SARAS: DASVIDANIJE TOVARICH… O ASIBIRI?

POST 060 SARAS DASVIDANIJE TOVARICHNon si può dire che la notizia non sia stata riportata dai quotidiani e dagli altri mezzi di informazione: tutt’altro. SARAS e la russa Rosneft hanno firmato una lettera di intenti per la costituzione di una Joint Venture e promettono di fare affari assieme. Come dire che un gatto siamese si mette assieme a una tigre per cacciare meglio i topi!

Naturalmente non pochi hanno notato come si tratti, con ogni probabilità, dell’inizio della procedura che porterà l’azienda milanese, con stabilimento a Sarroch, nelle mani dei russi, fatto tutt’altro che nuovo nel panorama industriale sardo. D’altra parte non si può tacere la difficoltà oggettiva, per un’azienda delle dimensioni di SARAS, di operare efficacemente sul mercato in beata solitudine e senza disporre di un legame diretto con le fonti di approvvigionamento del greggio. I “raffinatori puri”, come SARAS, hanno un panorama che va restringendosi (soprattutto nel mediterraneo) e l’azienda perde continuamente valore: il resto è scontato.

Che poi il passaggio di proprietà possa essere un vantaggio o meno per il territorio è questione complessa. Ad esempio bisognerebbe intendersi sul senso da assegnare alla categoria “vantaggio”, sulla quale mi pare non troppo agevole trovare una lettura condivisa tra i vari –ismi che vegetano dalle nostre parti (dagli eco-autonomismi in poi).

Tuttavia non è questo il tema di cui vorrei parlare, quando del preoccupante silenzio della politica isolana. Comunque la si pensi in merito alla presenza di SARAS nell’isola, ciò che non si dovrebbe fare è ignorarla, disconoscere che copra una larga fetta delle nostre esportazioni e del PIL regionale o evitare di considerare il tessuto produttivo creato in mezzo secolo di presenza ininterrotta in Sardegna (un piccolo record, o forse sarebbe meglio chiamarlo miracolo).

Senza girarci attorno, l’avvicendamento della proprietà, da un tipo di capitalismo di piccolo calibro quale quello dei Moratti, ad un colosso delle dimensioni di Rosneft, dovrebbe suscitare un immediato interesse da parte del mondo politico. Che fine farà lo stabilimento? Che direzione prenderanno i rapporti dell’azienda col territorio? Cosa potrebbe significare dover colloquiare con un gigante difficile da inquadrare come la multinazionale russa, rispetto a una famiglia di imprenditori che paiono, al confronto, i falegnami sotto casa? Tanto per ricorrere a una metafora scontata: come fare a parlare con uno squalo, se fino ad ora si è discusso con un’orata?

Una mail che ho ricevuto qualche tempo fa mi chiedeva come mai parlassi sempre di SARAS e mai di Tiscali, che pure ha un’incidenza di tutto rispetto sul mondo del lavoro isolano: Occupano gli stessi addetti, ma ti preoccupi solo di SARAS: non sarai per caso un soriano?

No, non sono un soriano e neppure un siamese: mi preoccupo poco di Tiscali perché la giudico una sola, cioè do per scontato che sia destinata a una fine ingloriosa e improvvisa, da un giorno all’altro, senza che si possa muovere un dito per evitarlo. Quando Tiscali uscirà dal mercato – e non siamo lontani – non ci saranno joint venture e tempi ragionevoli che possano dar modo di riflettere: finirà e basta, lasciando a spasso chi ci lavora dentro. Non che i lavoratori di Tiscali siano meno importanti di quelli di SARAS, sia chiaro, ma c’è almeno una differenza sostanziale: Tiscali non si lascerà dietro una consistente fetta di territorio inquinata e modificata da mezzo secolo di attività industriale fortemente impattante. Senza contare l’impatto sul PIL, sulle esportazioni e sull’indotto complesso che si è creato in tutto questo tempo in cui SARAS è stata attiva.

Semmai, ci si dovrebbe domandare come mai Tiscali faccia molta più notizia di SARAS e compaia sulle prime pagine dei giornali locali con maggiore frequenza.

Domanda retorica: se il patron di Tiscali non fosse Soru, non se la filerebbe nessuno. Mentre SARAS, il cui patron è Moratti, milanese lontano dagli occhi, ci preoccupa meno!

Non dovrebbe essere così: l’annuncio della futura joint venture dovrebbe portare la politica sarda ad una reazione immediata e dovrebbe provocarla nell’ambito di un interesse continuo che invece, sorprendentemente, manca! Questo disinteresse per l’industria è una delle caratteristiche negative della nostra politica, di tuttala politica, sebbene l’amministrazione Cappellacci sia riuscita, sorprendentemente, a far peggio della precedente (del tuto carente). L’agonia del Sulcis, dei poli di Ottana e Porto Torres, la vicenda della cartiera di Arbatax, tanto per citarne alcuni, ma si potrebbe fare un lungo elenco, sono tutti esempi che denotano la presenza di una classe dirigente miope o cieca che, anche in questa vicenda della SARAS, apparentemente all’inizio, dà prova eccellente di sé: la ignora!

È un caso, certo, ma questo segnale di così curiosa trascuratezza cade in un momento particolare, alla vigilia delle politiche e ci sarà chi chiederà il voto dei cittadini proponendosi per la conduzione della cosa pubblica. Quali saranno i temi dei politici sardi aspiranti al Parlamento per la rappresentanza del territorio? Parleremo nuovamente di sovranismo, qualunque cosa significhi al di là dello slogan? La sinistra continuerà ad inseguire le suggestioni localiste o parlerà finalmente delle esigenze dei cittadini recuperando la necessità impellente di non trascurare l’industria per correre appresso alla demagogia dell’agriturismo e del nuraghe?

Fino ad ora, a quanto pare, dal PD in poi, salvo pochi e sparuti polli, l’industria è stata trasformata in un Carneade di poco interesse. Considerata ora la fonte di ogni male, dall’inquinamento in poi, ora un centro di potere politico, nessuno la tratta come dovrebbe: un’opportunità da difendere e promuovere, con cui confrontarsi senza sconti, con la consapevolezza che le attività umane devono essere terreno di compromesso tra benefici e criticità. Mi piacerebbe che, assieme alle lotte per salvare una lingua (condotte spesso senza neppure sapere cosa sia) si vedessero più lotte per salvare la Sardegna dal fosso nel quale sta cadendo: la definitiva deindustrializzazione seguita dalla ripresa, già in atto, di una forte emigrazione.

Non ci penseranno i nuovi populismi né i vecchi. Su questi temi non ci troveremo la destra, appiattita su una sopravvivenza ad ogni costo e probabilmente intenta a lottare contro le tasse, come se il problema non fosse produrre ricchezza sufficiente a farle sopravvivere, altro che non pagarle!. Se non ci penserà la sinistra: a chi diamine dovrebbe toccare?

La SARAS, forse, se ne va. Se non se ne andasse, non sarà più quella di prima e la mancanza di abitudine ad intrattenere rapporti con le realtà industriali del territorio (la giunta Cappellacci potrebbe tenere un master, in termini di insipienza) potrebbe portare a problemi gravi. Possiamo permetterci, ancora una volta, di far finta di nulla?

Cercasi politici decenti, disperatamente, possibilmente di area progressista.

Telefonare ore pasti.

Astenersi perditempo!

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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Una risposta a SARAS: DASVIDANIJE TOVARICH… O ASIBIRI?

  1. Proto Zuniari ha detto:

    Ne parleranno della joint venture, caro Ainis. Ne parleranno quando la SARAS starà per chiudere, e diranno che loro l’avevano già detto che l’industria (con relativa classe operaia che si porta dietro) in Sardegna è sempre stata una fregatura: dalle varie manifatture tabacchi alle miniere, fino alla più recente chimica e relativo indotto. Ritireranno fuori, puntuale come l’Araba Fenice, il “modello alternativo di sviluppo basato sulle risorse locali” che nessuno ha mai visto, ma pare che sia aria di maestrale -e ora sempre più di scirocco- condita con pecorino romano DOP. Fregatura perchè l’alternativa reale all’industria, l’ emigrazione, per loro non è poi così brutta . Infatti quelli che emigrano sono ricercatori, operai,chef, camerieri, tecnici, insomma, categorie a bassa connotazione identitaria, sans terre (nel senso che non hanno un cazzo di proprietà). Se vogliono comunque gli è data la possibilità di frequentare i vari circoli ” Su Nuraghe” a Dortmund, Essen e, ora, sempre più a Perth o Sidney o Sao Paulo; per queste iniziative e per Atlantide l’assessorato alla cultura i fondi li trova sempre. Intanto la Sardegna affonda, e ci accorgiamo che siamo diminuiti di qualche decina di migliaia rispetto a 4 anni fa solo perchè dobbiamo eleggere due parlamentari in meno.

    Visto che il mondo non ne vuole saperne di finire, Le auguro un buon 2013.

    P.S. Casomai l’anonimo che Le ha promesso di farle avere “il fatto tuo”, riuscisse a recapitarglielo, non lo tenga tutto per se, io, ma ho visto anche tanti altri, saremmo felici di condividerlo con Lei.

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