LEGAMBIENTE NON CAPISCE UN CAVOLO DI CHIMICA VERDE: COSÌ PARLÒ MIGALEDDU SENZA VEDERE LA PRUGNA

POST 062 LEGAMBIENTE E CHIMICA VERDEHo letto con piacere l’intervista di Fara a Vincenzo Migaleddu, su SardiniaPost. E il piacere deriva dalla consapevolezza che finalmente, sebbene in ritardo e con fatica, si comincia a discutere seriamente di cosa sia davvero la cosiddetta chimica verde, possibilmente in modo informato e partendo da posizioni non preconcette e non necessariamente contrarie alla presenza industriale in Sardegna.

Dice infatti l’intervistato, fin da subito: «Non sono contrario alla ricerca sulla sintesi sulla produzione di nuovi polimeri e di nuovi materiali di origine vegetale. Credo anzi questa essere una progettualità positiva.»

Che quindi se ne possa parlare in maniera laica, anche da parte di chi si dichiara particolarmente sensibile ai temi ambientalisti (se mi fosse concesso, mi permetterei di aggregarmi a questo club) lo considero estremamente positivo, poiché non c’è niente di peggio di una contrapposizione priva di un sano pragmatismo costruito su una solida base di dati oggettivi (i numeri, che si possono leggere in tanti modi ma almeno si discute sulla stessa cosa). Non sarà inutile ricordare, ad esempio, che sono stati i numeri a inchiodare l’ILVA alle proprie responsabilità, a Taranto, numeri tanto impietosi che la discussione potenziale inquinamento sì/inquinamento no è virtualmente assente, come ha fatto notare (o dovuto ammettere) lo stesso ministro Clini, pur relatore di un dispositivo per la riapertura dello stabilimento che grida vendetta di fronte a tutti noi.

Colpisce inoltre la posizione di Legambiente, correttamente stigmatizzata da Migaleddu, che parrebbe appiattita su quel verdeche mi ero permesso di segnalare già nel giugno 2011, riflettendo sul fatto che non basta cambiare il colore alla chimica per renderla un’altra cosa. Ripensandoci, potrei quasi innamorarmi dell’idea di aver anticipato quel fine intellettuale di Crozza con la sua prugna, che puoi chiamarla anche pera ma l’effetto non cambia.

Quindi l’intervista a Migaleddu bisogna semplicemente leggerla e condividerla?

Se la pensassi in questo modo, non scriverei un post: mi limiterei a segnalare il link ai miei amici suggerendone la lettura e la condivisione. Credo, al contrario, che sulle parole di Migaleddu bisognerebbe riflettere, perché nell’intervista, a mio avviso, c’è un errore che definirei grave: la mancata considerazione di cosa sia davvero la chimica verde (cioè Matrìca).

Riassumendo in breve (e con i rischi che ciò comporta) il ragionamento di Migaleddu si sviluppa su due direttrici: da una parte il gioco “sporco” di ENI che contrabbanda la produzione energetica agevolata come chimica verde; dall’altra, la considerazione (del tutto corretta) che l’impiego di combustibile di origine biologica per la generazione di energia e la produzione di prodotti finiti impatta pesantemente sul territorio, per la necessità di destinarne ampie fette a coltivazioni invasive (come il cardo). Non a caso, paesi ben più avanti di noi sulla via dell’uso “industriale” dei prodotti “biologici” (ad esempio il Brasile, con i carburanti di origine vegetale) hanno segnalato i pericoli insiti in questa pratica.

Su entrambe le annotazioni non si può che essere d’accordo, tuttavia si perde del tutto il senso di cosa sia, allora, la chimica verde, oppure, ed è ben peggio, si rinuncia all’analisi dei processi industriali di trasformazione dei vegetali in prodotti “chimici”, ad esempio combustibili per autotrazione, olio lubrificante, detergenti, plastiche. Questa non è solo una dimenticanza e quindi un errore tattico, è una grave mancanza strategica, perché potrebbe veicolare l’idea che una volta eliminato il surplus di generazione energetica prevista dell’ENI e avute rassicurazioni riguardo l’impatto sul territorio (ad esempio importando parte del fabbisogno vegetale) il rimanente sarebbe un paradiso sicuro e privo di impatto.

Bene: non è così. Non saprei come dirlo diversamente, ma la sola idea che cambiando colore alla chimica la si trasformi in qualcos’altro (la prugna di Crozza) è una sonora sciocchezza. Non so come la pensi Migaleddu in proposito (non lo dice) ma il fatto che non ne parli esplicitamente, ponendo in guardia sul pericolo insito nella possibile mancanza di controlli stringenti sulla chimica verde perché ci piace il colore, dà da pensare.

Dice infatti: «Il vero problema è che gli intenti verdi di Novamont sembrano essere strumentalizzati da Enipower, che usa la chimica detta “verde” come cavallo di troia per conquistare un suo spazio in Sardegna nella produzione di energia a prezzi incentivati da “biomasse”.»

Sbaglia!

Ritengo corretto porre l’accento sulla strategia subdola di ENI, ma il vero problema, quello centrale, è che la chimica verde è esattamente come l’altra, potenzialmente inquinante. Non c’è una chimica buona e una chimica cattiva. Sarebbe altrettanto buona (o cattiva) anche quella che parte dal greggio e non dai cardi, basterebbe controllare i processi produttivi e riportare le emissioni nei termini di legge (chiedendo, tra l’altro che questi, i termini di legge, non vengano adattati a quelle, le emissioni, come spesso accade!)

Il solo richiamare fantomatici intenti verdi segnala un pensare diffuso che può portare a un nuovo disastro ambientale, con la differenza che, questa volta, ne sarebbero responsabili anche gli ambientalisti. Tanto per essere chiari, le aziende operano sul mercato per ottenere profitti, non per far del bene alla gente. Poiché il verde e il –bio sono marchi che tirano e producono grana, c’è che ci investe. Lo fa per i quattrini, non perché ami la Sardegna e l’ambiente.

Ciò non significa dover rinunziare all’industria, tutt’altro, né che non esistano industrie meno impattanti di altre, però bisogna stabilire un rapporto dialettico chiaro tra cittadini e industria, da basare sull’analisi precisa e puntuale della dicotomia costo-beneficio. Ciò è possibile se le problematiche in gioco sono rese trasparenti e fruibili ai cittadini, ad esempio spiegando loro che una mano di tinta verde non trasforma la chimica in un’altra cosa: chimica era prima, tale rimane dopo il maquillage. Stessa attenzione all’inquinamento prima e dopo la cura verde!

Che travestire una pera da prugna sia qualcosa che ci aspettiamo da chi investe sulle prugne e pretende di farcele mangiare camuffate da pere, lo si può capire e dobbiamo combatterlo.

Non si può accettare che chi mette in guardia da un uso eccessivo di prugne (che alla dose corretta non sono nocive) non le veda quando gliele mettono nel piatto travestite da pere.

Quindi attenzione, tanta e sempre: concordo su Migaleddu sul fatto che gli intellettuali debbano dare una mano (sfonda una porta aperta) ma devono necessariamente diventare capaci di distinguere bene la frutta, altrimenti non ci ritroviamo come prima: ci ritroviamo peggio.

Crozza docet!

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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Una risposta a LEGAMBIENTE NON CAPISCE UN CAVOLO DI CHIMICA VERDE: COSÌ PARLÒ MIGALEDDU SENZA VEDERE LA PRUGNA

  1. Proto Zuniari ha detto:

    Caro Ainis,
    concordo con Lei, la chimica non ha colori, al massimo coloranti come all’Acna di Cengio.
    Che la chimica verde fosse un’operazione maquillage di ENI e che le centrali a biomasse siano produttori di CO2 e divoratori di contributi pubblici (a carico delle nostre bollette energetiche), al pari del solare, che non emette CO2 ma ha effetti collaterali anche peggiori, è cosa ormai risaputa: ENI succhia denaro pubblico con le biomasse, EON con ettari di pannelli solari (e centinaia di inverter) e intanto brucia carbone pestifero. In una cosa si può essere d’accordo – una volta tanto – con l’illustre specialista in diagnostica per immagini che è il Dott. Migaleddu: l’agricoltura, specie nei paesi poveri, è meglio che produca cibo utilizzabile dalle popolazioni locali e non biomasse, o derivati, da bruciare. Per troppo tempo l’uomo ha bruciato “biomassa”: per riscaldarsi, per fare pascoli e pecorino che nessuno vuole o, anche, per far dispetto al vicino e il risultato è la desertificazione. Per il resto ha ancora ragione Lei, bisogna lavorare sui numeri e sulle formule e farlo fare a chi lo sa fare; ad esempio non bisogna confondere le Kcal (ma per chi ha più familiarità con le terapie dimagranti che con i combustibili fossili è comprensibile) che misurano l’energia (e allora meglio il Kw/ora) con le unità di misura della potenza, che si misura in Watt, altrimenti i numeri si possono dare, ma al superenalotto. Poi, non bisogna confondere le materie prime del cracking con i loro prodotti (l’etilene non viene sottoposto a craking ma ne deriva). E ancora, i famosi FOK sono solo frazioni pesanti di idrocarburi , prive di zolfo e di metalli ; bruciarli , al di là della definizione merceologico/legislativa, è meno dannoso che bruciare biomasse, carbone o olio combustibile (ma è , in ogni caso, dannoso). Comunque speriamo che qualche magistrato non raccolga l’indicazione che le olefine pesanti sono potenti veleni: dovrebbe mettere sotto sequestro tutte le strade asfaltate.
    Ma veniamo al nodo politico; l’ENI, da tempo, ha deciso di dismettere le produzioni e concentrarsi sul business energetico, è più comodo, non richiede grandi investimenti e , soprattutto, non si ha a che fare con quei rompiscatole degli operai. Se proprio si deve investire che sia a spese dei cittadini, ad esempio producendo Kw che danno diritto ad imporre una nuova gabella sulle bollette energetiche di ciascuno di noi.
    Anche per questo non credo che Matrica abbia un gran futuro, a meno di produrre profitti confrontabili con quelli della vendita di energia a prezzo stabilito in maniera unilaterale (come le tariffe autostradali che decide Benetton , al quale delle magliette, infatti, non importa più un fico). Non credo che i nuovi investimenti sulla chimica verde o blu ( non è questo il punto, probabilmente staranno più attenti alla compatibilità ambientale, ma certo fare monomeri dal cardo non significa che sia meno pericoloso che farli dal petrolio) siano il modo per svicolare dalle bonifiche. Per ENI , e non solo, le bonifiche (altra parola magica) sono un business importante, perché drenano soldi pubblici al pari del Kw alternativo. Non a caso una sindaca Forza Italiota decise che tutto il comune di Porto Torres era da considerarsi SIN (bel giro d’affari per professionisti evasori che si aggiudicano le caratterizzazioni di lotti che devono ospitare anche una sola edicola). Inoltre ENI è presente a Porto Torres con Syndial , che tratta le acque inquinate di falda, e con altre consociate che lavorano a bonifiche di cui , però, nessuno sa niente. Come chiamare la Banda Bassotti per farsi fare l’impianto antifurto. A questo proposito Migaleddu, forse, ignora che è la falda che inquina il mare. Fu accertato dai periti del tribunale già vent’anni fa, proprio a partire dalle sorgenti sottomarine della darsena, sorgenti che i soliti ambientalisti- anime-belle denunciavano come scarichi abusivi dell’ENICHEM. Così se i periti avessero cercato tubi e scarichi, inesistenti, l’ENI se la sarebbe cavata a buon mercato. Comunque a buon mercato se la son cavata Rovelli e i suoi eredi, che non solo non devono bonificare, ma investendo in magistrati (grazie a Previti e & C.), si beccarono pure mille miliardi di lire dallo stato. Mi scuso per averLa annoiata con dettagli territoriali e forse – ma solo apparentemente – tecnici, a mia discolpa non ho dato numeri (per fortuna) . Mi sembra di aver capito che entrare nel vivo della difesa degli attuali equilibri ambientali è cosa complessa, da ricercatori , richiede conoscenze specifiche approfondite, pena fare le figure di Fiordalisi a Quirra. Perciò ho deciso che, se teniamo a salvaguardare questi equilibri, devo lasciare i numeri a chi li sa maneggiare, l’unica azione che posso permettermi è una presa di posizione politica contro lo sfascio dell’ambiente da parte del profitto. La prego Ainis, resti nel club dei difensori dell’ambiente e lasci quello degli ambientalisti ai tossici delle ideologie, o peggio, ai ricercatori …di “visibilità”.

    Spero di esser stato sufficientemente moderato (orribile ed abusato termine)

    Le auguro ancora, sinceramente, un buon 2013.

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