SULCIS: IL TRODDIO DEL TOPO

13 novembre 2012: un manipolo di ministri della Repubblica Italiana scappa in elicottero dalla miniera di Serbariu assediata dai manifestanti. Per quelli della mia età, viene in mente la fuga degli yankees da Saigon e la fine della guerra in Vietnam. Infatti il quotidiano di Telese, per chi lo legge, non si fa sfuggire l’occasione per la citazione (scontata).

Notizia ghiotta, no? Mica tutti i giorni ci sono i ministri che se la danno a gambe aggrappandosi alle pale di un elicottero (pale, con due “l”, non è una citazione da Tarzoon!)

Quindi, questa mattina, eccomi puntuale alle otto di fronte alla radio per l’ascolto del GR1. Prima notizia di apertura: «Il ministro Passera fugge in elicottero dalla miniera di Serbariu, protetto da uno spiegamento di forze che avrebbe fatto invidia ai marines di stanza in Vietnam!»

Ci credete?

La fuga di Passera (e di Barca) non è compresa nei titoli di testa del GR!. Per ascoltare la notizia bisogna aspettare le 08:17: dimostrazione di protesta durante la visita del ministro Passera a Carbonia, punto. Adesso passiamo ad altro perché alle 08:30 c’è lo sport e vogliamo sapere cosa farà Balotelli: cambierà squadra o no? A proposito di Passera: taglierà finalmente i capelli lasciando un ciuffo, possibilmente biondo, che imita il triangolo pubico?

Però, questa volta, non possiamo lamentarci per l’oscuramente mediatico di quanto accaduto, sarebbe un errore. Molto semplicemente Passera non “fa notizia” (e neppure passera, dopo l’inflazione berlusconiana) ed è questo l’aspetto più eclatante di quanto accaduto ieri a Carbonia: che il disastro del Sulcis è, di fatto, un troddio di topo per tutti quanti, compresi gli altri sardi che nel Sulcis non ci abitano o ci lavorano.

Può non piacerci, e a me non piace, ma un ministro scappato in elicottero perché la strada di accesso alla miniera era ostruita da uno scaldabagno (questa è cronaca, non una mia battuta, non sono così bravo) ha la stessa rilevanza di un po’ di gas uscito dal culo di una merdona.

Ciò dovrebbe indurre una riflessione profonda, soprattutto a sinistra e dentro il sindacato (ma siamo sicuri che ci sia ancora?).

Ad esempio: siamo sicuri che valga la pena di salire sulle torri, incarcerarsi in un’isola, prendersi le botte dei poliziotti (celerini, li avrei chiamati in gioventù), gettarsi in mare, legarsi in ogni dove, chiudersi nelle gallerie di una miniera, inseguire Passera che fugge appeso all’elicottero, se poi la notizia svanisce dopo pochi minuti (posto che compaia)? Sarà una buona tattica? Servirà a qualcosa?

Oppure: possibile che in Sardegna non si riesca ad elaborare localmente una strategia condivisa (almeno su grandi temi) che possa portare ad un’azione politica comune di tutti coloro che in Sardegna vivono e per questo si denominano sardi? E per questo: dove sono gli intellettuali che dovrebbero suggerirlo?

Oppure: quando la smetteremo di guardarci l’ombelico, convinti di trovarci nell’Isola di Pasqua (notoriamente l’ombelico del mondo) per capire che delle nostre cazzate dobbiamo occuparci prima di tutto noi perché gli altri hanno ben altro da fare?

E, a questo porposito, vorrei sottolineare una notizia che a me pare rilevante e nessuno pare valutare con attenzione; a seguito della visita di Passera&Friends, il ministro Barca dichiara: «Abbiamo pensato ad un bando internazionale di idee perché il governo crede molto nella concorrenza. Entro il 10 gennaio saremo in grado di arrivare ad documento preliminare, mentre il bando vero e proprio sarà pronto entro metà febbraio. Il Sulcis si sta aprendo al resto del mondo».

Va bene che siamo pochi e ci mettiamo raramente d’accordo, va bene che il Piano-Sulcis di Tore Cherchi è una ciofeca, ma possibile che non siamo neppure capaci di sapere cosa desideriamo fare del nostro futuro e dobbiamo affidarci ad un bando internazionale, come si fa per la costruzione di un museo o un teatro? E che vorrebbe dire, poi, che il Sulcis si sta aprendo al resto del mondo?

Come dire: ma dov’era, prima?

 

Gabriele Ainis

gabriele.ainis@virgilio.it

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5 risposte a SULCIS: IL TRODDIO DEL TOPO

  1. G.Michele ha detto:

    Gentile sig. Ainis, mi rassicuri: non sta diventando indipendentista, vero?
    Con simpatia.

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile G. Michele,
      in questo post non c’è nulla di diverso da ciò che dico di solito (sono di una plateale monotonia).
      Avremmo bisogno di una classe dirigente forte e non l’abbiamo.
      Ci sarebbe da notare che se l’avessimo forse non ci troveremmo in questa situazione…
      …e che non averla è anche colpa nostra perché non l’abbiamo saputa esprimere…
      Solite cose, insomma, sotto il sole (ma oggi in Piemonte è coperto).
      Cordialmente,
      .

  2. Anonimo0 ha detto:

    osa ci si aspettava da questo incontro, e da tutti gli altri incontri giocati in Zona Cesarini, allo scadere di tempi dettati dal mercato? Già perché è proprio questa una delle notevoli incomprensioni della faccenda, quella dei tempi, dei significati dei tempi. Il significato del tempo dell’incontro (di questo e di tutti gli altri) è stato dettato dalle esigenze mediatiche che hanno prima coltivato e poi – letteralmente – fatto esplodere quella che Biolchini chiama “la speranza”. In questo gioco ci sono cascati tutti; un pò per convenienza, un pò per esigenze legate ai riti della contrattazione e del conflitto, un pò (molto, in tal caso) per la assoluta irresponsabilità dei decision makers ai diversi livelli. Il mercato ha regole e tempi di contrattazione e di possibilità di ritorno degli investimenti che si basano quasi sempre su capacità progettuali infinitamente più ampie di quelle degli attori che popolano il mondo della politica, soprattutto quando si parla di multinazionali come Alcoa o di ambiti di estrazione mineraria profondamente legati alla forte concorrenza straniera sui mercati di sbocco. Si è arrivati tardi, troppo tardi, a prendere in mano la faccenda. Da tempo il Sulcis (ma ci si può fare un giro in tanti altri territori d’Italia, mica solo al Sud, per apprezzare disastri similari) è diventata una matassa assolutamente ingarbugliata. Non valgono più gli strumenti del passato cari amici sindacalisti (caro Cherchi, cari tutti gli altri attori..), per argomentare posizioni di forza con i poteri centrali: apparecchiare la tavola della discussione a Carbonia non poteva cambiare (e non cambierà) di una virgola la tragedia che si è già consumata da tempo.
    I tempi sono stati quelle dell’esaltazione della speranza così come saranno quelli dell’imboscamento delle notizie. Fa specie che anche persone notoriamente portatrici di istanze critiche di violento spessore (qualcuno usa la metafora della spia dell’olio che avverte dell’imminente o avvenuto guasto della macchina, qualunque essa sia) si stupisca della capacità della struttura mediatica di oscurare notizia “criminis di ribellione”.. A chi pensa abbiano appesi i coglioni questi giornalisti Mr. Gentilmente/Cordialmente? Alla propria etica professionale?
    Giocare ancora a quel gioco significa perdere posta e mutande.. Continuiamo allora ad affidarci alle grinfie di economisti che fanno le puttane nel mercato delle consulenze, rispacciando idee e conclusioni di analisi che si siedono su modelli econometrici che possono albergare INDISTINTAMENTE nel Sulcis, in Trentino, in Calabria, in Baviera… Continuiamo a fare affidamento a papi e principi locali, che hanno il loro trono dipinto di rosso sangue dei residenti locali. Continuiamo a giocare al gioco del conflitto con i vecchi riti del conflitto sindacale anni ’70.
    Un incubo, un coma da cui non ci si può svegliare all’istante. Di questo bisogna esserne consapevoli. Chi chiede la testa dei politici locali e non che hanno contribuito a mettere il loro pezzo di lego nella montagna di merda che è diventata la situazione socioeconomica del Sulcis dovrebbe spiegare da chi potrebbero essere sostituiti. Con il sistema dei partiti in crisi e una assodata difficoltà a creare nuove leve attraverso processi di socializzazione basati su altri elementi che non quelli della carriera personale (ah.. quanto manca Frattocchie..); con il sistema dei partiti che si è affidato alla logica nietzschiana del super uomo che ha “vision”, che ha carisma, che ha… (eccoli allora, i Soru, i Grillo, i Vendola, i Di Pietro, i Berlusconi, i…); con un sistema di privilegi della classe politica che è rimasto pressoché intatto rispetto al disastro della palude sociale.. Chi cazzo ci mettete a governare il territorio?
    I soldi. Non si fa economia senza investimento privato. C’è qualcuno che è capace di contare attori economici locali capaci di investire in queste aree che possano superare le dita di due mani? C’è qualche palazzinaro, va bene. C’è qualche rentier seduto sul malloppo accumulato nel tempo grazie a terre, sugheri, commercio.. Ma gli altri? Il capitale locale è scarso e le capacità di investire scarse (e poi, com’è noto, siamo in una contingenza economica internazionale fortunata …). I soldi degli altri, allora. Lo Stato ci cagherà in testa, come ha fatto ieri. Quelle cifre promesse sono in parte già spese , in parte già impegnate. Altre non ne arriveranno se non a gocce. I soldi della regione ci sono, pochissimi, ma ci sono. Perché non li affidiamo agli economisti (magari questa volta non locali..) per definire una strategia di exit dalla crisi? Magari attraverso un concorso internazionale di idee.. Sono sicuro che avremo un piano fantastico e particolareggiato, capace di dare esiti sul piano occupazionale estremamente convincente, vero Prof. Paci? (ancora molto Bonvi e poco Keynes, prof. Paci?).A questo livello, che sia Pigliaru, che sia Paci, o sia Zingales a Chicago, sempre fantascienza sarà.. E dire che di Barca avevo grande stima..
    Allora aspettiamo che i sindacato riescano a strappare meccanismi di alleggerimento della crisi, qualche ammortizzatore sociale che salvaguardi le buste paga. Perché questo è e sarà il discorso ormai, salvare il culo alle singole persone. Consentirgli di chiudere più o meno dignitosamente la propria infausta esperienza lavorativa. Altro che piano di sviluppo, piano di rinascita del Sulcis, piano dei miei coglioni. Giustamente ora il sindacato guarda e guarderà fondamentalmente a raggiungere questo risultato. Un pò di Cassa, un pò di pensioni e il gioco si trascinerà stancamente fino al momento in cui i figli piangeranno la morte della pensione del padre, i figli piangeranno la pensione di reversibilità della madre e la merda sostituirà il mare a Funtanamare..

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Anonimo0,
      posso aggiungere che i Biolchini (ma non è un volersela prendere solo con lui, intendiamoci) dovrebbe piantarla con le invettive “sempre dopo” e cominciare a capire che il futuro si progetta con i ragionamenti “sempre prima”?
      Presto o tardi dovremo pur deciderci a progettarcelo, questo futuro, no? Mi dice che senso ha interpretare l’accaduto con un “Cappellacci via!”? CI fosse stato Soru non sarebbe accaduto? Ma scherziamo?
      Cordialmente,

  3. Sovjet ha detto:

    Gentile Ainis,
    trovo molto interessanti il suo post e il commento di anonimoO (credo postato prima sul suo blog poi in quello di Vito) a mio avviso in qualche modo complementari.
    A partire dalle considerazioni sull’informazione e sui giornalisti: da un lato c’è lei che attribuisce la scarsa copertura alla notizia, pure molto ghiotta – due ministri e un sottosegretario che fuggono da un incontro a bordo di un elicottero, alla moda di yankee go home – alla scarsissima considerazione per i problemi per il Sulcis e per la sua protesta (il “troddio del topo”), mentre AnonimoO l’attribuisce ad una precisa volontà di oscuramento della “notizia criminis di ribellione”.
    Io credo che siano vere entrambe le posizioni: contiamo poco e infatti poco risolviamo. Non solo abitiamo un’isola lontana da qualunque posto, ma siamo pochi, marginali e facilmente contenibili, anche in modo brusco, quando tentiamo qualche sortita in continente (come ben sa il movimento dei pastori). Dall’altro lato, è vero anche che non c’è alcuna voglia di mettere realmente in difficoltà questo governo da parte degli organi della stampa nazionale, almeno da quelli più “istituzionali”: sarebbe svelare la favola, a cui lo stesso presidente del consiglio sembra credere, del consenso al governo dei tecnici. Più dei politici, dice Monti. Bella forza… Ma questo è un limite che la nostra informazione ha ormai interiorizzato: c’è una frase di una canzone di Fabrizio de André che fa più o meno “Certo bisogna farne di strada da una ginnastica d’obbedienza”. Noi veniamo da almeno un ventennio di “ginnastica d’obbedienza” e i nostri giornalisti sono in media talmente deferenti nei confronti del potere da autocensurarsi anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Ma l’autocensura può tranquillamente convivere con la scarsa importanza che ci viene attribuita. Oppure semplicemente, siamo considerati un po’ selvatici, ancora geneticamente predisposti alla violenza: non fu per questa ragione che un giovane sardo si vide riconosciute le attenuanti in un caso di stupro? “Attenuanti etniche e culturali” riportarono i giornali. Quindi se i sardi pelliti mordono la mano che cerca di nutrirli non è perché ormai sono alla disperazione (e lasciamo perdere se parte della responsabilità è nostra), ma perché questa è la loro natura. Quindi non c’è notizia: cane morde uomo.
    Sono d’accordo con AnonimoO (anche se a volte lo seguo un po’ a fatica, ma sono limiti miei) su due punti: l’importanza del tempo e l’impatto delle leggi dell’economia. Il “timing” è importante, talmente importante che in Sardegna abbiamo un proverbio che dice che non è importante svegliarsi presto ma azzeccare l’ora. I tempi d’oggi necessitano di risposte rapide e capacità di interpretare “segnali deboli”. Ma ancora di più bisognerebbe capire che quello che succede oggi è frutto di ciò che abbiamo fatto ieri, con la conclusione che ciò che succederà domani lo stiamo preparando oggi. Non c’è da stare allegri.
    Quindi sul tempo non ci siamo: troppo lenti nel reagire all’emergenza, incapaci nel gestire strategicamente ciò che è importante. È responsabile solo la classe politica? Probabilmente no. Ma c’è un corto circuito tra classe politica, intellettuali e società: non c’è comunicazione. E quando si parlano non si ascoltano e forse ai politici interessa poco ascoltare e agli intellettuali importa poco essere ascoltati (l’importante è che parlino tra loro), salvo mettersi sull’attenti ed esercitarsi in qualche sissignore in caso di incarichi e consulenze. Non tutti naturalmente, perché alcuni producono anche cose pregevoli, inutili ai fini pratici, ma di valore. Una classe intellettuale al momento che può essere divisa fra capitani di ventura e sangiovannibattisti che gridano nel deserto.
    Le leggi dell’economia sono ferree. Il mercato, come sa chi ha letto Polanyi, non è “naturale” ma è una forma di integrazione dell’economia nella società, così come lo è la reciprocità e la redistribuzione. Ma se si gioca allo scambio di mercato allora valgono le regole della domanda e dell’offerta e del rapporto costi/ricavi. Alla fine è terribilmente semplice: resiste quello che conviene e soddisfa i desideri di chi può imporre la propria volontà. Nel nostro caso gli azionisti delle grandi multinazionali, che se ne fottono allegramente del Sulcis, della Sardegna e del mondo intero. Perché se uomo è “economicus”, fa la cosa giusta quando segue la sua natura, come il sardo pellita insomma.
    Forse è vero che senza capitale privato non si fa economia (non lo so, in Cina non credo sia così fondamentale, eppure qualcosa l’hanno fatta), ma è pur vero che noi stiamo andando verso l’annullamento di qualsiasi possibilità di intervento pubblico: il fiscal compact impone il pareggio di bilancio, ragion per cui, per ogni euro che esce a rigor di logica un euro dovrebbe entrare. E uscire dalle tasche dei cittadini o delle imprese. Quindi non avremo né intervento pubblico, né intervento privato perché è molto più redditizio giocare in borsa che investire nell’economia reale, che è in genere rumorosa, sporca e fa sudare.
    Allora si redigono piani, che forse hanno l’unico scopo di rasserenare i cittadini fornendogli l’illusione che una soluzione esiste, è stata trovata da professoroni ed è persino supportata da un elegante modello matematico con tutte le formule al posto giusto. Sono i “modelli econometrici che possono albergare indistintamente nel Sulcis, in Trentino, in Calabria, in Baviera…”. non servono per comprendere la realtà e formulare soluzioni, ma per far credere di aver compreso la realtà e che esistano soluzioni, se non semplici, almeno “matematicamente sicure”, ovvero ottenibili se si segue senza deragliamenti il percorso indicato. Insomma, la mappa È il territorio.
    Perché prendersela con i Pigliaru e i Paci, non pensano/agiscono allo stesso modo anche i Monti e i Passera, con la luce aldilà del tunnel che slitta sempre di qualche anno? In fondo è per la nostra tranquillità, come i controlli all’aeroporto: lo sappiamo bene che se vogliono buttarlo giù un aereo ci riescono (basta appostarsi con l’attrezzatura giusta nei pressi dell’aeroporto o che cinque/sei energumeni ben addestrati si imbarchino), ma il fatto che ci facciano togliere cinture e scarpe e che il metal detector squilli se abbiamo un euro in tasca ci rassicura.
    C’è la possibilità che la politica possa dare una sterzata? Michio Kaku in un suo libro (su questo blog la recensione del volume) porta ad esempio Singapore, che investì tutto su scienza e istruzione e si concentrò in particolare sull’industria tecnologica d’avanguardia. Certo, diede una raddrizzatina anche ai suoi abitanti e non solo, con un’applicazione piuttosto severa della legge, dal momento che a Singapore la fustigazione è legale (come ben sanno l’americano Michael P. Fay e lo svizzero Oliver Flicker) e c’è pure la pena di morte. Però, magari a frustate, c’è da dire che cambiare evidentemente non è contronatura e quindi volendo si può.
    Sì, ma chi potrebbe innescare questo cambiamento? AnonimoO è contrario alla “logica nietzschiana del super uomo che ha “vision”, che ha carisma, che ha…” ed io sarei pure d’accordo, se non fosse che nella Storia, c’è sempre stato un personaggio capace di incarnare in qualche modo lo spirito del tempo e far pendere poi la bilancia da un lato o dall’altro: possiamo immaginare la rivoluzione socialista senza Lenin, il fascismo senza Mussolini, il nazismo senza Hitler o la rivoluzione cinese senza Mao Tze Tung? Ma per restare al “libero” Occidente, si sarebbe usciti dalla grande crisi senza un F. D. Roosvelt ad applicare qualche teoria di Lord Keynes? Spesso il cambiamento è innescato da una persona che riesce ad assecondarne il moto. Certo, l’ultima grande personalità vista in Italia, per quanto possa fare schifo (e a me lo fa) è stata Silvio Berlusconi: il fatto che si parli di “berlusconismo” ne è la prova.
    Quindi si andrà avanti, come giustamente rileva AnonimoO col motto del “primum vivere”, mendicando qualche cassa integrazione in deroga in più, qualche ammortizzatore sociale (ma potrebbe essere anche il caso di ragionare sul tema della “job guarantee” visto che ne parla anche Luciano Gallino) e sarà necessario, come giustamente dice Ainis “capire che delle nostre cazzate dobbiamo occuparci prima di tutto noi perché gli altri hanno ben altro da fare” e “sapere cosa desideriamo fare del nostro futuro”.
    In fin dei conti, altro non è che applicare la bella frase del Talmud che Primo Levi usò quale titolo di una delle sue opere più famose:

    “Se non sono io per me, chi sarà per me?
    E quand’anche io pensi a me, che cosa sono io?
    E se non ora, quando?”

    Così ci mettiamo anche la questione “dei tempi e dei significati dei tempi”.

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