OGGI, TANTO PER CAMBIARE, PARLIAMO DI SARAS

POST 048 OGGI PARLIAMO DI SARASParecchi amici sostengono come la SARAS sia per me una vera e propria fissazione! Naturalmente è del tutto falso, così come non risponde al vero che assai spesso riceva commenti (che non pubblico, accusato di non essere democratico) del tenore: “Brutto pirla, oggi non hai ancora nominato la SARAS?» Quindi, per sfatare questa leggenda metropolitana, oggi ne parliamo.

Prendo spunto da una notizia vecchiotta, la denuncia di Legambiente in merito alla necessità di monitorare con molta attenzione le emissioni della SARAS. Questa notizia è rimbalzata, più di recente, su molti quotidiani, perché c’è stato qualche timido movimento del mondo politico.

Prima considerazione: azione corretta di Legambiente?

Risposta secca: sì, senz’altri commenti (tanto per rispondere a coloro che, in occasione delle note vicende su Tuvixeddu, mi affibbiarono l’identità di non ricordo più quale ambientalista «nemico» di Todde!). Trovo che Legambiente (e Todde) svolga un ruolo importante e meritorio: mi auguro che continui così.

Seconda considerazione: dobbiamo pretendere che la SARAS rispetti tutte le normative vigenti in termini di emissioni, vigilando affinché i responsabili del controllo pubblico compiano fino in fondo il proprio dovere e provvedendo a denunciare immediatamente alle autorità competenti eventuali presunte mancanze?

Ecco, in questo caso la risposta è altrettanto secca: «Sì!», ma diversa dalla precedente. Naturalmente dobbiamo farlo, vigilare e denunciare, tuttavia, mentre prima non c’erano altri commenti da fare, adesso ce ne sarebbero non pochi.

La SARAS si è insediata negli anni ’60, mezzo secolo fa! Detto così, soprattutto per i giovani, pur col dilatarsi dell’età media, spinge prima di tutto ad un certo rispetto. È una fabbrica che nel bene o nel male, e ce n’è di entrambi, ha inciso profondamente nel tessuto del territorio di Cagliari, sebbene la distanza dal capoluogo abbia finito, in realtà, per farla considerare, almeno in parte, avulsa dalla realtà cittadina. Non è, come l’ILVA di Taranto, dentro la città: hanno avuto la buona idea di lasciarla in disparte, così nessuno la vede e può passare inosservata (ma a Sarroch la pensano ben diversamente!) Gran bel vantaggio.

Bene: siamo sicuri che la SARAS abbia sempre agito a termini di legge per quanto alle normative ambientali? Non ci sono molte alternative: la risposta può essere sì, oppure no! Se rispondessi “no!”, a termini di legge, dovrei dare le prove della mia affermazione. Però non è che sia interessato a questa eventualità e non solo perché non ho prove tangibili che ciò sia accaduto. La mia domanda è un’altra: ammesso e non concesso che la SARAS, fin dagli anni ’60, abbia sempre rispettato le leggi…

… possiamo stare tranquilli, oppure dovremmo preoccuparci del degrado del territorio?

La risposta, purtroppo, è banalmente semplice: no, non possiamo fare a meno di preoccuparci, anche se la SARAS (non ho motivo per dubitarne) ha sempre rispettato le normative. Il motivo è ovvio: in questo mezzo secolo la legislazione si è evoluta, divenendo via via più restrittiva al fine di seguire l’evolversi della scienza medica e delle capacità di controllo. In altri termini, molto di ciò che allora era permesso, oggi è brutale inquinamento ambientale, ma nessuno può chiederne ragione all’azienda.

Il corollario di questo ragionamento da massaia (e le massaie sono tutt’altro che sprovvedute) è che se la risposta al quesito «dobbiamo pretendere che la SARAS rispetti tutte le normative vigenti, etc etc» è certamente «Sì!», dobbiamo anche aggiungere «Ma non basta!» Infatti, abbiamo anche il dovere di domandarci se non dovremmo, oltre che vigilare, cominciare a esigere di sapere in che stato si trovi il territorio in cui la SARAS insiste da mezzo secolo, se non sia il caso di impostare uno studio serio in proposito e, noti i risultati, che temo sarebbero ovvi, discutere sul “Che fare?”

Purtroppo, in Sardegna – l’ottimo Deliperi direbbe «nel Sardistan» – si ha spesso un concetto bizzarro delle iniziative industriali (oppure “più bizzarro che in altri luoghi”): si pensa che siano “per sempre”, come i diamanti! Oppure, molto più probabilmente, si fa finta di pensarlo.

Poiché non è così, le aziende nascono e muoiono, è necessario che la comunità interessata all’attività di un industria, soprattutto se così impattante come il complesso industriale SARAS, la tenga sotto osservazione. L’idea che un imprenditore possa abusare del territorio, pur rispettandone le leggi (si veda il Sulcis e le miniere, tanto per non andar lontano) per poi filarsela una volta che uno stabilimento abbia esaurito la propria ragion d’essere, è stata rubricata sotto la voce “passato” in tutti i paesi industrializzati avanzati. Oggi non solo non si deve inquinare, ma si deve anche rispettare il paesaggio!

E la SARAS?

Eccoci: sia che vada avanti per un altro mezzo secolo – e lo ritengo assai improbabile – sia che le condizioni del mercato ne consentano una breve sopravvivenza, diciamo dieci anni, ci sono almeno due grandi temi di cui bisognerebbe occuparsi fin da subito: il lavoro e la salute.

Per il primo, ricordo semplicemente come l’eventuale dismissione, in mancanza di una seria politica di prevenzione, costituirebbe un vero disastro. Anche se non accadesse, almeno sul breve, ci sarebbe comunque da parlare anche dei problemi legati alla tipologia delle produzioni di SARAS, che non veicolano un indotto robusto, ma non è il tema di ciò che scrivo.

Per il secondo, due osservazioni, tra le tante possibili. La prima: desideriamo andare avanti, se si va avanti, privi di una conoscenza precisa dell’impatto ambientale? La lezione di Taranto non ci insegna nulla? I sette anni di indagini, lo studio epidemiologico che difficilmente potrà essere contestato in tribunale, non ci spingono a riflettere sul senso da dare alla convivenza con una realtà industriale di grandi dimensioni e sicuro impatto?

La seconda. Nel caso, come ritengo, lo stabilimento sia avviato al declino e dunque alla dismissione: che ne facciamo di quella fetta di territorio? E come facciamo a saperlo se non lo studiamo, quindi non siamo in grado neppure di ipotizzare a quali costi si vada incontro per un suo eventuale ripristino?

Ecco perché, se la prima risposta (Ha fatto bene, Legambiente…) era un «Sì!» sonante, la seconda (dobbiamo vigilare…) deve essere seguita da un «Non basta!»: dobbiamo pretendere dalla politica, ma anche dalle associazioni ambientaliste, che si vada oltre l’accertamento di un potenziale reato e la verifica della rispondenza delle emissioni alle norme di legge. Non c’è dubbio che questi vadano perseguiti ma la politica dovrebbe andare oltre, progettare il futuro e non galleggiare in cerca di un passaggio sui giornali per un’estemporanea interrogazione.

Questa, in un posto normale, si chiamerebbe “Politica ambientalista”. Come si possa chiamare nel Sardistan, non saprei, però noi cittadini dovremmo pretenderla dai nostri rappresentanti, chiedendo aiuto anche alle associazioni ambientaliste che, talvolta, causa gli enormi impegni, paiono trascurarla.

Diamo a queste una mano e a quelli un calcio in culo perché si diano una mossa: ne va del nostro futuro.

Per chi vuole sapere come si fa, legga ad esempio questo breve contributo:

http://www.huffingtonpost.it/valentina-gallo/ma-a-taranto-si-muore-di-_b_2271555.html?utm_hp_ref=italy  

Oppure, per chi vuole studiare il problema, questo PDF:

SENTIERI – Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento: RISULTATI

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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Una risposta a OGGI, TANTO PER CAMBIARE, PARLIAMO DI SARAS

  1. Asia ha detto:

    Ciò che conta non sono le ipotesi, ma i fatti.
    Greenpeace nel 2010 ha collocato Sarroch al terzo posto, dopo Brindisi e Taranto, per emissioni di CO2.
    Lo studio epidemiologico del prof. Annibale Biggeri ha fornito, qualche anno fa, dati a dir poco allarmanti,
    “L’indagine, risalente al 2008, evidenzia un’incidenza di malattie respiratorie e neoplastiche superiore alla media regionale, come conseguenza dell’esposizione all’anidride solforosa e alle polveri fini. Lo studio sottolinea inoltre un dato inquietante: l’esposizione agli idrocarburi policiclici aromatici presenti nelle polveri fini e al benzene, avrebbe determinato un danno genetico, con modificazioni del DNA.”
    Modificazioni del DNA.
    Cose di poco conto, naturalmente.
    http://www.sardiniapost.it/pronto-intervento/1062-che-fine-ha-fatto-l-inchiesta-sulla-saras#mc-362857
    http://video.repubblica.it/cronaca/il-documentario-denuncia/33184/33568

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