BOTTAZZI SECONDO SOVJET

Marcello “Sovjet” Cadeddu si prende la briga di rispondere al mio post sul professor Bottazzi. Lo ringrazio per l’attenzione e pubblico con molto piacere.

 

Gentile Ainis,

ho letto con interesse le sue considerazioni sull’intervista di Gianfranco Bottazzi, che lei giustamente ritiene “estorta”, come può esserlo se realizzata con un professore in sessione di laurea da un pur valente giovane giornalista come Alberto Urgu.

Nonostante tempi e situazione, il professor Bottazzi dice cose di sicuro interesse, come anche lei conferma (con toni quasi vicini a quelli che usa di solito con Ferdinando Boero, adeguandosi al detto popolare “tocca i fanti ma lascia stare i santi!”).

Ma cosa dice Bottazzi che le piace? In pratica che l’industria è importante e che un’esperienza italiana, quella delle partecipazioni statali, dovrebbe essere rivista con occhio meno ideologici.

E cosa non dice Bottazzi che le sarebbe piaciuto? Che sarebbe necessario riprendere il discorso da dove si è interrotto perché l’industrializzazione ha fallito perché è stata fermata. Infine, servirebbe che Bottazzi (e altri santi come lui) ci facessero capire che oltre alle multinazionali voraci, c’è anche una società che adotta un accordo di spartizione del bene pubblico come modello “dignitoso” per progettare il futuro.

Bottazzi ci avverte anche di non adottare ai temi dell’economia e dello sviluppo un approccio troppo ragionieristico e inoltre, e chi ha letto o conosce il sociologo lo sa, è contro ogni forma di determinismo e semplificazione della realtà.

Io credo che affermare che l’industrializzazione dell’isola sia fallita perché “è stata fermata” è vero fino ad un certo punto: nel senso che è vero che non si è completata – lo stesso Bottazzi parla da qualche parte di “salto di una fase” – ma è anche vero che probabilmente questo era inevitabile, dal momento che la modernizzazione della Sardegna fu fenomeno endogeno e registrò una rapidità e una accelerazione tali che qualche autore scrisse di isola “risucchiata” nella modernizzazione. D’altra parte, sia l’industria – in particolare la grande industria petrolchimica – sia il turismo, con la Costa Smeralda per esempio, furono settori economici “importati”.

Il problema quindi non fu, a mio parere, il blocco dell’industrializzazione, ma l’incapacità del modello scelto – quello per “poli”, il paradigma che andava per la maggiore al tempo – di adattarsi al cambiamento. Un po’ lo stesso destino capitato ai grandi rettili, incapaci di gestire i grandi mutamenti e la ridotta disponibilità di risorse.

Di fatto l’industria fu “paracadutata” in Sardegna, grazie anche ai sostanziosi incentivi e non sviluppata sulla base delle possibili vocazioni territoriali. Si è dimostrato anche qui che tra la descrizione di un processo, quello che portò alla rivoluzione industriale nei diversi paesi europei o allo sviluppo delle regioni italiane del Centro e del Nord e la prescrizione di un processo di modernizzazione, quello che porterà ad annullare i gap socioeconomici, c’è un distanza quasi mai colmabile.

È infatti Bottazzi, nel suo volume “Eppur si muove”, innanzitutto avverte di non farsi prendere dal paradigma “quantometrico”, cioè non ridurre la realtà alle sole dimensioni quantificabili (mi auguro che questo non sia per lei un colpo al cuore…) e che immaginare che tutti i paesi possano arrivare allo stesso livello di reddito disponibile e di consumo è illusorio. In effetti, la favola della torta che può essere ingrandita finché tutti non ne possano godere a sufficienza è una fantasia del capitalismo pre caduta del muro (quando doveva essere più cauto).

Bottazzi quindi parla di “sviluppo possibile”, a partire dalle risorse disponibili. Quello che dice in fondo è: è inutile che facciamo a gara a chi ce l’ha più lungo, cercate di usarlo traendo la massima soddisfazione. Questo significa ragionare in termini di benessere delle persone piuttosto che di applicazione meccanica di modelli. D’altra parte, ci ricorda sempre Bottazzi, la marginalizzazione di intere aree è il risultato del gioco del mercato, a cui non si sfugge. E noi siamo periferia della periferia…

Certo, avvisa il nostro sociologo preferito, attenzione che quelli che un tempo erano limiti possono diventare su un periodo medio lungo risorse: per cui “rocce affioranti e terreni scoscesi” da terreni non coltivabili possono divenire attrattiva per il turismo, dai minerali delle miniere al granito. Ma soprattutto sviluppo possibile è innescare “circoli virtuosi che se pur non aumentano il tasso di crescita del Pil in percentuale di primato consentono tuttavia

tuttavia quel recupero di integrazione sociale, reddito e posti di lavoro che rappresentano la condizione base per uno sviluppo equilibrato”.

Questo per dire, che a leggerle, le cose che Bottazzi scrive sono piuttosto ampie.

La battuta sulla nazionalizzazione è interessante, come è interessante la sua domanda: perché spendere per Alcoa? Premesso che sono d’accordo con lei sul fatto che sia necessario trovare alternative meno impattanti dal punto di vista dell’ambiente ed economicamente sostenibili, dipende sempre da quello che si vuole fare. Ovvero se si torna a fare politica industriale. Ma cos’è in fin dei conti fare politica? Stabilire obiettivi e costruire strategie per raggiungerle: quindi se una produzione è strategica si mantiene. Se è indispensabile, “la quantità di energia necessaria per levare tre atomi di ossigeno da un molecola di allumina” diventa accettabile. Quindi, se è vero che la consultazione popolare non può decidere della quantità di energia, è vero anche che l’accettabilità della spesa per l’utilizzo di quell’energia può, anzi deve essere sottoposta a questa consultazione. Quindi il costo energetico di Porto Vesme è x, che sia tollerabile o meno dipende anche da altre considerazioni.

Quindi, sono d’accordo sul ruolo della società “civile” che tende ad autoassolversi, come se fosse altro e moralmente superiore rispetto a quella politica o economica e come se non avesse responsabilità, ma bisogna dare anche a ciascuno la forza che realmente ha: se noi come nazione contiamo poco, una Regione di un milione e seicentomila anime, buttata in mezzo al Mediterraneo, conta nulla.

Questo non vuol dire che non si debba fare il massimo e puntare – e questa volta è Bottazzi che parla e non un ignorante come me – ad ampliare lo spazio della “qualità” dello sviluppo, che neppure la globalizzazione comprime del tutto.

Grazie per l’attenzione.

 

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10 risposte a BOTTAZZI SECONDO SOVJET

  1. Gabriele Ainis ha detto:

    Gentile Sovjet,
    a mio avviso c’è un’incomprensione sul concetto di “sviluppo interrotto”. Per chiarirlo (e per quanto è nelle mie possibilità) ci sono due modi: una lunga spiegazione (possibilmente bella come la sua) o un raccontino. Scelgo il raccontino (per due motivi: non sono capace di discorsi astratti articolati e potrebbe darsi che qualcuno ci legga).
    Prendiamo il polo metallurgico di P.Vesme. Domanda: cosa c’è stato di sbagliato nella sua realizzazione? Lei dà una spiegazione dotta, io, molto semplicemente dico: nulla. Era il modello in voga all’epoca e per noi (Sardegna) è stata un’enorme opportunità. Ma allora: perché siamo a questo punto? Lei critica il modello, io (che mi illudo di avere un’idea più pragmatica dell’industria) le propongo una narrazione diversa.
    Ragioniamo per assurdo.
    Supponiamo che nel Sulcis la filiera del metallo non si fosse fermata ai semilavorati (ad esempio i laminatoi della COMSAL). Supponiamo che si fossero insediate aziende medio piccole capaci di trasformare i semilavorati in prodotti finiti, così da spalmare il disagio della distanza (costi di trasporto e commercializzazione fuori sede) su un valore aggiunto maggiore. Supponiamo che si fosse sviluppata la produzione di leghe dure (ad elevato valore aggiunto) e la trasformazione in loco. Saremmo a questo punto, oppure la presenza di una rete produttiva (ciò che adesso si chiama “distretto”) darebbe prospettive completamente differenti?
    Ad esempio si potrebbe dire, a ragione, che il primario sarebbe strategico (che altro sarebbe la strategicità, se non la necessità di disporre di un bene il cui costo è ammortizzato dai benefici?) mentre nell’attuale situazione (paradossalmente) la crisi occupazionale della sola ALCOA non lo permette.
    Ma, questo è importante, potrebbe addirittura esserci la possibilità di non aver più bisogno degli smelter, se nel frattempo la rete industriale avesse sviluppato produzioni diversificate.
    Detto per inciso, mi domando quale altro modello avremmo potuto proporre per uno sviluppo industriale in ‘un’area “vergine” ma non ampliamo troppo il discorso.
    Ora la mia domanda è: perché non si sviluppò un “distretto”? Possibile che la classe dirigente non si rese conto della necessità di integrare le produzioni a valle? Attenzione: adesso li chiamiamo “distretti” ma nessuno li ha inventati, sono nati come esigenza ovvia per rispondere all’oggettiva fragilità delle piccole imprese, che acquistano forza se si mettono assieme quindi, di fatto, se crescono organizzandosi in un super-organismo.
    La mia risposta è che non avvenne per incapacità della classe dirigente, che trovò molto più ovvio avvitarsi attorno al denaro pubblico del polo industriale (ancora oggi circolante) piuttosto che dedicarsi alla promozione dell’unica direzione possibile (e auspicabile). E in genere aggiungo che ciò avvenne perché tutta la società, drogata dal denaro pubblico usato in questa maniera, si associò volentieri. Era “comodo”.
    Il mio contino riferimento al mancato intervento degli intellettuali è proprio questo: nessuno spese/spende una parola su questo. Neppure Bottazzi, che argomenta benissimo – e infatti ho ben detto che ne condivido il pensiero – ma si ferma a questo punto.
    Che la situazione non sia cambiata, lo si vede dal “Piano Sulcis”, quello che (correttamente) il governo ha detto chiaramente di non condividere. Anche in questo caso, ritorniamo ai carrozzoni che non potranno produrre una struttura produttiva capace di reagire all’evoluzione del mercato (inteso come l’entità che assorbe i prodotti, perché produrre beni che nessuno adopera è una sciocchezza).
    Detto in un altro modo: vogliamo tenere aperti gli smelter di P.Vesme? Va bene, ma allora prepariamo un piano di integrazione a valle capace di generare un distretto, altrimenti stiamo buttando un pozzo di denaro “solo” per tenere al lavoro i dipendenti di ALCOA. Allora facciamo prima a prendere gli stessi soldi ed assumere tutti all’Ente Foreste: i danni in termini sociali saranno enormi, ma non così peggiori dell’attuale situazione e, per lo meno, non continueremo ad impattare sull’ambiente inutilmente.
    Una frase finale sull’agricoltura/pastorizia. Non sto a farla lunga, ma l’idea che l’agropastorale non sia impattante è una sonora balla e poi c’è un aspetto che nessuno pare capire: se avessimo davvero basato il nostro futuro in quella direzione, adesso la Sardegna sarebbe più brutta (lo so che mi pigieranno per matto, ma è verissimo basta andare a vedere la bruttezza solenne di chi vive di sola agricoltura) e in condizioni ancora più disastrose, perché il discorso sarebbe quello della competizione con aree in cui il prodotto agricolo viene via a quattro soldi e le persone non sanno neppure cosa sia un ospedale e un’ambulanza. Non staremmo parlando di ALCOA, ma di sostenere con denaro pubblico tutta la regione. Vorrei ceh si ricordasse come l’agricoltura e la pastorizia sopravvivono benone nei paesi sviluppati perché c’è mamma industria che paga (attraverso sonanti contributi statali) e non viceversa.
    Cordialmente,

    PS – Per Matrìca, a P.Torres, sarà lo stesso, esattamente lo stesso…

  2. quintale ha detto:

    Mi sembra molto condivisibile la critica al vagheggiamento di una società agro pastorale salvifica. E’ una illusione pericolosa. Ma come leggete invece alcuni casi come l’industria del vino che da semplice produttrice di materia prima di basso valore ha creato una economia interessante ? Non si potrebbe ad esempio replicare il modello con i pastori che non trasformano il loro latte in formaggi di livello internazionale ma lo svendono per fare quella cagatina di pecorino romano ? Sul carciofo ad esempio siamo bravi a venderlo ma non facciamo altro che caricarlo sui carri ferroviari per Golfo Aranci (ops, non ci sono più). Alla fine il ragionamento sui distretti (che alcuni analisti danno per morti e per me sono solo in trasformazione) che fa il padrone di casa è simile, mi pare.

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile quintale,
      lungi da me l’affermazione che l’agropastorale sia da bandire (ci mancherebbe!). Però bisogna inquadrarlo all’interno di una diversificiazione in cui è l’industria che paga la possiblità di farlo. Se legge il commento di Sovjet, lui si riferisce, ad esempio, al recupero delle masserie in Puglia (ottima cosa), ma è ben altro dal basare l’economia pugliese sulle masserie (ovviamente). Tant’è che poi Vendola fa il diavolo a quattro per tenersi l’acciaieria (e fa benissimo!). Per farla breve, tenere il Carignano del Sulcis è doveroso, ma il Sulcis non lo fa vivere di Carignano (come il Piemonte non vive di Barolo e la Toscana di Chianti).
      Sui distretti, se ha voglia di aspettare e legegre, cerco di rispodenre a Sovjet (per non ripetere le stesse cose e usando un panorama più ampio).
      Cordialmente,

    • Sovjet ha detto:

      Caro quintale (mi scusi, non uso “gentile” perché qualcuno pensa che io e Ainis siamo la stessa persona, le verità è che io sono più giovane, più alto e più bello!)
      lei ha ragione, l’agroalimentare sardo ha fatto e sta facendo passi da gigante: infatti è uno dei comparti comparti che fa dire a Gianfranco Bottazzi “eppur si muove!”. Resta però un punto: noi abbiamo in Sardegna al momento circa 24mila (ventiquattromila!) cassa integrati in deroga. Le proiezioni dicono che arriveremo a 30mila. Tenga presente che a fine 2008 (io ero al tempo capo di gabinetto dell’assessore regionale del lavoro) sui poco più di 3mila…È in atto in Sardegna una specie di polverizzazione del mercato del lavoro: slatano i lavori “dignitosi”, con retribuzione seria, specializzati nell’industria, aumentano i servizi alla persona: insomma, diminuiscono gli operai specializzati e aumentano le badanti. Quindi l’agroalimentare va sviluppato al massimo e si stanno facendo passi importanti (faccio un po’ di pubblicità, chi si trova a Cagliari passi in via Cimarosa dal mio amico Roberto, il negozio si chiama “Gusti Rari”, prodotti ottimi e lui racconta pregi e difetti della produzione di nicchia isolana), ma per fare massa critica l’economia deve girare e a mio parere – ma questa parte di ragionamento la devo ancora sviluppare – questo si può fare con una integrazione dei settori e lo sviluppare al massimo vocazioni e competenze.

  3. Sovjet ha detto:

    Gentile Ainis,
    mi sa che lei mi chiama ad un compito superiore alle mie forze e non sono sicuro di essere all’altezza. Ma diciamo che un po’ condivido il suo commento un po’ no. Il problema è come rendere comprensibile un pensiero nell’atto stesso in cui lo si produce…
    Lei giustamente costruisce una “narrazione” (incrocio le dita per il poeta politico e narratore!) della sua argomentazione, rendendola comprensibile e accattivante. Ma troppo suggestiva. È un po’ come il mondo di Matrix, funziona tutto bene ma poi un gatto passa due volte allo stesso modo…quando lei inizia con “supponiamo che” per l’appunto suppone (o presuppone) che il mondo funzioni in un certo modo, ovvero che ciascuno sia padrone del proprio destino per intero. Ma se è vero quanto affermato da Bottazzi, cosa di cui io non dubito e che lei non mi contesta, il processo di modernizzazione è endogeno, ergo eterodiretto, non è detto che le supposizioni che lei fa fossero possibili dati i rapporti di forza del tempo! Paradossalmente sarebbe stato più semplice con una Sardegna autonoma e indipendente (“più semplice” non significa più facile, né possibile), affermazione che so potrebbe farle venire l’orticaria… Quindi, tutte le sue supposizioni funzionano ad un patto: se il “Vuolsi così colà dove si puote” fosse allocato in Sardegna e nella sua classe dirigente. Ma così io dubito sia e fosse e pertanto – senza scusarla perché gli interessi della società avrebbero richiesto un minimo di preveggenza, idee e battaglia vera – la classe dirigente indigena si è semplicemente adeguata cercando di trarre il massimo beneficio da una situazione di subalternità per sé e per i propri famigli. In una situazione di risorse abbondanti tutti soddisfatti. Ma era prevedibile che nel medio periodo se si perde più di quello che si acquista poi qualcosa succede.
    Sul modello di sviluppo sono d’accordo con lei: facile oggi dire che si sarebbe dovuto fare altrimenti. Facile e anche sbagliato perché “facendo così” la Sardegna è passata dal medioevo all’arretratezza sì, ma l’arretratezza di un paese del primo mondo! Il problema della modernizzazione interrotta (io preferisco il termine “modernizzazione” a quello di industrializzazione perché richiama meglio anche alcuni cambiamenti di tipo culturale e sociale, non solo economici) è che alla fine a contribuito a creare – ma lo racconta bene Bottazzi – uno sfasamento tra struttura economica (e la sua capacità di creare domanda di lavoro) e struttura sociale (con le sue aspettative, i suoi bisogni, il modello di consumo e di vita): di fatto, se per i primi in Sardegna si poteva parlare di “diacronia” ovvero una differenza di tempi con la aree più sviluppate d’Italia (anche qui, supponendo che ci siano stadi che debbano essere raggiunti nei livelli di “sviluppo”, cosa di cui non sono per niente convinto), dal punto di vista “sociale” si era praticamente “sincronici”, il tempo era lo stesso, perché battuto dal Tv e giornali e perché una classe sociale specifica, parlo dei dipendenti pubblici, era (ed è) retribuita allo stesso modo in tutta Italia e perché le grandi industrie, quelle che hanno caratterizzato la Sardegna, ancorché insufficienti dal punto di vista quantitativo, da quello qualitativo importavano un modello avanzato di relazioni industriali. Qualche ingenuo poeta bucolico forse dimentica quali valori veicoli l’industria, grazie ai sindacati e alle relazioni industriali, e quali la pastorizia e quale impatto abbia questo sulla società, sulle relazioni, sull’evoluzione dello stato di diritto.
    Questo non significa che il primario non sia importante, anzi lo è moltissimo, almeno per due ragioni: la prima è che senza cibo non si vive e quindi dipendere per intero da altri per l’alimentazione non è mossa intelligente; la seconda è che l’agricoltura e la pastorizia, oltre che produrre beni, preservano i territori e aiutano a contrastare lo spopolamento. Bisogna quindi non soltanto fermarsi alle patate o al (buon) pecorino, ma aver presenti le “qualità emergenti” che derivano dalla presenza umana sul territorio. Presenza che può essere garantita solo da un settore agro-alimentare sviluppato, maturo e di qualità e di cui si riconosca anche la valenza extraeconomica. Per dire Vendola raccontava che in Puglia si è realizzato un progetto regionale a favore dei giovani per ristrutturare le vecchie masserie abbandonate e rimetterle in circolo come aziende, fattorie didattiche ecc. per presidiare le aree rurali e cercare di ridurre l’età media in agricoltura (che lui affermava essere di 65 anni!).
    Rispetto a quanto afferma sugli smelter sono d’accordo sia quando dice che sarebbe stato auspicabile renderli superflui ai fini occupazionali, sia quando dice che se si vuole proprio tenerli, almeno lo si faccia con criterio e intelligenza. Resta però da chiedersi nuovamente: “Vuolsi così colà dove si puote?” Perché oggi come ieri, non sta qui “colà dove si puote”…
    Quindi è necessario tornare allo “sviluppo possibile” di Bottazzi (o “alla musica che si fa con quel che si ha” di Itzhak Perlman, se è curioso, trova l’aneddoto in un commento scritto sul blog di Vito Biolchini, nel post sul piano per il Sulcis – con allegato commento orario idiota…). Il “possibile” è determinato dalle risorse disponibili, dalle competenze, dalle infrastrutture, dallo spazio di influenza, dal livello di presa di decisioni – tenuti conto i paletti nazionali e internazionali. Il “contesto” preme e produce effetti anche sulla società sarda. Sarebbe interessante a questo punto esistesse un misuratore di inutilità, ovvero un qualche marchingegno che misurasse la reale utilità della nostra classe dirigente, magari si scopre che la parabola prerivoluzionaria di Saint Simon per clero e nobiltà vale anche per lei…
    Trovo interessante anche il suo discorso sui distretti e ne condivido l’utilità e anche l’origine che lei attribuisce loro. Ma mi pare sia un po’ troppo “meccanicistico”: un conto è trovarli da belli e pronti i distretti, esaminarli pezzo per pezzo e conoscerli a fondo; altro è costruirne uno e dargli vita. Anche qui spesso scatta la maledizione “descrizione-prescrizone” e il nostro distretto e difficile trovi un dottor Frankenstein capace di dargli vita in una notte di tempesta. A dire il vero, molti Gene Wilder hanno urlato “Si può fare!”, ma pochi ci sono riusciti. Tutte le regioni hanno leggi sui distretti, compresa la nostra (http://centridiricerca.unicatt.it/cranec_crn0603.pdf) ma credo che alcune accompagnino e promuovano, altre cerchino di creare dal nulla. Il distretto in fin dei conti altro non è che una spazio dove agisce una trama fitta di relazioni, tra cui quelle prettamente economiche sono una parte. Forse il manifestarsi del distretto è una “proprietà emergente”, come la vita, i tornadi e l’allegria.
    E qui mi fermo, che sono stato fin troppo lungo!
    Grazie di nuovo per l’attenzione.

    PS: credo anch’io che Màtrica rischi di essere una forma patologica di coazione a ripetere.

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Sovjet,
      semplifico ulteriormente.
      1) Se si avvia la produzione di primario (e semilavorati), ad esempio alluminio, lo sanno tutti che il valore aggiunto arriva con i prodotti finiti o quelli speciali (ad esempio leghe dure); questa non è un’ipotesi, è un dato di fatto (io parlavo di ipotesi nel raccontino, ma il senso era un altro);
      2) A P.Vesme (ma anche Ottana, P. Torres…) nessuno (parlo di classe dirigente) ha mai fatto fatto il diavolo a quattro per promuovere l’integrazione a valle; altro dato di fatto.
      Domanda: se anche io (e lei o chiuque) capisco che un lingotto di alluminio si vende a peso, tanto al chilo (e il prezzo lo fa il London Metal Exchange) mentre una pentola di alluminio si vende per il rapporto tecnologia/prezzo e non per il peso in alluminio (ma ci vuole l’alluminio per farla) possibile che nessuno abbia mai provato a promuovere le pentole (che uso come esempio, ovviamente) mentre tutti hano continuato a cercare scappatoie legislative per fare arivare una montagna di soldi al primario (anche oggi!)?
      E’ questa la mia domanda: perché nessuno ci ha mai provato? Quindi non è che discuto di ipotesi campate per aria, del tipo “se mia nonna avesse avuto le ruote”, dico semplicemente che la classe dirigente, anziché completare la realizzazione dell’industrializzazione nella direzione ovvia, e per di più dichiarata al momento dell’apertura del polo emtallurgico (all’inizio era chiaro che si dovesse fare così!) ha lasciato le cose a mezzo!!! Non ci ha neppure provato! Ma proprio mai!
      Ma non solo. Se scorre il Piano per il Sulcis (un vero obbrobrio) di oggi, oppure il piano per la Chimica Verde di P. Torres ci ritrova esattamente gli stessi concetti e per di più senza nessun accenno di integrazione a valle (mentre qusndo venne fondata l’ALSAR, era proprio l’integrazione a valle che veniva sbandierata come l’obiettivo da raggiungere!). Questi qua di oggi, vogliono tenere le cose come stanno prevedendo investimenti pazzeschi, ad elevato rischio, che aumentano la forbice tra produzioni primarie e prodotto finito (ad esempio la pazzia dell’uso del carbone e stoccaggio della CO2, che è ancora sperimentale!!!!).
      Quindi non è questione di sapere in anticipo cosa sia un distretto o se esso sia o meno una qualità emergente di un insieme caotico, si tratta di capire perchè:
      1) la classe dirigente non ha spinto l’integrazione a valle;
      2) nessuno ha mai messo in croce la classe dirigente che non lo faceva.
      La mia risposta è: non è accaduto perché dirottando i quattrini nella direzione dell’integrazione a valle è molto più difficile metterseli in tasca! Inoltre, la classe dirigente deve essere molto più preparata e lavorare assai di più e con molto minor controllo della clientela (ma come fai a metterti d’accordo con un centinaio di imprenditori medi che sono tutto fuorché burocrati di una multinazionale o dirigenti delle PPSS, e hanno bisogno di lavorare perchè nessuno regala solo i quattrini afine anno?). (Non ripeto la solita tiritera sugli intellettuali… ma ne avrei voglia)
      !
      Cordialmente,

  4. Sovjet ha detto:

    Gentile Ainis,
    prima di tutto la ringrazio perché questo confronto mi spinge ad approfondire, rivedere e affinare i miei ragionamenti. Ultimamente mi ero ridotto a gareggiare sulla dimensioni del pene e la cosa non era neppure divertente.
    Ma veniamo a noi: siamo d’accordo sul discorso delle pentole. Da questo punto di vista molto ci sarebbe da imparare dall’agroalimentare: un tempo in Sardegna si produceva vino da taglio da inviare in Francia, oggi nascono molte piccole cantine che producono vini di qualità (alcuni notevoli). Così per i formaggi, non c’è solo il pecorino romano, ma si inizia a diversificare la produzione, aumentando – e di molto – il valore aggiiunto: oggi ho assaggiato una crema di formaggio al tartufo sardo molto buona… Quindi non solo si può passare dall’alluminio alle pentole, ma anche dalle semplici pentole alle pentole “speciali”! Questo però non inficia il ragionamento sulla dimensione politica, che lei sembra invece ignorare: se le imprese sono eterodirette, allora può anche essere che l’integrazione a valle in Sardegna sia in contrasto con altri interessi (per esempio, il caso Legler potrebbe insegnare molto sul tema…). Quindi io credo che ridurla semplicemente alla rapacità della classe politica (che non significa che la classe politica non sia rapace, intendiamoci) mi pare sia banalizzare il ragionamento. Mi pare che lei, da uomo di tecnologia e scienza esatta tenda a vedere nella linea retta la distanza più breve tra il punto A e il punto B. In verità, in politica – e le scelte economiche attendono alla politica – non valgono le regole della geometria. So bene che sarebbe in grado di ribaltare la metafora, ma ci siamo capiti e tra noi ormai non servono più gare di mascolinità.
    È vero quello che dice sul controllo della clientela, ma è anche vero che la democrazia vive di consenso: non è soltanto un problema di clientela, ma di rappresentanza di parti (il termine “partito” è indicativo…), il gioco dialettico fra le parti dovrebbe portare (proprietà emergente?) a promuovere il bene comune.
    Quindi io girerei le sue considerazioni e trasformerei i “perché”, inutili per migliorare la situazione, in “come”. Quindi:
    come passare dalla produzione di primario (e semilavorati) a prodotti finiti o speciali con maggior valore aggiunto;
    come promuovere l’integrazione a valle.
    Io, ma lo sa, sono incuriosito dall’approccio “blue economy”, non solo per il fascino della biomimesi applicata alla produzione e all’economia, ma alla logica sottesa: cioè che non esiste scarto, ma ogni elemento è inserito in un gioco di flussi e processi che lo utilizza in qualche modo per cui può essere prodotto oppure materia prima e infine dare un risultato. Faccio un esempio tratto dal volume “Blue Economy” (Gunter Pauli, Edizioni Ambiente) denominato “dalla polpa alle proteine”: nel processo di produzione del caffè è effettivamente consumato il 99,8% del prodotto e consumato solo lo 0,2%, i caffè che beviamo. Questi scarti offrono i nutrienti e il sostrato ideale per la crescita dei funghi, prodotto richiestissimo a livello mondiale. Certo magari non i prataioli, ma i reischi e gli shiitake di certo sì. Questo approccio di flusso attiva una serie di circuiti virtuosi per cui si passa dai rifiuti del caffè a funghi ricchi di nutrienti con vantaggi sia per il consumatore e produttore, sia per il pianeta (nell’esempio, i vantaggi per il pianeta sono basso consumo energetico perché i fondi del caffè sono sterilizzati e non è richiesto altro trattamento; meno metano nell’aria perché i fondi non utilizzati non si decompongono in discarica e quindi meno gas serra; meno pascolo perché il sostrato post-raccolto è un mangime di alta qualità; meno disboscamento perché il caffè è anche un legno duro e un ideale sostituto della quercia; meno discariche perché l’eliminazione dei costi dello smaltimento dei rifiuti dei bar e meno rifiuti in discarica; più sicurezza alimentare perché i rifiuti della coltura commerciale assicurano cibo.
    Certo è necessario passare dal paradigma dell’efficienza economica a quello della sufficienza (si fa quanto basta…) o dal modello di sviluppo senza fine o anche sostenibile, a quello dello sviluppo possibile.
    Grazie per l’attenzione

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Sovjet,
      il percorso più breve tra A e B dipende dalla metrica dello spazio (se è piano, caso affatto particolare, allora è sempre una retta, altrimenti no; la realtà, di norma, non è piana). Lo dico per due ragioni:
      1) Una bonaria reprimenda, perché ogni tanto bisogna pure dare un colpetto agli stereotipi (e quello della “retta tra A e B” lo è!);
      2) l’osservazione mi colpisce; ed accade perché, pur concependo, noi due, il mondo in modo largamente condiviso, fatico a spiegarmi.
      Ad esempio: non intendo accusare la politica (isolana) di voracità (o non solo), quanto segnalare un problema: che la politica non agisce, neppure oggi, nella direzione evidentemente corretta (ad esempio – è solo un esempio – l’integrazione a valle dell’alluminio di cui si vorrebbe conservare il primario).
      Perché?
      Perché sta bene a tutti – rispondo io – non solo ai politici (ecco la dimensione politica del fenomeno). Attenzione, non ho detto “stava”! Anche il piano per il Sulcis del quale Cherchi va orgoglioso è una replica non tanto del piano originario del polo metallurgico, quanto dello sviluppo viziato che registriamo oggi.
      Come dire… Cherchi sta cercando di replicare un sistema di gestione dei denari pubblici basato sui carrozzoni, non tanto perché scelga di tirarli su per chissà quale ragione oscura (almeno lo spero vivamente e lo credo) ma perché siamo tutti d’accordo che un carrozzone funziona benissimo finché ci sono i quattrini per mandarlo avanti e funziona per tutti (mica solo per i politici!). Quindi, Cherchi non fa altro che recepire un desiderio diffuso, che si percepisce ovunque: politici, sindacati, giornalisti, cultura.
      Per questo ritengo che, per quanto condivisibile il tentativo di cambiare paradigma (che vedo comunque problematico, perché, questo sì, proprietà emergente) sarebbe necessario prima di tutto realizzare che dobbiamo sapere tutti cosa vogliamo: cos’è, davvero, ad esempio, il salvataggio dell’ALCOA? Cos’è questo evidente desiderio di carrozzoni (cosa sarebbe, mi scusi, la vicenda del Lirico)?
      Punto nodale – sul quale insisto da tempo – è l’atteggiamento culturale nei confronti dell’approccio alla politica. Noi dai politici vogliamo che ci organizzino un bel carrozzone del quale poterci lamentare ma in cui, in un modo o nell’altro, riusciamo a vivacchiare e ne siamo contentissimi. Basta dare un’occhiata disincantata a quello che ci circonda per rendercene conto.
      Da questo non si esce proponendo un paradigma differente dal neo-liberismo, per quanto condivisibile possa essere, ma cambiando prima di tutto testa, altrimenti ci ritroviamo un Sulcis-bis con gli stessi problemi, così come stiamo elaborando un terribile Porto Torres-bis (che io, e per una volta ci tengo a dirlo, ho segnalato ben prima di molti altri, che si sono accorti con un ritardo pazzesco che colorare di verde la chimica non significa necessariamente renderla una verza).
      Non è un caso se, tra le mille proteste, non si veda granché di diverso se non la richiesta di stipendi (sacrosanta, per carità, ma non basta) e non un piano chiaro di sostenibilità industriale al di fuori degli investimenti da miliardi di euro (intendendo la sostenibilità industriale nella doppia valenza di sostenibilità economica e ambientale).
      Per questo insisto, prima di tutto, nella necessità di un mutamento prima di tutto culturale, senza il quale il resto dubito possa emergere. Ad esempio: ma qundo potrò leggere il romanzo di un autore “sardo” che racconta questo evidentissimo desiderio di carrozzoni?
      Cordialmente,

  5. Sovjet ha detto:

    Gentile Ainis,
    noto che non ce l’ha fatta a resistere alla metafora…fatto sta che siamo d’accordo: le regole valgono a seconda dell’ambito in cui ci si trova e la descrizione della realtà non restituisce mai la realtà stessa. Anche se spesso ci si comporta (e ci sia aspetta che la vita ricambi la cortesia) come se la linea retta fosse sempre la via più breve e la mappa fosse il territorio.
    E infatti mi pare che anche lei cada in questo errore quando ritiene risolutivo “un piano chiaro di sostenibilità industriale al di fuori degli investimenti da miliardi di euro”, perché lo ritiene in qualche modo sufficiente in sé. Ma lei sa meglio di me, per averli frequentati direttamente, che i mercati oggi sono turbolenti e competitivi e necessitano sì di un piano ben congegnato, ma anche della capacità di lettura dei cosiddetti “segnali deboli”, di flessibilità e di intuito. Insomma, bisogna saper tracciare la rotta, ma anche andare a cercarsi il vento, avendo la consapevolezza che il mare è imprevedibile. Il nostro problema è che non abbiamo rotta e neppure una barca che possa su cui si possa fare un minimo di affidamento (per non parlare di capitano ed equipaggio!)
    Lei dice che bisogna cambiare la testa. Io sono d’accordo, ma come si fa? Qui torna il cambio di paradigma, che lei un po’ sottovaluta (o semplicemente accantona), perché è col cambio di paradigma che cambiano anche le teste; che si ha la “metànoia”, non in senso retorico, ma nel suo significato stretto di cambiamento di pensiero. Ed io credo che ci si stia pure arrivando, perché – ma lo sa benissimo anche lei – un nuovo paradigma non è una proprietà emergente, ma conseguenza delle anomalie che invalidano quello vecchio e lo fanno saltare, come la ghianda spacca il ghiaccio in uno dei primi “Era Glaciale”. E le ghiande del paradigma neoliberista stanno venendo tutte alla luce. Semplicemente non garantisce la sopravvivenza della specie. Vero è che, come dimostra Jared Diamond, le società possono anche collassare, ma a meno di scomparire come specie vivente, una qualche forma nuova o vecchia apparirà.
    Quindi, ha ragione sul fatto che abbiamo una visione del mondo non molto dissimile, con la differenza che lei ha più fiducia nell’essere umano di quanta ne abbia io: in fondo la sua critica alla politica e alla società presuppone che questa abbia in sé i mezzi per risolvere i problemi ma che difetti di lungimiranza, intelligenza e volontà. Io invece credo che si siano forze in campo difficili da controllare, a cui si può giusto reagire e che non basta un piano, per quanto ben costruito.
    Detto questo, da qualche parte bisogna pur cominciare. Lei dice “cambiamo prima di tutto la testa”, “cambiamo l’atteggiamento culturale nei confronti dell’approccio della politica”, che ci permetta anche di sapere tutti cosa vogliamo e di conseguenza assumerci la responsabilità e l’onere di realizzarlo. Da dove iniziamo?

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Sovjet,
      «E infatti mi pare che anche lei cada in questo errore quando ritiene risolutivo “un piano chiaro di sostenibilità industriale al di fuori degli investimenti da miliardi di euro”, perché lo ritiene in qualche modo sufficiente in sé.»Ma no, un momento, non mi costringa a fare il Catalano della situazione. Non ho mai detto che sia risolutivo, ma mi vuol dire che un piano in cui si affronta la sostenibilità non sia migliore di uno in cui non la si affronta? Andiamo…
      Faccio un esempio: visto che tutti paiono d’accordo per salvare il primario, perché non mettere a verbale il desiderio di integrarlo a valle? Ciò non significa che funzionerà, ma comunque sarebbe auspicabile. Converrà che però, se nessuno ci pensa, di sicuro non salterà fuori da sé (perché non ci sono i soldi, no?).
      Insomma, non è che voglia a tutti i costi tenere un profilo basso (ho ben detto che sulle macroanalisi siamo d’accordo) ma se non caliamo le idee sul territorio (sul caso specifico, storicamente stratificato) resta solo un discorso teorico, che sarà giustissimo, ma è un bel ragionamento e basta.
      «Lei dice che bisogna cambiare la testa. Io sono d’accordo, ma come si fa?»Mah, per intanto si prendono i politici di riferimento e si dice loro che per favore comincino a pensare che se Tore Cherchi presenta un obbrobrio bisogna rispondergli; e se Susanna-Tutta-Panna Camusso viene a CA e dice che la chimica verde va bene, bisogna risponderle che prima di parlare studi un pochettino (perché la Chimica Verde è la fotocopia del piano sulcis e nessuno se n’è neppure accorto!!!). Poi si va dagli amici intellettuali e si comincia a dir loro (ad esempio Marino Canzoneri): “Carissimo amico: adesso, per favore, smetti di scrivere storielle, per quanto belle, e domandati se tutti noi non si sia responsabili di parte del disastro. Non potresti semplicemente rifletterci?” poi si va da Zurru e lo si ripete. Non dico di convincerli a cambiare idea, quanto di convincerli a riflettere. In soldoni: il piano-sulcis quello è, neoliberismo o no; qualunque sia il paradigma (cioè anche se ALCOA la nazionalizziamo) se poi continuiamo a pensare che sia un carrozzone da mungere cosa cambia?
      Non è che i politici e gli intellettuali siano così lontani, in fondo.
      Ad esempio: a SEL sta bene il “Piano Sulcis”? E Matrica? Non sarebbe il caso di prendere posizione (posto che si sia convinti di questo, sia chiaro) per dire che si potrebbe far di meglio? Oppure siamo tutti ancorati ai numeretti dei posti di lavoro (tutti da verificare) e basta, in attesa del prossimo disastro?
      Di recente qualcuno mi parlava di colibrì e incendi…
      Cordialmente,

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