ZITTI TUTTI: PARLA BOTTAZZI

Doverosa premessa: per quanto riguarda il professor Bottazzi, soffro di una sindrome, ormai giunta alla fase terminale, di conflitto di interessi. Per dirla in altri termini, nutro grande ammirazione per la sua produzione accademica e per le sue qualità umane. Questo, tra l’altro, per rimarcare come, da parte mia, non ci sia alcun rancore nei confronti dei sociologi (qualcuno mi accusa di esserlo – e per di più fallito – perché ogni tanto ho il torto di far notare come alcuni di essi, sociologi, sparino in rete orrende cazzate) categoria di intellettuali che invece giudico necessaria nell’ambito di una società avanzata, che non può evitare di investire risorse per interrogarsi con molta attenzione su sé stessa.

Così ho letto con grande interesse le brevi dichiarazioni estorte a Bottazzi da Sardinews e le ho trovate, come al solito, del tutto condivisibili.

Fa piacere, ad esempio, che una personalità di questo livello dichiari apertamente come la Sardegna non possa fare a meno di una vera industria, tanto per rispondere alla pletora di imbecilli che ci vorrebbe soltanto agricoltori, pastori, camerieri e guardiani di nuraghi. O coloro che con santa ingenuità (e spesso molta malafede) pongono il problema identitario (chissà cos’è, visto che, in tanti anni di parole buttate al vento, nessuno riesce ancora a definire cosa sia, al di là del pecorino, questa mitica quanto misteriosa “identità sarda”) problema identitario, quindi la lingua e la berritta, nel novero delle priorità da perseguire per un non meglio precisato “rilancio” della Sardegna.

Oppure, altra considerazione sensata, che industria non è solo bieco profitto ma anche equilibrio tra interessi e quelli comuni debbano essere oggetto di contrattazione con quelli privati.

Tutto a posto, quindi? Solo un peana per una delle rare esternazioni di Bottazzi?

No.

Certo, non si può argomentare un’analisi profonda del pensiero di Bottazzi da tre battute su Sardinews, però anche queste sono sintomo di una certa distanza dal problema che vado segnalando da tempo, fanculeggiato, ma non è che non ci dorma la notte, da alcuni colleghi del professore: dato per vero che il problema della macroeconomia sia quello segnalato con molta lucidità da Bottazzi, le cose cambiano qualora lo si desideri calare nella realtà isolana.

Meglio riferirsi ad un esempio concreto. Dice l’intervistato: «La politica deve avere il coraggio di capire che l’intervento pubblico in alcuni casi può fare la differenza. Per fare un esempio estremo, se Alcoa dice che se ne va, lo Stato e la Regione possono “costringerla” a rimanere, anche minacciando di nazionalizzare le fabbriche. Si tratta di una forzatura ovviamente […]»

Orbene: è esattamente ciò che ha fatto la politica, perché sarà pur vero che ALCOA ha avuto un ovvio tornaconto a prendere lo stabilimento di Portovesme, ma è altrettanto vero che ce l’abbiamo messa noi dopo il fallimento evidente delle PPSS (guai scendere in esempi senza considerare la storia pregressa di situazioni così complesse) e, se allo stato attuale delle cose appare evidente che il costo energetico per la sopravvivenza degli smelter è folle (e ALCOA farà più soldi producendo primario altrove, pur in presenza di eventuali contributi statali) non si capisce perché nazionalizzare l’azienda dovrebbe essere conveniente, visto che il fiume di denaro necessario per tenerla aperta sarebbe assai meglio investirlo in un’attività meno impattante e più remunerativa. Perché, visto che la fisica non è un’opinione e la quantità di energia necessaria per levare tre atomi di ossigeno da una molecola di allumina non la si decide ricorrendo ad una consultazione popolare, il conto energetico della sopravvivenza di P.Vesme è presto fatto.

Perché, allora, sono così d’accordo con Bottazzi e sostengo anch’io che un ricorso alla partecipazione statale sia non solo auspicabile ma anche l’unica strada percorribile?

Il motivo è che io ritengo come il meccanismo di partecipazione collettiva alla produzione industriale, in una società basata sull’iniziativa privata come la nostra, debba essere accompagnato da un impegno forte della comunità in due direzioni: la prima, una gestione «industriale» dell’investimento; la seconda, la consapevolezza che l’investimento ha senso se è capace di trainare iniziativa privata (ad esempio sviluppando un indotto capace di affrancarsi dalla sorgente che l’ha aiutato a crescere), come del resto si presupponeva quando si diede inizio al piano industriale per l’Isola.

Per cui, non bisogna «costringere» ALCOA a restare dov’è (o trovare un succedaneo) ma riprendere il discorso dell’industrializzazione dal punto in cui si è interrotto, perché è proprio questo il motivo per cui ha fallito: è stato fermato! Le aziende, come ovviamente sa bene Bottazzi, non sono eterne: nascono e muoiono quando non servono più, ma è il processo industriale che deve sopravvivere e, nei luoghi così svantaggiati come la nostra isola, può farlo solamente se la politica, quindi la collettività, si assume l’onere di definire gli indirizzi da perseguire e, qualora eviti di farlo, non si può che arrivare al punto attuale.

Perché in Sardegna – e nel Sulcis – non è avvenuto?

Ecco, ci servirebbero i Bottazzi che ce lo spieghino per bene. Che ci facciano capire che non ci sono solamente le multinazionali che vogliono guadagnare, ma anche le società che si avvitano su sé stesse aderendo ad un tacito accordo di spartizione del bene pubblico, ritenendo che quello – l’accordo di spartizione – sia un modello dignitoso per progettare un futuro. In altri termini, se il Sulcis è conciato da far spavento – e il peggio non è ancora arrivato – ci sono anche profonde responsabilità della società sarda e sulcitana in particolare: non è solo un problema di multinazionali voraci.

Ma cosa dovrebbero fare allora questi benedetti sociologi?

In una parola? Spendersi!

Diamo alla faccenda il nome che ci piace di più: spendersi, impegnarsi, fare politica. Qualunque cosa preveda il fatto che Bottazzi, intervistato, dica: Le multinazionali sono voraci, ma finché le società nelle quali si impiantano non sviluppano la capacità di amministrare decentemente il bene pubblico, ci saranno sempre politici, intellettuali, sindacalisti e giornalisti che preferiranno accordarsi con la voracità delle industrie su base personale e non collettiva, determinando il fallimento di un modello apparentemente sensato.

Se solo Bottazzi avesse aggiunto una frase come questa, denunciando le storture tutte nostre, altro che ALCOA!, sarebbe diventato il mio idolo! Invece continuerò ad accendere le candele sotto l’altare di Papa Legba, in attesa che il professore ci pensi e ci prenda tutti a sberle, come ci meritiamo. Se accadesse, butterò nel cesso la statuina di Papa Legba e la sostituirò con una di Bottazzi: prometto di accendere una candela tutti i giorni ed ammazzare una gallina ogni settimana.

È un impegno!

 

Precisazione finale. Scorrendo in fretta il testo, ho riconsiderato questa frase: «[…] per rispondere alla pletora di imbecilli che ci vorrebbe soltanto agricoltori, pastori, camerieri e guardiani di nuraghi». Bene: poiché tanti asini leggono ciò che scrivo, specifico che non è una critica per chi svolge dignitosamente queste attività. Ammiro tutti costoro (e ci mancherebbe!) ma il senso della frase va trovato nel «soltanto». Se desideriamo produrre ottimo formaggio (il mio preferito) ottimi prodotti agricoli, ottima accoglienza turistica e vogliamo proteggere la nostra storia, abbiamo bisogno dell’industria, come in tutti i paesi avanzati, altrimenti facciamo la fame e per di più da ignoranti!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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