L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELLA SINISTRA SARDA

Ci sono due certezze, oggi, in Sardegna.

La prima: Milan Kundera è morto.

La seconda: la sinistra ha scelto la via dell’evanescenza.

Detto in tutta franchezza, che Kundera sia stato ucciso da un sociologo cagliaritano (di nascita sulcitana) poco importa ai sardi. L’interesse di questi ultimi, infatti, spazia in ben altri orizzonti che non nell’esegesi di uno scrittore capace di leggere il proprio tempo ad uso e consumo dei soli colleghi intellettuali. Né sarebbe stato diversamente qualora l’amico Milan fosse stato abbordabile come le favolette di Niffoi o le stronzate di Fois: ai sardi interessa ben altro.

Cosa?

La risposta è facile, facilissima: i sardi sono interessati al passato, un passato cui ambirebbero tornare quanto prima.

No, un momento, questo non è un post che parla di stupidaggini shardaniko-atlatidee e traballanti rivendicazioni identitarie. Non parla neppure di nuraghi, di fonologi che si inventano le nuove lingue posticce per dimenticare le proprie frustrazioni di emigrati, di pensionati con l’hobby della lettura e del nome di Yahweh o di altri cretini sparsi. O dell’età del bronzo e degli odiati fenici.

Il passato cui i sardi aspirano è recente, per non dire recentissimo: pochi decenni. Così, ad occhio, direi gli anni precedenti la caduta del muro di Berlino, età dell’oro in cui abbiamo barattato noi stessi con la discutibile comodità di vivere a sbafo a spese di qualcun altro.

Bei tempi, quelli, in cui ci si poteva permettere la continua lamentela dell’essere colonizzati mentre fiumi di denaro attraversavano il Tirreno diretti ad Atlantide, che li spendeva sputandoci sopra e dilapidandoli con l’atteggiamento tipico dello straccione, che può ben concedersi di disprezzare il quattrino non sapendo neppure cosa sia. Altro che tsunami: il Pozzo di san Ptrizio!

È in questa età dell’oro che i sardi hanno evoluto sé stessi, felici di essere divenuti, finalmente, incapaci di immaginare il proprio futuro attraverso l’espressione di una classe dirigente dignitosa. Abituati dalle circostanze storiche a considerare scontato l’arrivo dei quattrini da una sorgente non meglio identificata, ma sicura, la nostra classe dirigente non ha mai avuto il problema pressante del “fare i quattrini”, quanto quello ben più intrigante di “spenderli”. Quindi, una società che esprime i dirigenti convinta che guadagnare significhi esclusivamente ritagliare per sé una fetta quanto più possibile corposa dalla torta pubblica, lasciando agli altri le briciole. E gli altri, convinti che la lotta politica si esaurisca nel tentativo, più o meno riuscito, di impedirlo, possibilmente ribaltando il rapporto dei pesi delle porzioni.

La crisi disastrosa in cui versa la Sardegna è il riflesso di questo: dell’evoluzione di una classe dirigente in un ambiente nel quale competizione ha sempre e solo significato ripartizione, divisione clientelare da amministrare con logiche spartitorie rigorose quanto rigidissime, mediate dal voto e ad esso riconducibili. Quindi, non capacità di progettare un futuro in chiave positiva e propositiva, quanto di incrementare la propria fetta di una torta di cui non si è mai dubitato che avrebbe continuato ad arrivare, sempre e comunque, possibilmente di peso legato all’inflazione.

Perché stupirsi ed irritarsi, allora, se il ministro Barca, peraltro di non celate simpatie progressiste, a corollario del disgraziato incontro-scontro col Sulcis, dichiara di aver trovato un’assoluta mancanza di politica nei territori strozzati dalla peggiore crisi del dopoguerra? Cosa dovremmo aspettarci da una politica cui abbiamo da sempre assegnato il ruolo di coltello col quale massimizzare la fetta di torta per la nostra parte? Cui non abbiamo mai chiesto di immaginare un futuro che non fosse altro che la lotta a colpi di leppa per un millimetro di torta in più?

Non sfuggirà, spero, che quando Barca parla di politica non si riferisce solamente al Cappellacci di turno, il pessimo del pessimo, ma alla classe dirigente tutta, compresa quella che esibisce l’etichetta problematica di sinistra! Né sarà un caso se gran parte di questa, la sinistra, esaurisce il proprio compito nella critica all’attuale amministrazione regionale – sai lo sforzo, come rubare il gelato ad un bambino, piccolo! – nella speranza di riprendere la guida alle prossime elezioni regionali.

È questa inconsistenza della sinistra che dovrebbe preoccupare, assieme alla constatazione che in una regione martoriata e in disfacimento, le voci degli intellettuali tacciono, né si sa più chi siano e se davvero ci siano mai stati.

Attenzione, attenzione davvero: a non saper indicare una strada, si corre il rischio di trainare l’evoluzione dei pifferai di Hamelin, come la recente situazione siciliana dimostra impietosamente. Se neppure siamo capaci di riflettere sul Piano-Sulcis di Cherchi, di vederne i limiti enormi e l’inconsistenza, significa che la sinistra non è più capace di analisi e allora niente facce sorprese quando i cittadini seguiranno chi, cinicamente, annuncerà di avere la ricetta giusta per un sereno ritorno al passato, quello di un‘Atlantide lastricata di oricalco e pensioni di invalidità, possibilmente false.

A noi sardi, anche a sinistra, piace così.

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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12 risposte a L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELLA SINISTRA SARDA

  1. Sovjet ha detto:

    Gentile Ainis,
    questa volta deve proprio aver mangiato male! La critica è demolitoria e non lascia scampo: schianta classe dirigente tutta (politici, intellettuali e organizzazioni di rappresentanza) e società in generale. Io non sarei così…apocalittico.
    Gran parte delle cose che dice, se non vero sono di certo verosimili: l’afflato risarcitorio, per cui tutto ci è dovuto a causa della colonizzazione subita, ha in qualche modo plasmato la nostra visione stessa del mondo. Ci riteniamo perennemente in credito, non risarciti a sufficienza e incapaci di capire da chi arriva la farina, lo zucchero e le uova della torta che ancora ci spartiamo.
    Prima capiamo che la gran parte del nostro futuro dipende dalle scelte che facciamo oggi (ormai mi è venuto a noia ripetere che l’oggi è frutto delle scelte di ieri e noi possiamo solo cercare di modificare il domani, scegliendo bene oggi!) e prima cerchiamo di immaginare un futuro “possibile”, meglio sarà.
    Non so se valga per le masse quella che lo psicoanalista Franz Alexander chiamava “esperienza emozionale correttiva” (chiedo scusa in anticipo agli esperti per la banalizzazione del concetto), perché la semplice presa di coscienza della situazione mi sa che non basta, ci si deve trovare – e mi pare che a breve accadrà – in una situazione traumatica per la quale saremo costretti a fare delle scelte.
    Credo che quella che lei chiama “evanescenza della sinistra” in parte derivi proprio dall’incapacità di mettersi nelle condizioni di scegliere e farlo senza dogmi, avendo per bussola esclusivamente il bene della collettività.
    Il bene della collettività non è semplicemente ingrandire la torta, ma che ciascuno ne abbia la giusta fetta.
    La caduta del muro di Berlino ha avuto, fra gli altri, l’effetto di assimilare la pianificazione alla negromanzia, quasi fosse un’arte oscura: il mercato è stato sacralizzato quale dispensatore di benessere assoluto e più efficace meccanismo regolatore di risorse immaginabile. E qui sta il punto critico, l’uomo non è fatto per l’efficienza ma per la sufficienza: ad un certo punto “il troppo stroppia” o, per dirla come Orazio “est modus in rebus”. Noi invece abbiamo costruito e abitiamo una società dell’hybris, dove la torta deve essere non solo colossale ma in crescita perenne, a prescindere da chi la debba mangiare, solo per tenere la macchina in funzione. Torta poi che sarà divisa nel modo più ingiusto e ineguale possibile. Invece questa torta bisogna mangiarla secondo giustizia…
    Mangiare la torta secondo giustizia significa riconoscere una vita dignitosa a tutti gli abitanti del pianeta, perché va detto che anche il più disperato del Sulcis consuma più risorse mondiali di un africano medio. Questo significa che il lavoratore del Sulcis non debba ribellarsi? No, significa però che bisogna aver coscienza del mondo e che questo sistema, per quanto fino ad oggi (diciamo fino ad ieri) possa aver garantito un minimo di benessere, non funziona più. E non tanto per la finanziarizzazione dell’economia o per la supremazia del pensiero unico neoliberista (anche per questo) ma perché basato su un accesso assolutamente squilibrato alle risorse e ai consumi. In attesa che si realizzino le utopie tecnologiche (da Michio Kaku al Progetto Venus) è necessario provvedere ad una riorganizzazione delle società su base cooperativa e non competitiva; o per lo meno, la competizione deve essere accuratamente regolata: se un ramo ci regge a malapena in dieci è meglio che nessuno inizi a saltare, perché poi tutti si sentiranno incoraggiati a farlo e si finirà schiantati al suolo.
    Ma queste sono cose difficili da dire e particolarmente difficili da dire in una democrazia, dove è il consenso che determina (o dovrebbe determinare) l’indirizzo di governo. E infatti, a leggere quello che è successo in Italia, le tecnocrazie reagiscono reputando le democrazie inadatte e inadeguate a gestire il particolare momento storico e di fatto le commissariano. Cos’altro è oggi l’UE se non un enorme commissariamento dell’Europa? Il problema è che le tecnocrazie non sono neutre, non decidono in funzione del massimo benessere collettivo, ma tutelano sé stesse e la loro visione del mondo. Nel nostro caso una visione aristocratica, autoritaria, classista. Insomma, la democrazia è un lusso di questi tempi che non so se ci meritiamo. Per dire che la democrazia è il peggior sistema di governo, ma non ce n’è di migliori…
    Davanti a questo stravolgimento cosmico la nostra piccola Lilliput cosa potrebbe mai fare?
    Io non so dirlo, ma certo dovrebbe rifuggire dall’illusione che esistano soluzioni semplici e magiche, che basti avere un fiocco verde in testa o un proprio presidente della repubblica per innescare sorti magnifiche e progressive.
    Le dirò (spero di non farla soffrire troppo) che personalmente non sono neppure ideologicamente contrario all’opzione indipendentista: potrei anche immaginare l’attuale sistema come un bozzolo che ci imprigiona, ma se la creatura che c’è dentro non è ben formata, se il bozzolo non diventa davvero l’ostacolo allo sviluppo dello stadio successivo o finale, allora romperlo e uscirne significa morire. Ecco, io credo che si magnifichi il fuori dal bozzolo senza aver ben presente lo stato di sviluppo in cui si è. D’altra parte, una certa supponenza autonomista ha portato la Sardegna a rifiutare il modello autonomistico siciliano (in crisi anche quello, ma certo molto più ampio del nostro) per avere un’autonomia alla fine uno Statuto che riconosce un’autonomia che assomiglia a quella auspicata “come un gatto assomiglia ad un leone”, come ebbe a commentare Emilio Lussu, perché entrambi felini.
    Cosa dovrebbe fare la sinistra per essere meno evanescente? Lo sapessi!
    Certo è che ripartire dalla Costituzione per adeguare il dettato all’applicazione potrebbe essere un inizio. Si avrebbe una mappa da completare e arricchire di dettagli via via che si procede. Eliminare ogni rendita di posizione potrebbe essere utile e avere il coraggio non solo di immaginare una società più giusta, ma anche di fare i primi passi per realizzarla potrebbe ridarle – se non sostanza – almeno un po’ di colore.
    Mi rendo conto che inizio affermando di non essere apocalittico quanto lei e alla fine magari risulta che lo sono anche di più…adesso controllo cos’ho mangiato io!
    Grazie per l’attenzione

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Sovjet,
      sardine sottolio, notoriamente pesanti e indigeribili (anche se non quelle in scatola). Cosa vuole, devo pur contribuire alla civilizzazione di queste plaghe.
      Sinceramente, non mi sento particolarmente apocalittico. Registro una situazione che a me pare oggettiva: la mania di pensare che i problemi si risolvano andando a cercare i soldi da chi ce li ha, piuttosto che cercando di farli. Nel senso che, pur condividendo la necessità di condivisione con chi è meno fortunato di noi (lo so che un operario in cassa è ben più ricco di un berbero che abita in una tenda) non possiamo neppure far finta che la deindustrializzazione non vada contrastata e la produzione di ricchezza mantenuta. E che una regione vasta come la Sardegna possa pensare di sostenersi col turismo, il formaggio e le visite pagate ai nuraghi.
      Ragion per cui, la mia critica alla sinistra si riferisce alla difficoltà di proposizione di un futuro che tenga conto della storia pregressa e alla ricerca degli stessi meccanismi che hanno consentito di vivacchiare fino ad un oggi che non pare più sostenibile. In particolare il Piano-Sulcis di Cherchi, espresso per l’appunto dalla sinistra, che mi pare ricalcare la stessa visione del futuro che portò al mancato completamento degli sbocchi dei poli industriali e all’attuale crisi.
      Quanto ai fiocchi verdi, è proprio uno dei motivi che mi ha fatto riflettere sull’evanescenza della sinistra. I nostri problemi non li risolviamo aprendo un contenzioso sui tributi (quanti e quali lasciare in loco) ma interrogandoci sulla sorgente dei tributi stessi.
      Infine, il problema dell’indipendentismo sardo non è nella volontà di scissione “in sé”, ma nel tasso di cazzate che dicono gli indipendentisti (o, detto con parole meno aggressive, nella mancanza di una proposta politica dignitosa: ma provi ad ascoltare Sedda, poi mi dice!).
      Guardi che l’aver trasformato la proposta politica indipendentista in una pagliacciata è un altro dei problemi della Sardegna. A proposito di Mafalda, siamo tutti “spenditori” e mancano clamorosamente i “guadagnatori”, ecco il punto. Se poi aggiunge che a destra sono tutti “spendivacche”, ecco che non si può non essere un poco apocalittici.
      Cordialmente,

  2. Proto Zuniari ha detto:

    Caro Ainis, non credo che la Sardegna ambisca tornare al passato che descrivi, per il semplice fatto che quel passato non è passato,anzi, oggi si è rafforzato. L’unica differenza è che dal Pozzo di S.Patrizio prima si attingeva tanto distribuendo anche a pioggia, ora che si attinge meno le maglie del clientelismo si sono ristrette e sono più rigide. E poi la dimunuzione del flusso d’oltretirreno viene brillantemente compensata da fenomeni di cannibalismo interno funzionali al mantenimento delle clientele anche in periferia. Qualche esempio? Iglesias perde pezzi? Ma sì, tagliamo un pezzetto di Università di Cagliari e portiamola lì, farà da volano per lo sviluppo delle nuove tecnologie di cui parla la Pes. Poco importa se un diploma triennale costerà quanto far laureare a Oxford 10 stuedenti. L’altra università poi è ancora più sfigata l’hanno centrifugata tra
    Ozieri, Oristano , Nuoro, Tempio e l’aeroporto di Olbia. Una decina di laureati ne costano quanto duecento in Scozia. E’ L’inizio dell’Università della Sardegna tanto cara agli Shardana, ma anche ai Cabras e Cabrones. E i 450 milioni di euro riversati nel Sulcis? Dove finiranno lo possiamo immaginare: divisi tra neobucolici – sempre più rampanti in una sinistra che che invece della bandiera rossa ha adottato la birra Ichnusa – e industrialisti resistenti che non sanno immaginare altro se non l’alluminio.

  3. Sovjet ha detto:

    In verità non è che il flusso di risorse si interrompa: vero è che quelle nazionali di riducono, ma rispetto a quelle comunitarie abbiamo percentuali di spesa che possono essere enormemente migliorate. Il problema dei fondi comunitari – cosa che pare sarà in qualche modo corretta nella programmazione 2014-2020 – è che si privilegia la spesa realizzata secono le rigide regole date, tant’è che molti soldi vanno a retribuire certificatori di tutti i tipi, piuttosto che il raggiungemento degli obiettivi fissati (Ferdinando Boero lamenta lo stesso problema in un suo libro).
    Resta sempre il punto segnalato da Ainis: non basta saper spendere bene, bisogna creare ricchezza. Se poi, iniziamo a capire come spendere meglio le risorse disponibili in modo che aiutino creare ricchezza non sarebbe male.

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Quintale,
      grazie del link; la correlazione è intrigante, le spiegazioni addotte molto meno. Invece è verissimo che si tratta di quei fenomeni per cui esistono tante spiegazioni quanti gli analisti.
      Per onestà intellettuale, devo anche dire che Pigliaru ha commesso un errore nell’analisi dei dati (oppure non chiamiamolo “errore”, diciamo che forse non ha molta dimestichezza con la statistica e la significatività delle interpolazioni) eliminato il quale l’effetto risulta ancora più eclatante (in realtà la pendenza della retta di interpolazione sarebbe assai più pronunciata).
      In merito alle primarie, inoltre, e al ruoloo di Bersani, Renzi e Vendola, avrei qualche considerazione da svolgere che non ho visto ripresa da nessuna parte e ciò mi stupisce. Però preferisco aspettare domenica prima di parlarne (e non è che sia così rilevante, ovviamente).
      Cordialmente,

    • Anonimo0 ha detto:

      In tanti dimostrano di aver assimilato molto bene l’ultima lezione del Prof. Pigliaru che sul suo personale blog illustra con piglio accademico e metodo statistico la correlazione tra la portata del voto pro-Bersani e la quota di capitale sociale che alberga nelle regioni meridionali dove questo ha raccolto successi e, viceversa la portata del voto pro Renzi e lo spirito e la spinta verso il cambiamento proveniente dalle aree (quelle centro settentrionali) con più alta densità di capitale sociale.
      Il concetto di capitale sociale su cui l’ardito Pigliaru costruisce la montagna di scemenze viene preso a calci in culo con una definizione che rasenta lo spessore scientifico delle barzellette sui carabinieri e – nel contempo – sta facendo rivoltare nella tomba sia Coleman che Bourdieu (per inciso, i fondatori della teoria del capitale sociale): Per capitale sociale qui si fa riferimento “a quei valori e quelle credenze condivise e persistenti che aiutano un gruppo a evitare comportamenti opportunistici e a perseguire attività di che hanno un valore sociale”. Quando il capitale sociale è basso, i comportamenti opportunistici prevalgono a discapito dell’interesse generale.
      Il ragionamento poi si spinge, ce lo dice un economista che si dichiara da sempre studioso dei problemi di ritardo economico N/S (Fidatevi, ne sò.. sembra dire), nel far accomodare in quelle aree personaggi (capi bastione alla Bassolino) capaci da sempre di gestire spazi privilegiati di intermediazione politica a proprio vantaggio e a svantaggio del territorio, e indubbiamente capaci di condizionare sia il libero voto dei cittadini che colà risiedono sia le future ipotetiche politiche dell’uomo di Bettola.
      Brevissimo sunto:
      1) Chi vota Renzi è un uomo/donna libero/a da condizionamenti. E’ antropologicamente SANO, capace cioè di desiderare il nuovo che è – automaticamente (anche se non se ne capisce il perché…) – bello, giusto, auspicabile, necessario, di sicuro successo per il nostro disgraziato paese;
      2) Chi vota Bersani è un povero testa di minchia di meridionale, capace di sfangare la giornata perché sul suo territorio sono presenti personaggi che funzionano come chiavi di accesso ai diversi mercati o arene (quello del lavoro, quello politico, etc..). Lo stigma della “raccomandazione” è tatuato sulla fronte di questi poveri cristi che altro non possono che votare l’uomo di Bettola, perchè a questo indirizzato dai padroni del loro quotidiano esistere in quanto futuro garante di posizioni di rendita sedimentate nei secoli;
      3) Renzi è espresso da voto sano perché sane sono le sue linee progettuali di trasformazione del paese;
      4) Bersani è espresso da teste di minchia perché il suo è/sarà un progetto del cazzo di consolidamento delle sacche di privilegio e di mantenimento dello status quo.
      Ora, a parte le considerazioni sull’uomo – non Renzi o quello di Bettola, ma quello di Sassari che usa il suo ruolo (“fidatevi, sono io, ne sò e voi nun siete un cazzo”, direbbe l’Albertone..) per usare a cazzo strumentazione statistica e concetti di ben altro solido significato per dimostrare correlazioni a cazzo tra variabili definite a cazzo (legga meglio Coleman e lasci perdere Putnam, Mr. Pigliaru, tralasci l’insondabile e il non misurabile come i valori e credenze.. il concetto di capitale sociale è relativo alle strutture relazionali e non all’assenza di comportamenti opportunistici… In Sicilia il capitale sociale è altissimo e la mafia lo ha utilizzato a lungo.. il problema è la direzione e l’utilizzo dei network, non quello che le stesse veicolano..) – quello che emerge è l’incredibile assenza di riferimenti alla storia lunga e/o recente dei capibastione del Nord e Centro Italia.
      Ma dove pensa che abbiano la residenza Formigoni, Bossi, Romani,Zambetti, Ciambetti, Conti, Mr. Pigliaru? A Termini Imerese o a Macomer?
      Come crede sia stata costruita – lo sò agli economisti questo concetto fa letteralmente eccitare – la supposta performance di EFFICIENZA del sistema sanitario al Nord, ad esempio, grazie agli esiti della densità di capitale sociale in Lombardia? Grazie all’assenza di opportunismo?
      Mah.. a questo punto si può proporre una correlazione tra i biondi o bruni e la propensione al voto verso i due candidati. Sono sicuro che se l’articolo è firmato da un economista che è anche proRettore del’Accademia cagliaritana il pezzo assumerà un valore di considerazione altissima, senza precedenti. Un dubbio: i calvi per chi minchia voteranno?

      • Gabriele Ainis ha detto:

        Gentile Anonimo0,
        spero abbia postato il suo commento anche da Pigliaru (che però non è poi così sportivo, non tanto da apprezzarlo, credo).
        In realtà, ritengo che questa volta lei stia sparando sulla croce rossa, anche se ovviamente ha ragione, quindi non le faccio un gran complimento.
        Ciò detto, la invito a considerare quanto segue: supponga, per assurdo, che il considerare due parametri apparentemente del tutto privi di correlazione (andrebbe benissimo la calvizie e il voto per Bersani) porti invece ad un legame statisticamente rappresentativo (come nel caso di cui ci stiamo occupando): mi dice perché bidognerebbe non tenerne conto? Detto in altro modo: chi decide se due parametri sono correlati, la statistica – magari applicata bene – o cosa?. Il dato numerico è che la correlazione c’è (e anche piuttosto forte; non le dico di fare un test di significatività, ma si fidi, soprattutto se esclude, con criteri rigorosamente statistici, un dato spurio). Quindi il problema non è negare la correlazione, bensì spiegarla (oppure negare che ci sia con argomenti validi). Da cui il mio commento (e il suo, che condivido salvo l’ultima parte).
        Cordialmente,

  4. Anonimo0 ha detto:

    Il problema che cercavo di evidenziare non è centrato sulla possibilità di vedere positivamente correlate due variabili che – ipoteticamente – possono essere rappresentate da mele e patate (o da calvi e voto per Vattelapesca), ovvero e per assurdo, non c’entrare niente l’una con l’altra. Qui ha perfettamente ragione lei insieme a gran parte dell’economia ortodossa che utilizza regressioni, correlazioni e altri strumenti econometrici: la statistica è capace di riscontrare forti correlazioni tra variabili che nella normalità stanno una al polo sud e l’altra al polo nord, e spesso lo strumento è intrigante proprio per la capacità di legare mele e patate, costringendo chi ci lavora a interpretare ciò.
    Qui il problema sta nella definizione della categoria “capitale sociale” e di tutto ciò che l’homo oeconomicus sassarese ne fa derivare. Io rilevavo la pochezza di questa definizione, tra l’latro ancorata a concetti non misurabili ma definiti aprioristicamente, come da consueto sport dei campioni ortodossi. Se il concetto di capitale sociale è così (mal) definito e si riscontrano correlazioni positive con il voto proB e proR, è un gioco da ragazzi “spiegare”, insomma mettere in evidenza tutto ciò che Pigliaru ha raccontato sui vincoli al voto nelle regioni meridionali e la presunta gabbia futura in cui si muoverebbe il vincitore B. Ma il vulnus alla logica scientifica si riscontra spesso proprio nel deficit definitorio delle categorie, come in questo caso.

    Ps1. A differenza di tanti blog quello del sassarese non consente repliche
    ps2. Sullo sparare alla croce rossa mi consenta (senza ironia ma con quella che Adam Smith chiamava Simpathy) di farle notare che con i suoi articoli su Mongili lei mi sopravanza in quantità e qualità di fuoco…

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Anonimo0,
      sì, le ho pure detto di condividere quanto afferma. Però è proprio l’evanescenza del concetto di capitale sociale che rende la correlazione particolarmente intrigante! Sul senso da assegnarle (alla correlazione, come ho detto nel mio commento) Pigliaru non ci piglia proprio!
      Cordialmente,

      PS1 – Se vuole commentare sul blog di Pigliaru deve andare sul profilo; troverà che è possibile.
      PS2 – Touchè…

  5. Gabriele Ainis ha detto:

    http://www.lavoce.info/articoli/pagina1003428.html
    A proposito di correlazioni:
    PRIMARIE: UNA QUESTIONE DI REDDITO
    a cura di Tito Boeri 28.11.2012
    In base ai dati del primo turno delle Primarie del centro sinistra, il grafico mostra la relazione tra la differenza di voti ottenuti da Bersani e Renzi provincia per provincia e il reddito pro-capite delle diverse province.

  6. Anonimo0 ha detto:

    Si, l’avevo postato anch’io polemicamente sul sito di Biolchini. Questa volta il raccontino e’ tautologico. Una volta assunto che al Sud B. Ha beccato piu’ di R. Puoi metter insieme tutto ciò che differenzia nelle statistiche ISTAT il Centro-Nord dal Mezzogiorno, e avere ragione!! Si ottiene lo stesso risultato correlando, ad es., voto e indici di criminalità violenta, voto e % di dipendenti pubblici su forza lavoro attiva, e così via… Ma non si spiega una cippa, visto che quelle differenze territoriali sono strutturate da prima che Gramsci ne raccontasse alcune profonde ragioni. E’ la solita mania di certa economia (ne esiste di piu’ serio spessore) di ridurre la complessità a poche variabili, soprattutto quelle economiche o trasformarle in misurabile il non quantificabile (come fa Putnam, preso in prestito dal sassarese), e pensare di trovare argomenti seri di spiegazione della correlazione nell’esito della correlazione in se’.

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