IDENTITA’, SE LA CONOSCI LA EVITI. BUON 2013

POST 058 IDENTITA SE LA CONOSCI LA EVITI BUON 2013«Chi sceglie per un noi esclusivo, presuppone, più o meno tacitamente, il primato non solo dei propri valori, ma anche dell’identità in quanto tale. Ma non appena cerca di dimostrarla, magari invocando questa o quella “radice culturale”, questa o quell’”origine”, i suoi sforzi sembrano aver successo solo a prezzo di profonde semplificazioni, se non addirittura di vere e proprie mistificazioni – giacché la radice non è mai una, e l’origine è sempre particolare e contingente. Per circoscrivere noi ed escludere loro si ricorre così al comodo stratagemma di retrodatare la separazione a quell’origine da cui si sarebbe dipanata la nostra storia – come se la storia fosse retta da un qualche più o meno provvidenziale disegno.»

Poiché, Maya o non Maya, il mondo non è finito, né è ricominciato (il mondo se ne frega delle nostre masturbazioni metafisiche) mi piacerebbe chiudere il 2012 in maniera, credo, atipica. Senza analisi frustranti su come siano andati questi dodici mesi appena conclusi, senza falsi auspici per un futuro migliore, salvo gli scontati auguri che non si negano a nessuno, come una flebo sprecata ai malati terminali.

Le poche righe sulla creazione delle separazioni tra noi e loro non sono (ovviamente) opera mia (magari possedessi una tale profondità di analisi!). Però, prima di dirvi chi ne sia l’autore e in quale ambito siano state pensate, vorrei sottolineare come esse possano essere adattate ai contesti più diversi. Potrebbe essere un antropologo che parla della formazione dell’identità padana secondo i leghisti. Potrebbe essere un intellettuale che contesta, a ragione, la pretesa di individuare il vero sardo nella remota età del bronzo o in quella più vicina del ferro, quando un gruppo di persone decise di imitare le talpe trasferendosi nella dolina di Tiscali. Potrebbe essere un francese che parla dell’identità armena, di un tedesco che pensa a quella turca o curda. Uno statunitense che si interroga sui nativi americani.

Un nazionalista maliano e i Dogon? Lo stesso nazionalista e i Touareg? No: è Giulio Giorello e la citazione è tratta da un delizioso libricino datato 2005, dal titolo Di nessuna chiesa – La libertà del laico. Date le dimensioni, a cavallo tra le 70 e le 80 paginette, con ampi margini a disposizione dei fanatici dell’annotazione, lo definirei una sorta di post su supporto cartaceo, una riflessione breve e incisiva su un fenomeno che in larga parte siamo portati ad ignorare come un’inutile (o poco utile, forse) elucubrazione da filosofi senza un reale riflesso pratico: il conflitto tra relativismo e assolutismo (e, per estensione, la creazione di barriere tra noi e loro). Quanto, al contrario, questo conflitto influisca sulla vita giornaliera delle persone, ne abbiamo, purtroppo, continui esempi. Citerò, buon ultimo, la campagna di odio e intolleranza condotta dalla chiesa di Roma contro l’omosessualità, culminata di recente con la benedizione dell’attivista ugandese responsabile di una proposta di legge per la pena di morte da comminare agli omosessuali. Per quanto possa apparire lontano da noi, il dibattito sulle idee è invece più vicino, molto più vicino, di quanto si possa percepire guidati da ciò che chiamiamo comunemente buonsenso.

Le righe di Giorello si riferiscono all’origine giudaico-cristiana dell’Europa, tema che nel 2005 era all’ordine del giorno della discussione riguardo il conflitto relativismo-assolutismo, ma se le cito adesso paiono ancora – e sono! – gravemente attuali, non solo in riferimento al tema dell’offensiva neo-conservatrice lanciata dalle gerarchie ecclesiastiche in Italia contro la scienza e il libero arbitrio, ma anche all’attuale smarrimento non tanto dell’identità collettiva di un presunto popolo italiano, quanto di quella individuale di ciascuno di noi.

Per quanto possa sembrare improprio, le parole che cito sono particolarmente adatte alla descrizione dello stato di incertezza sperimentato da troppi di noi a seguito di una crisi poco capita, vissuta come profondamente ingiusta e pagata dai più deboli. In questo stato di cose, una delle soluzioni che può apparire praticabile è quella della coalescenza in gruppi, della ricerca di comunanze tali da assicurare la formazione di strutture sociali sostitutive di quelle che appaiono oggi in crisi per manifesta inutilità di fronte all’emergenza. Data una minaccia, si crea prima di ogni altra cosa, istintivamente, una barriera e, se il pericolo è indistinto, non si andrà troppo per il sottile sulla scelta: una che sia sarà comunque meglio di nulla.

Dai concetti di Giorello, allora, estraggo la speranza che ciascuno di noi possa capire come l’innalzare barriere, quindi il costituire gruppi basati su censo, genere, preferenze, etnia (posto che abbia senso questo termine) possa apparire istintivamente ragionevole, ma riduca, oggettivamente, la capacità di capirsi e aiutarsi l’un l’altro. Vivere senza barriere può spaventare, ma l’idea di chiudersi in una galera per sentirsi più liberi è una colossale sciocchezza un drammatico errore strategico. Dobbiamo decidere se sia più attraente cedere alle lusinghe di chi ci domanda di trincerarci dietro un muro, lasciando fuori tutti gli altri nell’illusione di star meglio di loro, o se non si possa rischiare di star meglio tutti, dandosi una mano.

Sì, so bene come ciò possa apparire fumoso, ma è il prezzo da pagare per i concetti ampi, come quello iniziale di Giorello da cui prendo copia. Non chiudiamoci dentro una galera, comunque la si voglia intendere, perché, parafrasando uno dei più importanti intellettuali italiani, la prugna, comunque la si chiami, ha sempre il medesimo effetto. La galera, quello di renderci prigionieri!

Chiudo con una frase tratta dall’epopea di Gilgamesh, citata magistralmente da Giorello: «Se tu aiuti me, io aiuto te. Chi può prevalere su di noi?»

Buon 2013 a tutti: a chi se lo merita e a chi no, senza barriere.

 

Gabriele Ainis

Gabriele.ainis@virgilio.it

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6 risposte a IDENTITA’, SE LA CONOSCI LA EVITI. BUON 2013

  1. New Entry ha detto:

    Chi condivide il proprio pensiero con onestà intellettuale rischia in prima persona (ed è sempre triste constatarlo), ma sicuramente mostra con generosità una via per “rischiare di star meglio tutti” . Grazie e buon anno nuovo a lei.

  2. Proto Zuniari ha detto:

    Caro Ainis,
    bel titolo. Ma io che d’identità non ne ho (a parte la carta) e non ne (ri)conosco alcuna, fino a poco tempo fa vivevo nell’incoscienza di doverla evitare. Solo leggendo alcuni blog nostrani ho capito che bisogna, non solo evitare, ma anche contrastare l’identità presunta in cui ti vorrebbero costringere quelli che si oppongono con mille barriere al fatto che ” gli uomini, sotto qualsiasi latitudine, si assomigliano molto di più di quanto ci piaccia riconoscere” . Il virgolettato è di Fernando Savater che , come saprà, è colpevole di aver scritto “Contra las Patrias” e perciò minacciato dall’ETA di avere prima o poi “il fatto suo”. Per fortuna i nostri indipendentisti sono più innocui e , più che alla ricerca di vittime contro cui lanciare la fatwa, sono alla ricerca di fondi della RAS o della UE, che, chissà perché, ritengono più munifica dell’odiata Italia.

    Di nuovo
    Buon anno

  3. francesco casula ha detto:

    L’Identità è una questione troppo seria e gravida di conseguenze per potersene sbarazzare con qualche battuta. Ecco cosa ne penso io.
    Sull’Identità sono presenti in Sardegna due posizioni assolutamente sbagliate: quella di chi la nega, o comunque ritiene che deve essere “superata” –penso a un accademico cagliaritano che in un recente saggio ha scritto “il riconoscimento delle differenze deve preludere al loro superamento”, e quella di chi la considera immobile, ferma e ossificata nel passato; o la riduce a una semplice spolveratina di tradizioni e limba.
    L’Identità di cui ragionerò, individuale e collettiva, non è una realtà astratta, metastorica, immobile, bensì concreta e dinamica: non naviga cioè nei cieli della metafisica ma cammina nella materialità corposa delle vicende e dei processi reali in cui si contamina, si trasforma e si costruisce-ricostruisce.
    All’accademico cagliaritano ricordo solo che, per chi non ha identità, per chi non è se stesso, in sardo nuorese si dice:”Est unu santu nemos”; in sardo meridionale si dice “Est comenti a nixunu”.

    Unitarismo,globalizzazione e risveglio identitario
    Solo fino a qualche decennio fa sembrava vittoriosa su tutti i fronti l’ideologia, vacuamente ottimistica e credente nelle “magnifiche sorti e progressive”, tutta basata su uno sviluppo materiale illimitato, che avrebbe dovuto eliminare le nazionalità marginali, le diversità linguistiche e culturali, bollate sic et simpliciter come primordiali, quando non veri e propri residui e cascami del passato.
    Sull’altare di tale progresso, segnato dal furore del denaro e del consumo, scandito dalla semplice accumulazione di beni materiali e fondato sulla onnipotenza della “tecnostruttura” –di cui parla Jean Braudillard- ovvero sulla tecnologia e gli apparati di dominio politico, si è sconquassato il territorio, devastato l’ambiente, compromettendo forse in modo irreversibile gli equilibri dell’ecosistema e nel contempo sono state sacrificate e distrutte culture, risorse artistiche, codici. Si è trattato e si tratta – perché il perverso processo, sia pure oggi messo in discussione continua – di una vera e propria catastrofe antropologica, se solo pensiamo a quanto ci rende noto il Centro studi di Milano “Luigi Negri”, secondo il quale ogni anno scompaiono nel mondo dieci minoranze etniche e con esse altrettante civiltà, modi di vivere originali, specifici e irrepetibili. Con questo ritmo, persino i più ottimisti fra i linguisti – ricordo per tutti Claude Hagè- prevedono che tra appena cento anni la metà delle settemila lingue ancora parlate nel pianeta oggi, scomparirà.
    Il pretesto e l’alibi di tale genocidio è stato che occorreva trascendere e travolgere le arretratezze del mondo “barbarico” –per noi Sardi “barbaricino”– le sue superstizioni, le sue “aberranti” credenze, i suoi vecchi e obsoleti modelli socio-economico-culturali, espressione di una civiltà preindustriale e rurale ormai superata. I motivi veri sono invece da ricondurre alla tendenza del capitalismo e degli Stati – e dunque delle etnie dominanti– a omologare in nome di una falsa “unità”, della globalizzazione dei mercati, della razionalità tecnocratica e modernizzante, dell’universalità cosmopolita e scientista, le etnie marginali e con esse le loro differenze, in quanto portatrici di codici “altri”, scomodi e renitenti, ossia “reverdes” (ribelli).
    Quella “unità”, di cui parla lo scrittore Eliseo Spiga nel suo recente suggestivo e potente romanzo, ”: Ormai il mondo era uno. Il mondo degli incubi di Caligola. Un’idea. Una legge. Una lingua. Un’eresia abrasa. Un’umanità indistinta. Una coscienza frollata. Un nuragico bruciato. Un barbaricino atrofizzato. Un’atmosfera lattea. Una natura atterrita. Un paesaggio spianato. Una luce fredda. Città villaggi campagne altipiani nazioni livellati ai miti e agli umori di cosmopolis.
    Che vorrebbe un solo mondo (One world), e per di più un mondo uniforme, l’odiosa, omogenea unicità mondiale, l’aveva chiamata David Herbert Lawrence in Mare e Sardegna; anzi una sfera rigida e astratta nell’empireo e non invece tanti mondi, ciascuno col proprio movimento e con un suo essere particolare e inconfondibile.
    Quell’unità e quel pensiero “unico” che – ha scritto a questo proposito il poeta Nichi Vendola, già parlamentare europeo– abolisce le stagioni, sospende il tempo, rende insignificante il contrasto fra il caldo e il freddo, ammutolisce la politica, mette al bando l’idea stessa del cambiamento.
    Omologando destra, sinistra e centro; annullando progressivamente le specificità; ibernando nella bara della tecnica, del calcolo economico, della mercificazione, della globalizzazione le identità politiche, sociali, etniche.
    Oggi, dicevo, fortunatamente, sia pure con difficoltà e lentamente, inizia ad affermarsi la convinzione e la consapevolezza che la standardizzazione e l’omologazione, insomma la reductio ad unum, rappresenta una catastrofe e una disfatta, economica e sociale ancor prima che culturale, per gli individui e per i popoli.
    Di qui la necessità della valorizzazione e dell’esaltazione delle diversità, ovvero delle specifiche “Identità”: certo per aprirci e guardare al futuro e non per rifugiarci nostalgicamente in una civiltà che non c’è più; per intraprendere, come Comunità sarda, il recupero della nostra prospettiva esistenziale: la comunità e i suoi codici etici improntati sulla solidarietà e sul dono, i valori dell’individuo incentrati sulla valentia personale come coraggio e fedeltà alla parola e come via alla felicità. E insieme per percorrere una “via locale” alla prosperità e al benessere e partecipare così, nell’interdipendenza, agli scambi e ai rapporti economici e culturali.
    Su queste problematiche è stata già prodotta una vera e propria “letteratura” a livello mondiale: penso a economisti come Rifkin o a scienziati e teorici dell’ecologia sociale come Vandana Shiva, indiana, che in “Sopravvivere allo sviluppo” denuncia le distorsioni irreparabili della globalizzazione capitalistica, scrivendo che: le necessità materiali dei poveri potranno essere soddisfatte soltanto quando l’economia naturale e le economie di sussistenza saranno robuste e resilienti. Per garantire che lo siano dobbiamo farla finita con l’ossessione per l’economia del mercato globale e per la ricchezza. La crescita finanziaria che distrugge la natura è la formula per aumentare la povertà e per degradare ancor più l’ambiente.
    O penso all’italiano Enzo Tiezzi che in “Tempi storici e tempi biologici” ci ricorda i limiti oggettivi delle risorse naturali –soprattutto energetiche- e quindi dello sviluppo, l’era del “mondo finito” di cui parlava Paul Valery. O a Levi-Strauss e Joseph Rothscild che in “Il pensiero selvaggio” il primo e in “Etnopolitica” il secondo denunciano la distruzione e/o devastazione delle culture (e delle economie) deboli. O ancora al teorico marxista e terzomondista Samir Amin che il “La teoria dello sganciamento” prospetta la necessità di fuoruscire dal sistema occidentalista.
    O all’americano Alvin Toffler che in “La terza ondata” sostiene la crisi dell’industrialismo e la necessità di una nuova civiltà, non più basata sulla concentrazione-centralizzazione-standardizzazione-omologazione.
    O penso persino a Giulio Tremonti, che sia pure da un versante culturale e politico molto diverso rispetto agli intellettuali citati, è molto critico nei confronti di una globalizzazione che ha prodotto disoccupazione e bassi salari, crisi finanziarie, rischi ambientali e pericolose tensioni internazionali. Tanto da fargli scrivere –in La paura e la speranza, Mondatori editore, Milano, 2008, – che “E’ finita la fiaba del progresso continuo e gratuito. La fiaba della globalizzazione, la del XXI secolo” (pag.5) e nel contempo occorre valorizzare “il valore proprio delle riserve della memoria…, le consuetudini familiari e municipali, le esperienze di vita, i retroterra arcaici e umorali, le diversità, i vecchi valori e le <piccole patrie”. In una parola le nostre “radici”. Inaridirle, strapparle, equivarrebbe a staccarci dalla nostra anima e dalla nostra coscienza. Perché certo le radici da sole non bastano. Ma senza le radici non si sta in piedi” (pag.75).
    E’ dentro quest’universo di contestazioni e insieme di proposte plurali che da anni è in atto nell’intero Pianeta un forte e ubiquitario risveglio etno-identitario, in cui convergono soprattutto nazioni senza stato, partiti e sindacati etnici, l’ambientalismo sociale, culture alternative, gruppi e comunità locali.
    Scrive a questo proposito la psichiatra Nereide Rudas (in Emilio Lussu, trent’anni dopo, Alfa editrice, Quartu, 2006, pag.17-18): “Nello scenario attuale di frantumazione delle barriere nazionali, di ri¬mescolamento di popoli e di culture (si pensi ai forti flussi migratori), nel¬l'orizzonte dell'incombente globalità, inevitabilmente omologante, si af¬ferma e prende voce il diritto delle piccole e grandi patrie a conservare la propria specificità. Nasce l'esigenza di tutelare la diversità quale bene da custodire e tramandare non solo nel proprio ambito, ma quale bene e valore generale, prezioso per tutti.
    È "l'incontro ravvicinato" di nuovo "tipo", forse il tratto caratterizzante del nostro tempo, a porre e riproporre appunto il tema dell'identità. Perché non solo non si può andare all'incontro e al confronto con l'Altro senza sapere ciò che uno è, ma perché quell'uno è anche ciò che l'Altro riconosce in lui”.
    Tale risveglio etno-identitario, non si pone come fenomeno passatista e nostalgico rispetto a un passato che non c’è più ma come fenomeno moderno e postindustriale: come protesta e lotta contro gli Stati, accentrati e oppressori delle minoranze nazionali coattivamente incorporate. E si pone dunque come rivendicazione e proposta perché le minoranze, le nazionalità marginali e le etnie vengano riconosciute e valorizzate nelle loro identità: da quelle politiche a quelle storiche e culturali, da quelle economiche e produttive a quelle ambientali, geografiche, alimentari.

    Identità e storia
    Sostiene Umberto Eco nel suo monumentale romanzo : Io sono memoria di tutti i miei momenti passati, la somma di tutto ciò che ricordo. Mentre l’afgano Khaled Hosseini, nel suo primo romanzo di grande successo scrive che “Non è vero come dicono molti che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente”.
    La storia è la radice del nostro essere, della nostra realtà e Identità collettiva e individuale: nessun individuo come nessun popolo può realmente e autenticamente vivere senza la conoscenza e coscienza della sua Identità, della sua biografia, dei vari momenti del suo farsi capace di ricostruire il suo vissuto personale.
    Un filo ben preciso lega il nostro essere presente al passato: il filo della nostra identità e specificità, come individui e come comunità. Se non fossimo diversi non potremmo neppure dialogare, confrontarci, conoscere. La diversità ci salva dalla omologazione–standardizzazione. Sia ben chiaro: la coscienza di essere diversi non esclude la consapevolezza di essere e di vivere dentro un universo più vasto. La conoscenza della nostra storia, delle nostre radici etno-culturali, le nostre specificità artistiche e musicali, ci aiutano a superare i conflitti fra le diversità, in quanto la coscienza della nostra storia peculiare deve portarci non all’esaltazione acritica del nostro passato, magari in termini mitologici, né all’etnocentrismo, né alla chiusura verso l’esterno e/o il diverso: bensì al dialogo e alla tolleranza e – perché no? – alla contaminazione e al meticciato, in cui la nostra Identità si plasma e si trasforma, arricchendosi e irrobustendosi con l’innesto di nuove culture. A questo proposito Armando Unisci (in Decolonizzare l’Italia, Bulzoni editore) parla di “creolizzazione planetaria” invitandoci a studiare di più, a dimetterci da identità fittizie, ammaccate e frettolose e a disfarci di patrie immaginarie per riconoscerci creoli, meticci. Mentre Tahar Ben Jelloun in Identità è una casa aperta (in L’Espresso del 22-12-09) scrive che a causa “dell’immigrazione di gruppi numerosi e diversi, alcuni strutturalmente insediati: il meticciato avanza, la cultura si arricchisce di nuovi apporti nel campo della musica, della letteratura, della gastronomia…”
    Non possiamo quindi concepire l’Identità come un guscio rassicurante che ci garantisce e ci difende dallo spaesamento indotto dalla globalizzazione e/o dalla diversità: in quest’ottica la nostra Identità non può tradursi in forme di chiusura autocastrante o di separazione: essa deve invece essere accettata e riconosciuta come la condizione base del nostro modo di situarci nel mondo e di dialogare con gli orizzonti più diversi, “senza cedere alla tentazione –osserva acutamente il filosofo sardo Placido Cherchi – di usare la nostra differenza come ideologia o di caricarla, a seconda delle fasi, ora di arroganze etnocentriche ora di significati autodepressivi”.

    Identità e lingua
    “La Lingua essendo la più forte ed essenziale componente del patrimonio ricchissimo di tradizioni e di memorie popolari, sta a fondamento –scrive Giovanni Lilliu –dell’Identità della Sardegna e del diritto ad esistere dei Sardi, come nazionalità e come popolo, che affonda le sue radici nel senso profondo della sua storia, atipica e dissonante rispetto alla coeva storia e cultura mediterranea ed europea”.
    Nell’epoca della globalizzazione, il rapporto fra le lingue è un banco di prova – e anche una grande metafora– del rapporto fra le culture. Comunicare restando diversi, ascoltare l’altro senza rinunciare alla propria pronuncia, essere radicati in una tradizione senza fare di questo, un elemento di separatezza o di esclusione o di sopraffazione: il rapporto fra le lingue – la compresenza attiva di moltissime lingue – dimostra che è possibile tendere alla comprensione salvando la differenza.
    Nella nostra epoca, come muoiono specie animali e vegetali, così anche molte lingue si estinguono o sono condannate alla sparizione. Per ogni lingua che muore è una cultura, una memoria ad essere abolita. Un universo di suoni e di saperi a dileguarsi. Preservare allora le specie linguistiche – nonostante le migrazioni, le egemonie mercantili, le colonizzazioni mascherate – dovrebbe essere il primo compito dell’ecologia della cultura e del sapere.
    L’idea di una lingua unica perduta è solo un sogno: ”un frivolo sogno” lo definiva già Leopardi nello Zibaldone. E anche l’idea che sia necessaria una lingua unica che permetta a tutti di intendersi immediatamente non riesce a nascondere il disegno egemonico: disegno che è in particolare di ordine mercantile. Ma c’è di più: certi programmi “internazionalisti”che prevedono una unificazione linguistica dell’umanità e una scomparsa delle nazionalità, quando non sono inutili esercitazioni retoriche, sono in genere la mistificazione di concezioni sciovinistiche, o addirittura nascondono intenzioni di genocidio culturale di derivazione imperialistica.
    Le lingue imposte via via dai colonizzatori hanno sbaragliato e mortificato e distrutto le forme e l’energia inventiva delle lingue locali. Il controllo politico, le ragioni di mercato, i progetti di assimilazione hanno sacrificato tradizioni e culture, suoni e nomi, relazioni profonde tra il sentire e il dire. E tuttavia più volte è accaduto che quelle culture vinte abbiano attraversato le lingue egemoni irrorandole di nuova linfa creativa: è quel che è accaduto meravigliosamente nelle letterature ibero-americane, è quel che accade oggi nelle letterature africane di lingua portoghese, inglese e francese o nella letteratura nordamericana o in quella inglese. Inoltre le migrazioni hanno dappertutto esportato saperi, confrontato stili di vita e di pensiero, contaminato linguaggi e sogni e memorie. Molti poeti e scrittori del ‘900 appartengono a una storia di migrazioni tra le lingue: da Canetti a Celan, da Nabokof a Brodskij, da Singer a Rushidie, da Gombrowitz a Naipaul.

    Identità e multiculturalismo
    Si parla molto di multiculturalismo, cui attenta pericolosamente la società di massa globalizzata, che trasforma che trasforma nazioni e culture in meri mercati votandole al più bieco consumismo e ai massmedia. Ebbene la diversità culturale oggi non può esistere e sussistere se non coniuga la difesa di specifiche minoranze nazionali, etniche, locali e culturali con azioni positive che si oppongano allo schema dominante del contesto sociale e culturale. Il che non può comunque significare che la varietà delle culture si trasformi in un insieme di gruppi comunitari ed etnici chiusi, magari intolleranti e ossessionati dalla propria purezza primigenia o dalla omogeneità.
    Il solo modo però di scongiurare ed evitare questo genere di evoluzione negativa e devastante consiste nel proteggere e valorizzare certo ogni peculiarità storica, cultura e linguistica ma nel contempo nel contestare e attaccare lo stato centralista e insieme la globalizzazione capitalistica e la società di massa che annulla la soggettività, le tradizioni, le norme e le rappresentazioni etno-popolari: che annullala cultura come reinterpretazione del passato, elemento chiave per la costruzione di un futuro originale. La forte difesa della propria cultura etno-nazionale (è il caso di quella sarda) è una delle condizioni principali per la definizione di un atteggiamento positivo nei confronti del pluralismo culturale, almeno quando le culture, al di là della propria identità e specificità, si definiscono come espressioni della generale capacità umana di creare sistemi simbolici ed elaborare giudizi di valore.
    Tutte le culture dovrebbero condividere alcuni interessi generali, puntando a non farsi distruggere dal mercato culturale globale e dallo stato centralista. Ogni cultura ha l’obbligo di difendere il diritto che ciascun popolo –e individuo- ha di creare, valorizzare, utilizzare e trasmettere la propria cultura che si definisca in primo luogo in una dimensione di contenuti e valori universali: dall’ecologia della politica e dell’ambiente ai valori del’uguaglianza, del comunitarismo e della solidarietà; da tutte le forme di femminismo alla difesa delle minoranze siano esse nazionali che linguistiche, sessuali o religiose.
    Identità e folclore
    La Sardegna è stata fin troppo folclorizzata dagli “stranieri” che si sono affacciati a guardarla e ne hanno subito il fascino, segnando talvolta nei loro taccuini cose inesistenti: a questo riguardo rimando al romanzo Assandira di Giulio Angioni o a Tarquinio Sini, noto soprattutto come pittore e caricaturista dai tratti rapidi ed essenziali (Sassari 1891- Cagliari 1943), che -in un romanzo dal titolo A quel paese… Romanzo moderno (ad imitazione di molti altri) per uso esterno, Ed. S.E.I. Cagliari 1929- si diverte ironicamente a rivelare ai non sardi l’immagine di quella che essi ritengono sia la vera Sardegna, quella infestata da terribili banditi pronti a sparare e a uccidere, con indosso il classico costume sardo: “con la berretta infilata sulla testa che non ha mai conosciuto le forbici del coiffeur, il sottanino di orbace e le brache bianche…i turisti davanti a questi ceffi, dai barboni arruffatti, passano da una emozione all’altra…chi viene in Sardegna in cerca di emozioni e prova tutto ciò può chiamarsi fortunato”, scrive Sini. E questa è la Sardegna che vogliono i turisti, sembra dirci. E quando l’Isola non risponde alle aspettative dei vacanzieri la si “maschera” riportandola al passato o a un’immagine che tale si ritiene abbia avuto.
    Ecco a questo proposito un passo del romanzo, in cui il maître dell’albergo: “dopo una notte insonne, una di quelle notti che portano consiglio, impartisce ordini e contrordini al suo personale.
    -Questa siepe di fichi d’india di qua! Quest’altra di là, più su più giù!
    Questi asinelli? In ordine sparso: un po’ ovunque. Via fatemi sparire quel camioncino! Al suo posto un carrettino…bravo! Il somaro più rognoso. Adesso incominciamo ad andar bene! Il Nuraghe lassù: sulla collina al centro. Oh benissimo!…E il paesaggio sardo prende subito quel caratteristico aspetto della vera Sardegna, di quella Sardegna che tutti conoscono senza aver mai visto e che soltanto i trucchi del modernismo invadente tentano occultare”.
    Ma manca ancora qualche cosa: ecco allora che “bisogna far passare qualche numeroso gregge da queste parti…” afferma ancora il maître. “E dopo qualche istante… ecco il colore locale. E anche l’odore …
    “La Sardegna –signori miei- dopo tanti anni si risveglia e senza lavarsi la faccia si rimette in cammino. Così la vogliono i poeti e i curiosi di là dal mare. Sia fatta la loro volontà!”.
    E’ questa la conclusione, fra l’ironico e il melanconico e l’amaro, del romanzo di Sini. Siamo nel 1929 ma pare che le cose non siano cambiate granché.
    Il tema è stato analizzato anche da Gramsci segnatamente nelle Lettere dal carcere.
    “Sì, le tradizioni popolari: le canzoni sarde che cantano per le strade i discendenti di Pirisi Pirione di Bolotana … le gare poetiche… le feste di San Costantino di Sedilo e di San Palmerio … le feste di Sant’Isidoro”. “Sai – scrive in una lettera alla mamma il 3 Ottobre 1927– che queste cose mi hanno sempre interessato molto, perciò scrivimele e non pensare che sono sciocchezze senza cabu nè coa”.
    In altre opere Gramsci ribadirà che il folclore non deve essere concepito come una bizzarria, una stranezza o un elemento pittoresco, ma come una cosa molto seria. “Solo così –fra l’altro– l’insegnamento sarà più efficiente e determinerà realmente una nuova cultura nelle grandi masse popolari, facendo sparire il distacco fra la cultura moderna e la cultura popolare o folclore”.
    In altre occasioni sottolinea che folclore è ciò che è, e “occorrerebbe studiarlo come una concezione del mondo e della vita“, “riflesso della condizione di vita culturale di un popolo in contrasto con la società ufficiale“.
    Quello che invece Gramsci critica è il “folclorismo“, ovvero “l’abbandono all’isolamento storico e a una cultura arbitrariamente privata di ogni residua mobilità, che definisce, malattia mortale di una cultura disattenta ai significati progressivi della esperienza popolare e invece esaurita nel rispecchiamento della vita passata,nella celebrazione di quei che disturbano meno la morale degli strati dirigenti e rendono in questo senso più facili tutte le , legando vieppiù il folclore “.
    In altre lettere – per esempio in quelle del Novembre del 1912 e 26 Marzo del 1913 alla sorella Teresina– chiede notizie su parole in sardo logudorese e campidanese e alla madre – nella lettera del 26 Febbraio del 1927 – si figura di rinnovare una volta libero e tornato al paese il “grandissimo pranzo con culurzones e pardulas e zippulas e pippias de zuccuru e figu siccada”. In un’altra lettera del 27 Giugno 1927 le chiede di mandargli “la predica di fra Antiogu a su populu de Masullas”. E al figlio Delio che parlava russo e italiano e cantava canzoncine in francese avrebbe voluto insegnare a cantare in sardo: “ lassa su figu, puzzone”.
    Ma il “Sardo“ di Gramsci non si ferma qui: alle pardulas e ai bimborimbò delle feste paesane, pure importanti. Il suo rientrare insistente nella lingua materna non è un fatto solo sentimentale. Va ben oltre. Voglio ricordare che nei primi mesi di vita studentesca nella Facoltà di Lettere a Torino i suoi interessi si rivolgono in modo particolare agli studi di glottologia, di qui le sue ricerche sulla lingua sarda e il suo proposito di laurearsi, con il suo grande maestro Matteo Bartoli, proprio in glottologia. O basti pensare che si fa scrivere da due bolscevichi della “Sassari“ lo slogan della futura rivoluzione in Sardegna:” Viva sa comune sarda de sos massajos, de sos minadores, de sos pastores, de sos omines de traballu” (“Avanti”, edizione piemontese del 13 Luglio 1919).
    Spesso però la Sardegna è stata folclorizzata anche dai residenti, in una sorta di ripiegamento su se stessi, o nella esibizione di una straripante diversità.

    Necessita di un restyling concettuale per l’Identità
    Occorre leggere e interpretare l’Identità –scrive opportunamente Alberto Contu- non con le lenti logore di un’ideologia passatista, ma con un restyling concettuale nuovo e complesso che rifiuta e oltrepassa una improbabile visione museale. Ovvero un’impostazione che riproponga un cliché che la riduce a semplice recupero acritico del passato e delle sue tradizioni o del suo folclore; o a un attributo eterno e immutabile. Provocatoriamente sosterrei anzi che la visione puramente etnografica dell’identità, certifica la morte dell’identità stessa.
    Di più: “quando ci si interroga sull’identità –scrive magistralmente Bachisio Bandinu in – vuol dire che si sta sperimentando una condizione di disidentità. Si cerca qualcosa che si è già perduta…Si piange il corpo morto e si tesse il manto luttuoso del ricordo e del rimpianto. Opera il fantasma della madre tradizione. Si arreda lo spazio di monumenti, documentazioni, mappature, rituali, tutti timbrati inesorabilmente al passato, secondo una concezione mussale. Si ricostruiscono i luoghi sacri della malinconia. Ricorrenze, ripetizioni e fantasie di rinascita. E’ un lutto senza elaborazione. Così codici e scritture, riti e narrazioni, usi e costumi non prendono la forma del tempo attuale, La fissazione all’oggetto perduto produce le folclorizzazioni che sono delle rappresentazioni mortuarie.
    C’è un enunciato, imperativo e malinconico, davvero sintomatico che ricorre nel discorso sardo: torrare a su connotu, ritornare al conosciuto. Su connotu è visto come uno spazio reale e simbolico di garanzia, ricco di valori è costituito dal patrimonio storico, archeologico, artistico, linguistico e culturale, ma inteso come tesoro da custodire, senza investimento”.
    Con un aforisma affilato e fulminante, esprime lo stesso pensiero il compositore austriaco Gustav Mahler, scrivendo che “La tradizione deve essere considerata come rigenerazione del fuoco e non come venerazione delle ceneri”.
    L’identità non è un dato dunque che si contempla: quando ciò avviene vuol dire che il fenomeno è ormai svanito. E neppure semplicemente si studia o si indaga: questo avviene infatti quando essa viene a mancare o si è trasformata in oggetto estraniante. Pensiamo alle lingue morte che sono sempre oggetto di attenzione alla luce fioca dei tavoli accademici, quando “il morto” è sezionato e classificato. O pensiamo alle lingue, le arti, le tradizioni sempre più materia per i nuovi entomologi.

    Identità come accumuli, come percorso, processo e progetto
    L’Identità dei sardi –scrive Antonello Satta- è così difficile da definire proprio perché dinamica e variabile, fatta di somme e di accumuli e non di sottrazioni successive. Se procediamo per ortodossia totalizzante, e ci mettiamo a sottrarre e a sottrarre, escludendo e tagliando, per riscoprire l’autentico, possiamo arrivare fino a ricondurre la cultura sarda dentro la sua lingua originaria precedente alla romanizzazione”
    L’identità che occorre difendere e rivendicare e far crescere dunque non è quella immobile o primigenia o “autentica”: anche perché l’autoctono puro non esiste. Come non esiste –un “terroir” identitario sicuro e definitivo, come per il vino. Gli uomini –come le piante- hanno certo “radici”, ma insieme viaggiano, cambiano, sono ibridi, multipli, figli di molte generazioni e di molte culture e di infiniti incontri: influenzati dal sangue e dalla storia tanto quanto dal loro libero mutare, abitare, imparare. Non esistono quindi identità blindate o troppo ingombranti.
    L’Identità che esiste è invece lo specchio fedele di stratificazioni culturali secolari su un potente sostrato indigeno che fa da coagulo: cito ancora Antonello Satta.
    Ma non si esprime in un isolato e fermo recupero e cernita di semplici memorie e tradizioni. In genere –ha sostenuto il filosofo Searle- noi pensiamo alla memoria e dunque all’identità che su questa basiamo, come a un magazzino di frasi e immagini. Dobbiamo invece pensare alla memoria e dunque all’identità come a un meccanismo che genera atti contemporanei, inclusi pensieri e azioni, certo basati anche sulle esperienze del passato, ma nei termini accrescitivi di un confronto nel tempo perché è in quel confronto, in quello scambio intersoggettivo che trova la ragione la capacità di conservare ma anche di progettare e di accogliere e di proporre di ricevere e di dare. Ciascuno è figlio della propria terra ma anche figlio del mondo intero. Occorre partire dal “luogo della differenza” per riconoscerci e appartenerci e insieme da quel luogo, dal valore della diversità segnata da una storia dissonante e da arresti anche drammatici ma carica di significati millenari: ripartire, muovere per disegnare nel presente la nostra storia futura, il progetto della nostra terra.
    L’identità non è immutabile come un blocco di cemento ma un elemento dinamico.“Ogni identità è dinamica, cioè variabile”, ci ricorda anche il vecchio Emanuele Kant. E- soprattutto non è definitiva ma è da rielaborare continuamente. Da ricostruire “in progress, secondo la logica del bricolage, nella dimensione di un grande blob” –scrive ancora Alberto Contu- che crea inedite adiacenze tra segni e simboli delle vecchie certezze e nuovi elementi mobili dai confini elastici. La purezza infatti è l’unico ingrediente che non dovrebbe mai entrare nella composizione del concetto di identità. Hitler che era nostalgico di quella famosa purezza della razza, perpetò il più grande genocidio della storia. Essere identici significa essere unici: l’individuo è unico ma nello stesso tempo somiglia agli altri individui. La nostra diversità sta in questa unicità. Sappiamo da tempo che una identità chiusa e inaridita, perde il suo profumo e la sua anima. Un’identità è qualcosa che dà e riceve. In essa nulla è cristallizzato, definitivi. L’identità insomma è una casa aperta, che si ingrandisce e si arricchisce ogni giorno.
    In quest’ottica –utilizzo ancora l’affilata e pregnante prosa di Bandinu- “la tradizione non è un luogo, è il traditur come procedere del tempo. L’elaborazione del passato trova il suo punto di progettazione come investimento nell’impresa del dire e del fare…Il passato non è svelamento magico di un tesoro e neppure contenuto sostanziale di cui appropriarsi. E’ il percorso narrativo del farsi del linguaggio…Non si tratta di fare un cammino a ritroso per abitare la vecchia casa, è piuttosto un percorso prospettico che avvia un modo nuovo del dire e del fare. Il passato come rielaborazione per cogliere la specificità del tempo attuale”.
    L’identità dunque non è un dato rassicurante e permanente ma è quella che diventa fatto nuovo, che interroga l’esperienza del tempo attuale, per affrontare il presente nella sua drammatica attualità, per definire un orizzonte di senso, per situarci e per abitare, aperti al suo respiro, il mondo lottando contro il tempo della dimenticanza.
    “L’identità dunque si vive, nel segno della contaminazione e dell’appartenenza. L’identità è quella che si trasforma in questione operativa: che diventa progetto e l’appartenenza diventa storia, caricandosi di vita, suscitando conflitti, impegnandosi con le lotte a trasformare il presente e costruire il futuro.
    I veri e importanti elementi di identità –scrive Salvatore Mannuzzu- che la tradizione ci consegna si perdono se non vengono investiti nell’oggi e nel diverso da noi: in qualcosa che con un termine ambiguo si chiama «il moderno». Anche se è vero che il moderno non ha portato il paradiso in Sardegna, tra industrializzazioni fallite, riforme agrarie nemmeno partite, globalizzazioni solo patite, spaventose culture dei consumi, devastazioni mediatiche, scolarità degradate… Però hic Rhodus, hic salta: questi sono i problemi che è necessario affrontare, non solo in Sardegna – anche se sulla Sardegna hanno un impatto specifico.
    Ma per affrontarli sono inadeguate le logiche de su connottu. L’identità va resa vera e reinventata giorno per giorno, come la vita: sa vida est naschimentu. E il popolo sardo è tutt’altro che compatto (come in genere il popolo italiano): si tratta di rimetterlo faticosamente insieme, con una ricerca collettiva di senso, che batta ogni paese e ogni campagna ma vada ben al di là dei confini dell’isola
    Se prevale questa convinzione, se vince il fantasma – l’ingombrante sovrastruttura – la Sardegna è tagliata fuori dal mondo, dalla realtà; e anche da se stessa: perché conoscersi e vivere significa confrontarsi con gli altri.

    A mo’ di conclusione
    E invece cosa succede in Sardegna? Cosa succede ai sardi e alla loro smemoratezza culturale? Forse che anche per noi sardi non vale la frase del poeta e scrittore preromantico tedesco Edward Young “Nati originali come accade che moriamo copie?”
    “Ohi ohi ohi cosa siamo diventati –fa dire Salvatore Niffoi a Bachis, il protagonista del romanzo – né antichi né moderni, né altri né noi stessi!
    Quel fuggire rimanendo incatenati, quel restare col prurito di Ulisse nel culo, era tutto uno stillicidio di sangue che si versava nel limbo del non tempo, altrove e lui non se ne chiamava fuori, anzi: si torturava e s’interrogava, su quel rapporto magico e maledetto che aveva con la sua gente, la sua terra. Un cane randagio era. Un cane randagio che non stava bene da nessuna parte, che non si sentiva a casa né in acqua, né in cielo, né in terra. Che cosa aveva fatto per cambiare le cose ad Ularzai? Niente! E se avesse passato i suoi giorni a tribolare per il suo paese, sarebbe cambiato qualcosa? Di sicuro niente! Forse, quella terra malinconica, i suoi figli li voleva proprio così: che non facessero niente, che capissero fin da piccoli l’inutilità del fare, che tanto è tutto inutile…”.
    O no?

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile francesco casula,
      ma non ha di meglio da fare che masturbarsi in rete con questa sequela di cazzate? Provi a masturbarsi veramente, magari le piace di più.
      Cordialmente,

  4. francesco casula ha detto:

    Sei un vero signore!

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