IL VERO DRAMMA DI QUIRRA? I GIORNALISTI!

POST 051 IL DRAMMA DI QUIRRA I GIORNALISTICiò che accade attorno a Quirra è una delle tante storie sarde che nessuno racconterà mai. Non è una novità: per imbastire il racconto di una storia è necessario conoscerla e possedere strumenti efficaci per interpretare la realtà. Dunque bisogna studiare, informarsi e capire.

Diciamolo francamente: lo studio, il desiderio di informarsi e la capacità di comprendere la realtà non sono appannaggio della nostra intellettualità isolana. Gli scrittori raccontano favole, spesso e volentieri noiose, i giornalisti tutto fanno fuorché studiare e dotarsi della capacità di capire – sono in genere tanto ignoranti quanto supponenti – mentre coloro che, per mestiere dichiarato, dovrebbero insegnare le vie per accedere all’interpretazione della realtà, coltivano ciascuno il proprio minuscolo orticello, ben delimitato ché non si sa mai qualcun altro possa zapparci dentro.

Cos’è accaduto a Quirra, in due parole? Cos’è accaduto davvero?

È accaduto che una fetta della nostra isola è stata adoperata, per mezzo secolo, allo scopo di sperimentare armi e addestrare al loro uso. Nella migliore della ipotesi, e fino a prova contraria, ciò è avvenuto nel rispetto delle normative vigenti, opportunamente contestualizzate. Dopo tanto tempo, possiamo ritenere che il territorio interessato non abbia subito un impatto? La risposta è no!

Anche se le esercitazioni per le quali il PISQ è nato sono avvenute nel rispetto della legge, dobbiamo aspettarci un accumulo di agenti inquinanti, dai metalli pesanti in poi. Come del resto per le aree industriali, piccole o grandi che siano, verdi o di qualunque altro colore: il solo fatto di agire, qualunque sia l’azione, provoca un mutamento ambientale e bisogna confrontarsi con esso.

Quindi? Lasciamo tutto com’è e andiamo avanti?

Assolutamente no! Ci sono almeno due azioni che abbiamo il dovere di intraprendere. La prima, fondamentale, è l’esercizio del dubbio: siamo davvero sicuri chele leggi siano state sempre rispettate, che lo siano tuttora? La seconda, altrettanto importante, è l’esercizio del diritto di essere informati in merito al livello dell’impatto determinato dalla presenza del PISQ. Dobbiamo sapere fino a che punto il poligono incide sul paesaggio e, soprattutto, sulla salute della popolazione che con esso convive.

Ciò, si badi bene, è il caso di ribadirlo, indipendentemente da quanto si possa pensare in merito all’opportunità o meno di ospitarlo. Si può essere o meno contrari alla presenza di un poligono militare (io sono personalmente contrario, tanto per essere chiari e non lo esprimo per la prima volta) ma, comunque la si pensi, le persone che ci vivono attorno devono sapere se e in qual misura, l’attività militare incida sulla loro salute: ne hanno il diritto. Va da sé che, nello stesso modo, un pastore che pascola il proprio gregge là attorno ha il sacrosanto diritto di sapere se il proprio formaggio sia sano o meno, così come il cittadino che lo mangia.

Poniamoci allora una domanda: è davvero ciò che è accaduto a Quirra? Si può affermare che la vicenda di Quirra si sia sviluppata lungo queste direttrici?

Apparentemente sì: un magistrato, venuto a conoscenza di un possibile reato, svolge opportune indagini, mentre l’informazione, secondo quanto ci si dovrebbe attendere, rende edotti i cittadini di ciò che sta accadendo.

È a questo punto che si innesca il meccanismo che ha portato a considerare Quirra un territorio devastato, sede di possibili, pericolosissime, mutazioni genetiche, dagli animali deformi in poi, passando per le abnormi concentrazioni di terribili patologie.

Ripercorrendo gli avvenimenti, si individua il medesimo meccanismo mediatico che tanto affascina i buoi e le pecore accomodati sui divani, di fronte alla televisione: la creazione di un mostro, tanto caro al nostro immaginario poiché capace di sgravare la coscienza dalle responsabilità di ciascuno. Ci piacciono i Parolisi, non ci fanno pensare alle continue vessazioni cui sottoponiamo le nostre compagne, ci piacciono i MIsseri, che ci scaricano la coscienza dal nostro menefreghismo rispetto ai nostri giovanissimi, così come siamo tutti innamorati di giornalisti come la Palombelli, Sottile, gli “esperti”, le “esperte, meglio se anche fighe e truccate come pin-up. Che contentezza le serate passate a commentare le puttanate in diretta televisiva: come si potrebbe rincoglionire meglio se non di fronte a un bel mostro fotocopiato e ripetuto in migliaia e migliaia di inquadrature?

E più il delitto ha connotazioni morbose, misteriose, inspiegabili, più questi pretesi giornalisti rimescolano lo stesso minestrone freddo per settimane, mesi, anni, resuscitando lo zombie televisivo che più è putrefatto e più piace, con i primi piani sulle pustole purulente e i vermi che scarnificano le ossa.

“Uranio Impoverito” (Depleted Uranium o DU, in rete). Che si potrebbe volere di meglio? Animali con troppe zampe e pochi occhi (tanto per compensare, suvvia, la natura ci mette sempre una pezza) morti sospette, anzi molto sospette, anzi di sicuro dovute all’uranio, no al torio, no ad entrambi, no ai metalli pesanti…

Formaggio al torio? Terribile! Giù una bella paginata di articoli sul territorio devastato da uranio e torio, da torio ed uranio… linfomi, leucemie, cancro…

Ma questi giornalisti, sanno per caso cosa sia il torio? Dove venga usato? C’è qualcuno di loro che sa cosa sia una saldatura? Cosa un elettrodo al torio? E sanno cosa sia l’uranio? Ne hanno davvero idea? Sanno come si cercano le sue tracce? Sanno cosa sia la radioattività? Sanno davvero cosa significhi assegnare ad una causa precisa un aumento delle patologie tumorali in un territorio? E sanno davvero cosa significhi affermare che in una certa area ci sia un incremento di una patologia?

Ma di che parliamo? Questi sono gli analoghi isolani dei Sottile e delle Palombelli, ignoranti patentati che passano il tempo con le dita appiccicate allo schermo di un IPad dilettandosi di giornalismo copia-incolla, senza un’idea precisa del senso di ciò che scrivono.

Sarebbero bastate poche cognizioni scientifiche di base per capire il senso dell’audizione di Fiordalisi di fronte alla commissione parlamentare sull’uranio impoverito: che il magistrato non aveva alcuna evidenza scientifica a supporto della tesi che il poligono fosse responsabile di particolari patologie o che al PISQ fosse stato usato munizionamento DU. Sarebbe stato sufficiente ascoltare le dichiarazioni del magistrato quando descriveva interrogatori basati sui funghi raccolti in prossimità delle carcasse dei carri armati o degli agnelli malformati, tutta roba buona per i racconti al tavolino del bar, di fronte ad una birra, altro che dato scientifico e indagine epidemiologica.

Ma, in fondo, sarebbe bastato rivolgersi ad un esperto di queste faccende, ché in Sardegna ci sono e come, per essere informati del fatto (scontato, per chi lo sa) che assegnare ad una causa precisa l’insorgenza di una malattia richiede uno studio epidemiologico e che questo deve essere condotto con rigorosi criteri scientifici e non sulla base di qualche agnello con troppe zampe e pochi occhi.

E invece no, mai, perché le indagini scientifiche sono complicate, vanno capite, bisognerebbe studiare per sapere cosa siano e i giornalisti non brillano né per acume né per desiderio di lavorare: meglio butatre il ostro in prima, ché funzione e aumenta le tirature e i contatti nei blog.

Eppure, eppure, c’è l’esempio di Taranto, ce l’abbiamo davanti. I Riva, i padroni dell’ILVA, non li hanno inchiodati le chiacchiere da bar, bensì anni di indagini epidemiologiche e oggi non si parla più dell’eventualità di un aumento delle patologie, perché ci sono i numeri, determinati scientificamente, che lo dimostrano al di là di ogni possibile dubbio.

E Quirra?

Ma chi se ne frega di Quirra, chi se ne frega se i dati che emergono pian piano vanno contro tutte le bestialità asperse a piene pagine nei giornali e nei siti internet? Meglio sbattere in prima pagina che Fiordalisi chiede di accedere agli archivi della NATO e gli viene risposto picche, anche se non si capisce cosa vorrebbe trovarci, tanto che il giudice rigetta l’istanza di includere la domanda di accesso agli atti del processo (perché priva di rilevanza e di attinenza al processo).

Il risultato?

Che a forza di cercare l’uranio (che non si è mai trovato) non si è mai condotta una ricerca seria sullo stato reale del territorio, che finirà per non essere mai davvero bonificato perché lo stato inquinatore non stanzierà le cifre immense necessarie per farlo. Ancora pochi mesi, in ritardo, certo, ma si arriverà alla conclusione, e lo studio epidemiologico sulle popolazioni adiacenti i poligoni verrà conclusa.

Vogliamo scommettere che non si troverà nulla (come del resto mostrano i dati preliminarmente presentati alla commissione Parlamentare di cui nessun giornale ha parlato seriamente perché dimostravano che a Quirra non si muore più che negli altri luoghi della Sardegna)? E allora, cosa succederà di tutto questo casino mediatico? Che il poligono resterà dov’è, inquinato o meno, tanto i giornalisti troveranno comunque qualcosa da scrivere per vendere i pessimi giornali che stanno in edicola e far leggere le coglionerie che viaggiano in rete.

Perché abbiamo un giornalismo di merda e, probabilmente, è proprio quello che ci meritiamo: a noi piace così!

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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2 risposte a IL VERO DRAMMA DI QUIRRA? I GIORNALISTI!

  1. Proto Zuniari ha detto:

    Vero, i giornalisti sono quel che sono, hanno bisogno di mostri da sbattere in prima pagina, ma non sono loro che li creano. I mostri li crea il sonno della ragione e, purtroppo, il senso critico è merce sempre più rara e dispendiosa; meglio l’ideologia a buon mercato.

  2. Gigi ha detto:

    Spero esistano altre persone che scrivono quello che pensano e ragionano con la propria testa come lei. Forse esiste ancora spazio per un giornalismo serio d’inchiesta e di informazione. I miei migliori auguri. Pierluigi Cocco

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