ANCORA ARTEMIDORO? SÌ E CON UN CERTO PIACERE.

POST 053 ARTEMIDOROUn amico ha aggiunto un pacchetto sotto il mio albero. Un libro, naturalmente, perché tutti affermano come farmi un regalo sia difficilissimo (ma non potrebbero evitarlo?) poi comprano un libro, che è sempre graditissimo e dimostrano nei fatti come la pretesa difficoltà sia una leggenda metropolitana.

Naturalmente non ho resistito e l’ho scartato, sostituendolo con un altro e rimettendo a posto il pacchettino: carta rossa e fiocco argento, una vera raffinatezza che sotto l’albero (rigorosamente artificiale ma anche un po’ sprecone per eccesso di luminarie) sta benissimo. Così ho provato il piacere sensuale di accarezzare il velluto di una carta Lux cream da 70gr/mq, perché Luciano Canfora oltre che un filologo coi controfiocchi è pure un raffinato.

Il libricino di cui sono stato omaggiato non è recentissimo, è del 2010 e si intitola “Artemidoro di Efeso e la scienza del suo tempo” di Claudio Schiano. Edito da Dedalo, fa parte della collana Paradosis, diretta per l’appunto da Canfora. Carta pregiata, edizione limitata (700 copie) un testo curatissimo quanto leggibile da chiunque, perché Schiano (di cui ho letto “Il secolo della Sibilla”) scrive per farsi capire e non è cosa da tutti.

Visto il titolo, mi sono domandato quali criteri abbia seguito il mio amico per un omaggio del genere (non è un testo che si trova in esposizione sui banchi di una libreria assieme ai romanzi di Ken Follett!). Glielo chiederò l’anno prossimo, quando tornerà dalle ferie invernali, beato lui!, ma probabilmente non me lo dirà, tanto per farmi crepare di curiosità. Comunque abbia fatto, chiunque l’abbia consigliato, è un libricino delizioso, che parla di Artemidoro in un modo particolarmente intrigante e si tiene tra le mani con un certo gusto retrò, in tempi di tablet ed e-book.

Artemidoro è diventato di moda dopo l’affaire del famoso papiro, prima celebrato come una scoperta epocale, poi discusso ad libitum ed ora quasi unanimemente riconosciuto un falso, leggiadra tagliola nella quale parecchi nomi buoni dell’intellighenzia filologica (e non, come Settis) hanno lasciato qualche ditino.

Col tempo, probabilmente, il papiro finirà dove deve, nell’elenco di bufale che hanno appassionato esperti e gente comune, sempre pronta, questa, ad eccitarsi per le novità, soprattutto quelle di cui non capisce un accidente.

Per svariati motivi, non l’ho letto di getto. Prima di tutto la lettura è piacevolissima ed affrettarla sarebbe stato un vero delitto, come una sveltina con un partner di cui si gode particolarmente. Inoltre, il filo del ragionamento segue una prassi filologica assai rigorosa, per quanto svolta, come già detto, con un linguaggio accessibile (ma dimenticavo di ricordare che un poco di greco antico, proprio una goccia, bisogna masticarlo) quindi è necessario ponderare ogni riga, non senza un certo compiacimento da parte del lettore. Infine l’argomento, lasciato per ultimo per inversione di importanza: il tentativo di accedere al metodo utilizzato da Artemidoro per svolgere il proprio mestiere.

Questo è ciò che più mi ha appassionato: la consapevolezza che qualcuno mi guidava dentro la testa di un geografo dell’antichità (distante da me più di due millenni) per mostrarmi come lavorasse, cosa fosse un geografo, a quei tempi, quali obbiettivi si ponesse, come intendesse perseguirli.

Va da sé che si possa vivere benissimo senza saperlo: che ce ne frega, in fondo, di speculare su cosa diamine combinasse un geografo della fine del primo millennio a.C.? Perché dovremmo perdere il nostro tempo (da non addetti ai lavori, naturalmente) sul senso del termine κλίμα da pag 84 a pag 91 (incluse note, dettagliatissime!) per convincerci della sostanziale impossibilità di assimilarlo a χώρα?

Perché è terribilmente educativo – ecco perché – e mostra a chi, come me, non è del mestiere, quale sforzo, quanto rigore e quali capacità debbano essere messe sul tavolo per arrivare a quelle piccole e minute righe sui giornali che ci informano, spesso malissimo, dei progressi nel campo della filologia o del perché un papiro costato una fortuna alla Fondazione San Paolo sia in realtà una sola!. Per una persona che ha passato la vita appresso alla logica simbolica applicata alla tecnica (come dire: interpretando i dati sperimentali allo scopo di ordinarli in uno schema capace di produrre previsioni ed effetti quantificabili) seguire il metodo di Schiano (o quello di Canfora, di cui sono un lettore vorace) è un vero piacere, poiché si dimostra (direi sperimentalmente) come tecnici e letterati possano andare tranquillamente a braccetto, gli uni leggendo piacevolmente gli sproloqui degli altri. Dunque, non solo la curiosità di avvicinarsi ad Artemidoro e al suo metodo, ma anche il piacere di leggere le argomentazioni di un filologo, apprezzandone, per quanto possibile, da profano, la metodologia.

Quindi, chi volesse investire 22,00€ per un’edizione che si presenta, prima di tutto, con una buona carta pesante che fruscia sotto i polpastrelli, sappia che li spenderà bene, che lavorerà con Artemidoro (o con ciò che di Artemidoro viene resuscitato da Schiano) alla costruzione dell’immagine di un mondo lontanissimo dal nostro e tutto, è bene dirlo, per sottolineare, ancora una volta, come quel benedetto (o maledetto) papiro di Artemidoro fosse una bufala!

In totale, se posso dirlo, meno ,male che ogni tanto compaiono queste bufale e, se davvero il falsario è stato il famoso SImonidis (se non sapete chi sia leggete i libri di Canfora, ché male non vi fa) allora lo ringrazio, ben sapendo che dei miei apprezzamenti se ne fotterà allegramente, avendo raggiunto da tempo il mondo dell’al di là.

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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2 risposte a ANCORA ARTEMIDORO? SÌ E CON UN CERTO PIACERE.

  1. Asia ha detto:

    Approfitto del pertugio filologico per riflettere su un termine del suo intervento: LIBRICINO.
    Se è vero che Giorgio De Rienzo lo accoglie con simpatia e modernità,
    http://www.corriere.it/Rubriche/Scioglilingua/scioglilingua280602.shtml
    il Treccani propone come diminutivo di libro LIBRICCINO, che suona meglio a orecchio, ed è anche più presente nei testi.
    Vedi Leopardi, Svevo, Calvino, Montale, Pavese, Pasolini.
    E ancora Sciascia, Verga e Pirandello.
    Ma lei sa che io sono tradizionalista, fautrice della MEZZ’ORA e dell’ ALDILA’.
    Quindi di LIBRICCINO, come rigurgito letterario.
    Anche scriviamo “corpicino, posticino, ossicino, lumicino”.
    Grazie per l’attenzione.

  2. Asia ha detto:

    Errata corrige nella penultima riga: “Anche SE scriviamo”….

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