IL RITORNO DI ALFONSO: STIGLITZ E LE TORRI DI ATLANTIDE 2.0. LILLIU, NON PERVENUTO

POST 054 TORRI DI ATLANTIDE 3.0Posso dirlo francamente? Gli articoli di Stiglitz sul Manifesto Sardo mi mancavano, non perché mi trovi spesso in accordo con lui, bensì per il suo porre l’accento su temi che reputo importanti, primo fra tutti la strisciante (ma mica poi troppo) rincorsa verso il razzismo e l’intolleranza di tanta parte del sardismo, autonomismo, indipendentismo, nazionalismo e tutti gli altri –ismi da questi derivanti.

Di Stiglitz mi piace anche la pedanteria che, come tutti i pregi, è anche un difetto. A volte grave, quando la necessità di approfondimento impedisce di apprezzare contesti più ampi, come capita, guarda caso, proprio per l’articolo di cui parlo oggi – col quale ritorna sulla testata on-line dopo una lunga (per me) assenza – dal titolo, se mi si passa il termine, del tutto scontato (anche per una recensione): Le Torri di Atlantide.

Letto il titolo del post, lo stesso del libro di Frongia di cui Stiglitz decide di parlare, mi sono domandato il motivo di questa scelta: perché interessarsi, anche lui, di un testo sul quale il mondo culturale isolano si è già ampiamente espresso, per il quale si sono sprecate le lodi, organizzati incontri, concessi endorsement di gran rilevanza (per quanto locale, intendiamoci, non parliamo di un capolavoro della saggistica mondiale)? Cosa aveva di nuovo da dire, che già non avesse espresso, ad esempio, un Marcello Madau?

Secondo me, Stiglitz voleva sottolineare due cose: la prima, per certi versi scontata, si può riassumere efficacemente nell’ultima riga dell’articolo:

«[…] l’Atlantide di Platone è una società aperta, io direi, una società meticcia.»

Sì, ancora una volta – e con una certa fine ironia che non è una novità, ma bisogna saper apprezzare – Stiglitz sottolinea l’incongruenza di chi, richiamandosi alla pretesa purezza del «vero sardo atlantideo», si riallaccia ad una società, al contrario, aperta e «meticcia». «Meticcia», riferito ad Atlantide, è tirato per i capelli, naturalmente, ma è bene non farsi mai sfuggire l’occasione per sottolineare un argomento, quello del razzismo neo-sardista, che pare non interessare particolarmente il mondo intellettuale, politico e soprattutto l’informazione.

Il secondo motivo si coglie in altre frasi, sparse qua e là, ad esempio:

«Ma l’aspetto più importante del filo rosso che lega questa continua invenzione del nostro passato, dall’Ottocento, ai fasti fascisti, all’attuale pseudostoria è il ruolo che alcuni autorevoli studiosi svolgono nell’appoggiare, con eleganti e scivolosi distinguo in qualche caso, o nell’ipocrito incoraggiamento. Un sostegno all’esposizione di dati scientifici improbabili, come nel caso dello “Tzunami”, un autentico caso di analfabetismo scientifico, con l’annuncio di mirabolanti scoperte o di indagini annunciate e realizaate ma delle quali non saprete mai i risultati reali, accuratamente occultati»

Naturalmente, e ci mancherebbe, mancano nomi e cognomi, ma, per chi conosce la materia e la querelle sul nuraghe che da decenni Stigliz scava e documenta, non è difficile comprendere a chi sia indirizzata l’allusione.

Quindi: una botta al cerchio del razzismo, una alla botte degli “intellettuali” che concedono sostegno frettoloso a tesi scientificamente prive di alcun sostegno probatorio (dello tzunami, ad esempio, non v’è traccia alcuna e non perché manchino le ricerche: mancano l eprove!).

Sì, ma, a parte il geologo che sproloquia, spesso anche alla televisione su reti nazionali, senza mai aver dato un colpo di martello in Sardegna (martello da geologo, quello col quale si presentava un tempo sul video) a parte questo “intellettuale”, quali sarebbero gli altri cui si riferisce quando scrive in merito allo:

«[…]svilupparsi della pseudostoria sarda, con anche un utile cronistoria dell’attacco oscurantista verso la ricerca archeologica, supportato ampiamente dai nostri politici e intellettuali?

Ecco, a questo punto si capisce un po’ meno, anzi, noi poverini, ignoranti delle segrete cose che accadono all’interno delle stanze dottorali e professorali, non capiamo proprio. Anzi, se proprio devo dirlo apertamente, non solo non lo capisco ma non mi piace: prendersela col geologo martellante, salvo quando le martellate bisognerebbe darle per comprendere la realtà geologica di un territorio, va benissimo; peccato che sia persona lontana dalla Sardegna e poco importante per la realtà intellettuale isolana, quella nella quale si sviluppa la necessità di scrivere un libro quale quello di cui si parla. Certo, si potrebbe ipotizzare che ci si riferisca a chi va a cercare improbabili sardi in Palestina, forse. O forse no. E i politici? A chi ci riferiamo? Ai Riformatori Sardi che hanno presentato un programma elettorale col progetto NUR.AT? E gli altri della coalizione, Cappellacci in testa, no? E l’opposizione, PD e SEL, che non si può certo dire abbiano fatto una battaglia d’avanguardia sul tema? E gli indipendentisti, Pintore al comando con il colabrodo ben calzato sul capo e il mestolo in mano, capace di pugnare financo dalla tomba? E i politici locali che buttano a piene mani un sacco di soldi per i convegnini, le presentazioncine, le festicciole

E poi, se proprio vogliamo parlare di intellettuali: che dire di Babay Lilliu, l’iniziatore di questa bizzarra diceria della Costante Resistenziale, priva di qualunque sottofondo scientifico anche nel momento in cui fu elaborata, vera reminiscenza del fascismo razzista, di cui nessuno ha il coraggio non dico di parlare, ma neppure di accennare? Mi farebbe capire, un Madau o uno Stigliz, come sia umanamente possibile parlare di pseudostoria e pseudoarcheologia strumentalmente indirizzate alla costruzione di una presunta e fasulla ”sardità”, senza passare per una critica serrata nei confronti di colui che l’ha inventata?

Non è dato sapere, poiché quando ci si avvicina all’argomento – e Stiglitz ci si avvicina spesso, parlando di archeologia, pseudoarcheologia e razzismo – non c’è modo di arrivare al dunque: Lilliu non si tocca. Poco importa che la commistione tra politica e archeologia in Sardegna l’abbia introdotta lui; poco importa che il sottofondo dell’opera di Lilliu sia razzista e fascista. Se accade di ricordarlo è per dire che fu il primo ad usare metodi stratigrafici moderni: un capolavoro! Abbiamo avuto uno che si è inventato il Sardo Resistente, puro, invitto (per quanto nascosto in un buco, dentro una dolina in cui il panorama più interessante è una parete di calcare) e non possiamo dirlo, anzi, ne facciamo un padre della patria e ci inchiniamo alla sua opera!

Non è la prima volta, né è importante, ma non sono d’accordo con Stiglitz: il libro di Frongia è inutile, anzi come ho già detto, una vera porcheria. Piacerà, forse, agli intellettuali perché si indaga l’antropologia della cazzata pseudonuragica, ma i LIlliu rimarranno sempre là, perché smuovere gli idoli è pericoloso e i soldini pubblici, i rivoletti che finiscono nelle tasche di tutti grazie alla “cultura”, continueranno ad essere altrettanto ignorati.

Per quanto mi stiano antipatici, amerei avere un Travaglio e un Gomez che scrivessero uno dei loro libretti andando a sfruculiare i mille torrenti di quattrini pubblici che scorrono attorno ai nuraghi. Peccato che questi libri non li pubblichino, altro che controtendenza: ce l’immaginiamo un titolo come I soldi delle torri di Atlantide?

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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4 risposte a IL RITORNO DI ALFONSO: STIGLITZ E LE TORRI DI ATLANTIDE 2.0. LILLIU, NON PERVENUTO

  1. Alfonso Stiglitz ha detto:

    Gabriele Ainis, c’è o ci fa?
    Perché, vede, quando si disquisisce di qualcosa, qualunque opinione se ne abbia, comunque lecita, bisognerebbe avere un minimo di cognizione di causa; ad esempio parlando di un libro bisognerebbe averlo letto, cosa che dubito Lei abbia fatto o, se lo ha fatto, ha saltato le pagine di quel libro dove il modello di Lilliu è criticato. Legga con un po’ più di attenzione. Così mi stupisce come Lei, che si dichiara mio lettore assiduo, non abbia mai letto sul Manifesto sardo gli articoli in cui ho posto in discussione il modello di Lilliu, così come quelli di Madau. Temo sia un po’ indietro con le letture. Forse è un po’ lontano o forse le siamo un po’ antipatici, Francesco Frongia perché ha pubblicato un bel libro smontando i meccanismi della pseusostoria e fornendo un po’ di strumenti di lettura a chi non è molto addentro al tema; io e Marcello Madau perché ci ostiniamo a prendere posizioni pubbliche sul tema, riportando così un po’ in auge la figura di “intellettuale impegnato” a Lei così ostica.

    P.S.
    Come regalo di Natale Le offro gratuitamente alcune critiche scientifiche al modello di Lilliu, edite in tempi non sospetti, quando ancora il professore era vivo e presente nel dibattito:
    http://www.academia.edu/1036573/038_Unisola_meticcia_le_molte_identita_della_Sardegna_antica._Geografia_di_una_frontiera
    http://www.academia.edu/1018091/032_Linvenzione_del_Sardo_pellita._Riflessioni_sulla_storia_ambientale_della_Sardegna
    http://www.academia.edu/981528/023_Confini_e_frontiere_nella_Sardegna_fenicia_punica_e_romana_critica_allimmaginario_geografico

    P.P.S.
    Non tiri per la giacchetta Roberto Coroneo, non penso avrebbe gradito questa sua reazione, un po’ scomposta, a un libro che affronta con grande coraggio un tema che porta immediatamente a insulti, attacchi e minacce, come avrà visto in questi giorni. Non pensavo si aggiungesse anche Lei.

    P.P.P.S.a
    ” mille torrenti di quattrini pubblici che scorrono attorno ai nuraghi”: venga venga vedere i fiumi, le autostrade d’acqua che scorrono, un vero tzunami.

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile dr Stiglitz,
      premesso che in più occasioni ho dichiarato coram populo la mia sincera ammirazione per il suo lavoro (non solo per quanto riguarda il mestiere di archeologo) né ho alcuna intenzione di entrare in polemica con lei, mi lasci dire che il suo commento mi ha deluso. Non tanto perché la pensiamo diversamente sul libro di Frongia, ci mancherebbe, quanto perché mi assegna la paternità di argomentazioni che io non ho svolto.
      In particolare, non ho mai detto che non ci siano state critiche al lavoro di Lilliu (mi chiedo se lei pensi davvero che io sia così ignorante). Affermo invece come nessuno si sia mai preso la briga di far notare che è stato proprio Lilliu ad inaugurare l’intreccio tra archeologia/antropologia e “altro” che è poi sfociato sia nella mania atlantidea – di cui si occupa Frongia – che in alcuni filoni, spero minoritari, di “archeologia seria” portati avanti da alcuni suoi colleghi. Né lei risponde in merito.
      Io non parlo del “modello di Lilliu” (la costante resistenziale, tanto per esemplificare e non solo) ma dell’uso strumentale che ne ha fatto e dell’intreccio tra lo sviluppo “scientifico” del modello e l’uso che ne faceva (non ultimo a supporto del proprio agire politico).
      In ogni caso accetto di buon grado il regalo natalizio, né le dirò, da falso piemontese quale sono in parte, di aver già letto gli articoli.
      Per Coroneo, mi spiace, non tiro per la giacchetta nessuno e ci tengo a dirlo (per cortesia, se le fosse possibile, non tiri la mia, di giacchetta). Non ho mai sostenuto di interpretare un eventuale giudizio di merito del professore sul saggio di Frongia e non me lo faccia dire lei (io non le chiedo se lei ci sia o ci faccia, però, insomma…)
      Per i quattrini, invece, sono davvero in forte disaccordo. Lei si farà forza del suo comportamento (e ci mancherebbe) ma non mi dica che è la norma. Vogliamo parlare del Bollettino di Studi Sardi, ad esempio? Di Maninchedda che propone di dedicare un articolo alla “scrittura nuragica” di Sanna? E che dire di tutti gli osceni “centri di accoglienza” costruiti in falso stile “sardo” attorno alle nostre antichità (dai nuraghi in poi) che ben lungi dal proteggerle contribuiscono al loro degrado? Lei ha tutte la ragioni del mondo per lamentarsi della pochezza dei fondi destinati alle cose che fa, ma non è un buon motivo per evitare di criticare chi i soldi li butta e non sono pochi. Che poi tutto questo circuito sia alimentato proprio da una specie di tacito accordo tra archeologia e manie atlantidee (sindromi che colpiscono assi spesso gli amministratori locali) è palese.
      Ciò detto, la pregherei di non associarmi a chi minaccia e offende Frongia: minacce ne ricevo anch’io spesso e volentieri, e mi bastano. Ritengo trattarsi di un libro sostanzialmente inutile , destinato a un pubblico che possiede strumenti critici non alla portata di coloro che seguono le fesserie pseudoatlantidee. Non mi pare un motivo sufficiente per litigare.
      La ringrazio per il commento e colgo l’occasione per augurarle buone feste (spero di leggere presto che avete finalmente raggiunto il livello punico nel sito della Sella del Diavolo, a proposito di quattrini concessi dal comune di Cagliari).
      Cordialmente,

      PS – Il libro l’ho letto. Che poi sia in grado di capirlo è un altro paio di maniche. Se mai ci incontreremo, mi sottoporrò di buon grado al suo esame, con poche chance di promozione, vista la sua proverbiale pibincaggine.

  2. Alfonso Stiglitz ha detto:

    Lei è convinto che il mondo si divida tra i cretini che credono nella pseudostoria (Atlantide e i suoi vicini) e che quindi non si faranno convincere dal libro e gli intelligenti, che sanno benissimo che si tratta di bufale e che, quindi, non hanno bisogno di strumenti; temo che la realtà sia notevolmente diversa e meno elitaria di quanto Lei non pensi. C’è una massa di gente, anche di notevole preparazione, che si trova sconcertata da libri autorevolmente sostenuti come quello di Frau e che non ha gli strumenti per destrutturarlo; spesso nelle scuole circolano quelle teorie e non i lavori scientifici. Per questo è importante il continuo lavoro di smontaggio e di affermazione dei dati scientifici e per questo è importante quel libro.
    Quanto all’accenno agli scavi della Sella del Diavolo, che non vorrei scambiare per una sottile insinuazione, certamente sono finanziati dal Comune, da alcuni anni, come tutti gli scavi in Sardegna; infatti, né lo Stato né la Regione mettono soldi per le ricerche archeologiche, ma solo le comunità locali che sono interessate a frugare nella propria storia. Ma se va a vedere la scheda progettuale, on line nel sito del Comune, vedrà che si tratta di un intervento (come in tutti i Comuni) volto al sollievo della disoccupazione; in altre parole con quei soldi si pagano il salario di operai e tecnici disoccupati (compresi i giovani archeologi), scelti dalle liste di collocamento; noterà anche che non c’è un euro per la direzione e il coordinamento scientifico. Così come non ci sono fondi, proprio perché la tipologia del finanziamento non lo permette, per analisi specifiche: come vede un po’ di lavoro per chi non ce l’ha che, affiancato da decine di studenti, futuri archeologi, a costo zero, cerca di dare luce, non a uno strato punico ma all’intera storia di quel sito dall’epoca punica all’edificio moderno che abbiamo messo in luce quest’anno: la chiesetta di S. Elia? Forse.
    E questa è la condizione di tutte le indagini archeologiche, non solo delle mie.
    Quanto alle valorizzazioni, sfonda una porta aperta.
    Le auguro buon Natale, non so come si scriva in nuragico, ma penso vada bene lo stesso

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile dottor Stiglitz,
      non avevo intenzione di risponderle. Lo faccio unicamente per la “sottile insinuazione” che è proprio fuori luogo. Però rende conto bene di cosa sia diventato il dibattito pubblico sulla cultura in Sardegna. Tanto per non ingenerare altri equivoci, era appunto un esempio (quelo del tempio di Astarte) di soldi spesi bene (secondo me e per quel che vale)!
      Per il resto, abbiamo espresso entrambi la nostra opinione (che a me non pare poi così divergente) e lasciamo le parole alla mercé di chiunque voglia leggerle (pochi).
      Grazie degli auguri. Li avrei preferiti in nuragico agglutinante ma mi accontento. In tempi di crisi bisogna adattarsi.

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