QUANTO È BELLA CAGLIARI

«Chi ora guardi una città [europea] conoscendo i mezzi con i quali nei secoli la sua “civitas” ha perseguito costantemente l’obiettivo di farne un’opera d’arte, riconoscerà facilmente la sua bellezza […]

[…] tutte le centomila città europee sono, a buon diritto, opere d’arte […]

Ma che cosa è dunque accaduto negli ultimi cinquant’anni […] che cosa ha indotto l’Europa ad abbandonare la sfera espressiva consolidata per affidarsi ad una teoria urbanistica nuova fondata sulla drastica negazione di tutti gli elementi con i quali erano state realizzate città apprezzate da secoli per la loro bellezza?» (Marco Romano – Ascesa e declino della città europea – Cortina editore 2010)

Di recente, ho avuto il piacere di scambiare qualche battuta  con il professor Gianni Campus, architetto, politico, intellettuale e molto altro. Parlavamo di Cagliari, naturalmente, non proprio della bellezza della città, ma del suo futuro: possibile, probabile, certo.

Discutere, seppure virtualmente e con tutti i limiti di un interposto blog, è spesso stimolante (a volte in maniera fastidiosa, per dire il vero, ma non è certo questo il caso). Tanto è vero che, parlando di urbanistica col mio interlocutore, mi sono domandato se ci fosse una spiegazione alla strana contraddizione visiva che si gode da una qualunque postazione panoramica del Castello, quando, guardando in basso, si percepisce il risultato – orrendo – del mattone selvaggio dell’ultimo mezzo secolo, mentre, alle nostre spalle, si apprezza la bellezza di tutto ciò che c’era stato prima.

Poiché sono un ignorante (però lo ammetto e tento di porvi rimedio, per quanto posso) ma anche pragmatico (quindi cerco di non perdere troppo tempo) piuttosto che far finta di ragionare, ho mandato una mail ad un amico architetto (di quelli bravi) sottoponendogli la mia riflessione ed ottenendo, con una certa lentezza, ma si sa che i geni non hanno tempo da sprecare, le seguenti risposte:

1.       sei un mona (secondo me è discutibile, ma traspare l’origine geografica del mio interlocutore);

2.       Cagliari non è diversa da tutte le altre città del mondo (chissà se è un bene);

3.       non farmi perdere tempo e leggiti il libro di un mio collega che te lo spiega;

4.       vedi di sbrigarti a mandarmi il preventivo per la poltrona… (no questo non c’entra nulla; i miei rapporti pazzeschi con gli architetti sono di nessun interesse).

Così sono andato in biblioteca e ho letto il libro di Marco Romano.

Devo dire che ne sono rimasto colpito, per molti motivi che sarebbe lungo spiegare, ma è un saggio talmente bello che ne suggerisco la lettura a chi volesse approfondire la riflessione sul perché le nostre città siano come sono e rischino di diventare ciò che stanno diventando.

Posso invece spigolare citando alcuni aspetti rilevanti:

·         la città che ancora percepiamo è il risultato di un cambiamento epocale che ha riguardato la transizione tra il primo millennio dopo cristo e il secondo;

·         la dinamica di cambiamento di una città può essere descritta facendo ricorso ad un meccanismo evoluzionistico intrecciato con la teoria delle catastrofi di Thom (per chi ama il tema, qualcosa di simile agli equilibri punteggiati di Gould);

·         la città, come la vediamo, deriva dalla composizione, più o meno pacifica, di una lunga serie di contraddizioni; queste si riflettono – e possono essere apprezzate – nel tessuto urbanistico che ci circonda; Romano ne elenca sette (principali) analizzandole con una certa efficacia e riconducendole alla forma urbana attuale.

Non essendo architetto, ho trovato il saggio assai illuminante, perché spiega alcune caratteristiche ben visibili (ad esempio il mancato assorbimento urbano degli immigrati) da un punto di vista decisamente originale. Si potrà essere d’accordo o meno con quanto argomenta l’autore, ma se lo scopo di un saggio è quello di stimolare la riflessione e il desiderio di indagare aspetti della realtà prima ignorati (ed io ne ignoro un’enorme quantità) questo libro può essere definito un ottimo saggio.

Anche perché, nelle due paginette finali di conclusioni (inusitatamente costrette in così poche righe) si cela un pericolo enorme, che l’autore, con molta ignoranza (o ingenuità) non coglie, ed è il vero motivo per il quale mi trovo a scrivere una sorta di recensione.

Scrive Romano, riprendendo il concetto che la dinamica urbanistica di una città sia interpretabile in termini evoluzionistici “alla Gould”: «Se quanto sostengono implicitamente i biologi fosse vero, che cioè il nuovo organismo [cioè quello risultato dell’evoluzione, nota mia] sarà migliore, non potremmo che rallegrarci […] Ma non sono sicuro che i biologi abbiano ragione […]

Orbene: Romano commette un errore madornale! I biologi (cioè la teoria dell’evoluzione) non parlano di “migliori” che sopravvivono e “peggiori” che vengono selezionati e scompaiono. Quella che sopravvive è la specie che, per puro caso, si trova a rispondere meglio alle condizioni ambientali in cui si trova immersa. Quindi, in una pozza di fango finiamo per trovare i vermi, in cima alle montagne i camosci e nell’acqua i pesci. I vermi non sono migliori dei pesci e dei camosci.

Così, se questo libro ci aiuta a capire per quale motivo sia comparso un Cellino che porta il Cagliari a Quartu (non scherzo, chi leggerà le duecento pagine scarse mi darà ragione), perché l’obbrobrio delle Zunktowers non sia appannaggio della sola Casteddu, o perché, per una volta, la cittadinanza si sia interessata compatta a un aspetto culturale come Tuvixeddu, fallisce, a mio avviso, nell’ultima pagina, immaginando un futuro in cui gli europei si riapproprieranno delle proprie città cercando di far sopravvivere il modello sviluppato nel millennio appena concluso. Come se davvero si potessero far rinascere i dinosauri o il mammut!

Ecco se questo libro “deve” essere letto, il motivo è tutto nelle ultime 27 righe: perché rende conto molto bene dell’incapacità tutta occidentale e “dotta” di progettare un futuro credibile a causa del volersi voltare a tutti i costi verso un passato non più replicabile. Noi a Cagliari – e in Sardegna – ne sappiamo qualcosa!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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3 risposte a QUANTO È BELLA CAGLIARI

  1. marybonny ha detto:

    Mio caro Gabriele, leggo sempre con molto piacere i suoi commenti. Posso dirle questo dai miei studi: (il restauro è la mia materia). Il restauro delle opere di interesse archeologico, storico, culturale risale alla fine nasce in epoche recenti, verso la fine del 700. Prima di allora i monumenti non avevano valore storico ma spesso venivano depredati per costruire altre opere. Non veniva considerato il valore storico dell’opera. Dall’800 in poi il dibattito su come restaurare si è evoluto moltissimo, e si è passati da chi proponeva un restauro che sconvolgesse l’opera o la completasse nelle sue lacune ingannando però storicamente il contemporaneo, fino alla linea che si persegue oggi, che è la ricomposizione almeno parziale delle forme, e la ricostruzione se possibile, ma sempre distinguibile dal manufatto originario. Moltissimi studiosi ritengono inoltre che ogni traccia di intervento sull’opera debba essere mantenuta, quindi ci sono casi di restauri in Sardegna dove è visibile il cemento rigato passato negli anni 50 sopra un pavimento, e poi solo in una piccola porzione il pavimento originale.
    Il discorso per l’architettura non importante invece è estremamente più complesso perchè solo in epoche recentissime si è arrivati a rivalutare la nostra architettura popolare e capire quanto fosse bella e importante. Quindi curiosamente a volte era molto più facile fare danni su una palazzina storica ma non di enorme pregio culturale che su un monumento. Quindi buttare giù e costruire.
    Le consiglio il Carbonara, un fondamento del restauro e poi una serie di bellissimi libri scritti recentemente dall’università di Cagliari, che sono gratuitamente reperibili sul sito della regione Sardegna, questi vale la pena davvero di averli
    http://www.sardegnaterritorio.it/cittacentristorici/manualirecupero.html
    Saluti
    Maria Bonaria Dentoni

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Maria Bonaria Dentoni,
      non perdo mai la possibilità di leggere un libro suggerito da un “addetto ai lavori”. Lo farò.
      Lei però scorra il saggio di cui parlo, lo troverà interessante (e, per certi versi , sorprendente).
      Se mi sbaglio, mi impegno a rifondere i 28,50€!

      Cordialmente,

      gabriele ainis

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