, che tante aspettative e speranze aveva suscitato, si è infranta miseramente di fronte al “niet” pronunciato dalla Commissione Nazionale di Garanzia.»

A ben vedere, quindi, si tratterebbe di un fatto politico di notevole ampiezza e profondità: l’incapacità del partito di marcare la propria specificità locale o, se si vuole, forse con un linguaggio più preciso, la mancanza della «volontà politica» di farlo (politichese d’annata, ma ci sta bene).

Bene, si potrà essere d’accordo o meno, però parrebbe una posizione politicamente netta: Me ne vado perché la politica del partito, in Sardegna, non è quella che mi sta bene: punto!

Orbene, a parte il fatto che l’atteggiamento di Dadea mi pare tanto quello degli aggregheti che punteggiarono la mia adolescenza, coloro che cercavano di aggregarsi al nostro gruppetto (assai restio a farsi “penetrare” da estranei, purtroppo, eravamo tanto snob quanto morti di fame) e non riuscendoci se ne andavano sdegnati e convinti di farci chissà quale torto, mi pongo la seguente domanda: quale sarebbe la politica che il PD “sardo” dovrebbe perseguire per far sì di non perdere la preziosa presenza di Dadea? Detto in altri termini: quale sarebbe il significato del marcare un PIDDìU SARDU federato con il PD nazionale?

Vedo di spiegarmi con una domanda retorica. Dadea è stato al governo della RAS assieme a Soru per una legislatura, dato oggettivo. Se lo avesse fatto come esponente di un partito locale federato con uno nazionale, avrebbe avuto una migliore riuscita, oppure il niente fatto da Soru in materia di industria (che era e resta il problema centrale della sopravvivenza di una Sardegna dignitosa) niente sarebbe rimasto anche in presenza di una formazione fortemente connotata in ambito locale? Come dire, siccome la giunta Soru non ha fatto un cazzo in termini di industria, avrebbe fatto diversamente se ci fosse stato il PIDDÌU SARDU?

Faccio un passo indietro: la destra, in Sardegna, non ha alcun problema identitario, se non i soliti vomiti opportunamente aspersi di fronte al volgo quando conviene. La destra, in un posto come il nostro, vive da re: cemento armato, commesse pubbliche, occupazione dei centri di potere e spartizione selvaggia del bene pubblico, coste in testa. Si potrebbe immaginare un luogo migliore nel quale agire? Ci sarà un motivo se il mattone-massone del Grande Oriente da noi va alla grande! Per chi vive di interesse privato in atto pubblico (e con Berlusconi anche in atto pubico, che non guasta) l’Atlantide sarda è il migliore dei mondi possibili, in cui allevare una maggioranza di pecore sostenute da quattro soldi pubblici per formare una cricca di governo ricca e sfruttatrice. Altro che repubblica delle banane: qualcuno ricorda le Comore?

E la sinistra?

La sinistra, al contrario, ha gravi problemi, gravissimi, gli stessi che a livello italiano hanno portato allo stranissimo burosauro che è il PD, però amplificati dalla progressiva dissoluzione sociale della nostra isola. Insomma: chi mai dovrebbe rappresentare la sinistra sarda nel momento in cui spariscono i lavoratori? Che tipo di progressismo proporre, se lo standard occidentale è il liberismo e l’Europa è stata resa, di fatto, impermeabile ad un possibile cambiamento di paradigma? Ci inventiamo davvero il liberismo comunista (o il comunismo liberista, come vorrebbe il Nichi della pièce teatrale)?

La soluzione alla Dadea, allora, è quella di ribaltare il problema. Il marcare localmente il partito, infatti, dovrebbe essere la conclusione di un percorso politico, cioè una necessità imposta da un’agenda: faccio il PIDDÌU per fare A, B, C, D, E, F… tutte cose che non posso fare senza un partito locale. Dadea ci dice cosa vorrebbe fare e ci illustra il ragionamento attraverso il quale si rende necessario costituire un PIDDÌU?

No, e non solo lui ma anche tutti coloro che sbandierano la stessa necessità. Dal che ne deriva questa surreale rincorsa al localismo come espediente per cercare di ovviare a un clamoroso deficit di rappresentati (non di rappresentanza!) per di più in un momento in cui la vittoria alle prossime elezioni (che tanti danno per scontata e di cui non parlo per scaramanzia, perché mi ricordo ancora di Paperetto allo sbaraglio) la vittoria, per l’appunto, sarebbe determinata solo ed unicamente da una situazione nazionale in cui la Sardegna risulta, se possibile, ancora più remota del solito. In altri termini il PD sardo non ha nulla da dire “di sardo”- non perché non voglia ma perché non saprebbe neppure a chi dirlo e poi, nel caso, ha ampiamente dimostrato di non saperlo fare – vincerà (facendo i debiti scongiuri) grazie a ciò che accade a livello nazionale e allora… dovrebbe farsi “sardo”!

Attenzione: questa storia della “sardità” della “sovranità” dell’”autonomia” sono slogan che il PD (e Dadea) raccoglie da altri e precisamente da formazioni che esito a definire politiche e che , se possibile, hanno da dire assai meno del PD (e ce ne vuole, ma al peggio non c’è mail limite). Parlo, ad esempio, di sardisti e di tutte le particelle elementari autonomiste la cui geografia verrà in futuro studiata al CERN di Ginevra (se prima non produrranno un buco nero che ci inghiottirà tutti). Tutta gente senz’arte né parte, priva di politica e politiche. La domanda, allora, a parte il Bersaniamo «Dadea, e chi cazzo è?», sarebbe: ma possibile che con tutti i problemi che abbiamo in Sardegna si riesca ad imbastire solamente una fesseria come questa del localismo?

E poi mi ricordo che gli aggregheti, sbattendo la porta quando andavano via, dicevano… dicevano…

No, per la verità non mi ricordo se dicessero qualcosa… e non mi ricordo neppure i nomi. Neppure uno!

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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