L’ESTATE ORMAI È FINITA E IL SULCIS SE NE VA…

Ah, i Righeira… che nostalgia.

Ma bando alle ciance: dove va dunque il Sulcis?

Parafrasando i Righeira: Se ne va a puttane, lo sai che non mi va…

Però non si può dire che sia una sorpresa e chiunque osi dire il contrario (sia egli politico, intellettuale o la casalinga di Buddusò) mente spudoratamente o è un completo idiota: che la provincia più povera d’Italia fosse destinata al collasso lo si sapeva da almeno trent’anni buoni e pertanto non si può cadere dal pero nell’estate del 2012, anno del Signore, facendo finta di nulla.

Che poi nessuno, in questi trent’anni, si sia peritato di informare (i giornalisti), programmare (i politici) o molto più semplicemente discutere seriamente del sistema di connessioni e complicità che ha portato ad un sistema industriale drogato che faceva comodo alla comunità (e agli intellettuali in testa) tutti quanti fanno finta di non saperlo, ma è una colossale balla. Ma non solo: è anche la sorgente prima della presente, disastrosa situazione.

Certo, adesso ci si scaglia contro i politici, ma perché? Perché non possono più versare a piene mani dentro il pozzo senza fondo dei carrozzoni sulcitani il mare di denaro necessario per tenere in funzione industrie impossibilitate da condizioni oggettive a restare sul mercato? È quanto è successo negli ultimi tre decenni con il beneplacito di tutti, sulcitani in testa, che ritenevano un grosso affare gettare via i soldi di tutti con la scusa del mantenimento dei posti di lavoro. Come se il gioco, presto o tardi, non fosse destinato a terminare e come se tutto ciò potesse davvero essere considerato un futuro accettabile, auspicabile o anche solo tollerabile.

Adesso le condizioni generali non lo consentono oltre e siamo al capolinea: nessuno di noi se n’era mai accorto? Ritenevamo davvero che si potesse andare avanti a tempo indeterminato consentendo la sopravvivenza di industrie in perdita, per di più inquinanti, pesantemente impattanti sul territorio e ancor di più sulla società? E l’inquinamento della vita civile determinata dal voto di scambio e dagli altri meccanismi di gestione del potere davvero non l’aveva visto nessuno?

C’è chi ha pensato di prendersela con i sindacati, accusandoli, quantomeno, di miopia. A ragione anche questa volta, certo, come per i politici, ma poi? Davvero l’informazione (assente, quando non complice) non ha responsabilità?

E che dire del mondo intellettuale? Dove diamine erano (e sono) coloro che nella società si prendono la briga di denunciare le storture, quando e se le vedono, di un sistema di intrallazzi che badava a tutto fuorché alla progettazione di un futuro decente?

Questa domanda dovremmo porcela soprattutto a sinistra e ancor più dopo il clamoroso fallimento della corazzata Sardegna24, il contenitore di intellettuali che avrebbe dovuto analizzare la realtà sarda fino all’ultimo atomo di pecorino e invece si è mostrata tanto clamorosamente vuota di contenuti quanto piena di nomi altisonanti, esattamente come la nostra società di questi ultimi decenni, tutta compresa nei problemi strategici dell’autonomia, della sovranità, nella cazzata epica della lingua panacea universale e motore di sviluppo, senza il minimo accenno al disastro industriale sotto gli occhi di tutti, coperti dal salame del posticino, del contributino, dello spazio in un giornale, in una casa editrice, in una fondazione, in un ente…

La metafora è talmente scontata da risultare banale: siamo un popolo di prostitute che si svegliano un giorno e, all’improvviso, si rendono conto che il tempo è passato e nessuno intende più pagare per scoparle. C’è poco da fare: si prova un lifting, nuove posizioni e prestazioni sessuali, qualunque cosa pur di non essere gettate fuori dal lupanare ma non c’è verso: i clienti non ci sono più. Poco importa se in passato qualche moina improvvisata ha rimesso a posto le cose: adesso è finita e non ci sono più spazi neppure per le puttane di alto bordo e non solo per quelle da una botta e via, in piedi, contro il davanzale dello strapuntino di un politico.

Ci saranno le troie che si travestiranno da vergini suore di clausura, certo, e chi ne dubita, ma la società, tutta, complice e attrice principale del sistema, continuerà ad essere fottuta, con l’importante novità che questa volta non ci saranno le marchette a rendere sopportabile la prestazione: la diamo via gratis!

Bene: c’è uno straccio di intellettuale che ci mette uno specchio di fronte agli occhi mostrandoci per quello che siamo? Uno che ci abbia avvertito che le puttane invecchiano e non c’è verso di stirare il pelo pubico per far ridiventare vergini i tessuti sottostanti?

Naturalmente no, perché i nostri intellettuali, o meglio coloro che riteniamo tali, sono occupati in ben altro che non osservarci (ed osservarsi): guardano in un falso passato, in un presente che non esiste ma, soprattutto, producono un’opera inutile e vuota, invertendo il processo logico che vorrebbe intellettuale chi è capace, nella propria opera, di analizzare la realtà e non, come avviene, di sparare pubblicamente orrende cazzate grazie al fatto di aver venduto un libro o essere passato in televisione dieci volte!

In totale?

In definitiva meritiamo ciò che abbiamo seminato per decenni, tutti e non è per nulla consolante constatare che in ogni caso, anche in questa situazione, ci saranno quelli che troveranno il modo di guadagnarci (ad esempio gli “intellettuali” di cui sopra).

Soluzioni?

Quelle che ci piacerebbero (ad esempio avere uno stipendio anziché un lavoro) direi proprio di no. Sarebbe l’ora di smetterla di sognare e soprattutto di abbandonare i luoghi comuni: sognare, come pretenderebbero molti illustri pensatori, è tutto fuorché gratuito. Se davvero si crede che basterà la decisione di un governo o di un genio dell’economia per riportarci nella precedente dimensione del sogno, scordiamocelo e cominciamo a bere un caffè bello forte: ci aiuterà a svegliarci!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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Una risposta a L’ESTATE ORMAI È FINITA E IL SULCIS SE NE VA…

  1. Jonathan Livingstone ha detto:

    Egregio Sig. Ainis,
    ho seguito, seppur in modo non sempre continuativo, le vicende dell’industria sarda. Ultimamente sto cercando di seguire con un pò più attenzione, ma evidentemente , non mi sono impegnata abbastanza. Non ho letto in nessun luogo alcun riferimento al mercato delle produzioni industriali sarde. Chi acquista tali produzioni? Sono convenienti in termini di prezzi? Quanto incidono i trasporti incoming per le materie prime e quanto quelli outgoing per il prodotto finito? Quanto prodotto finito è stoccato nei magazzini? Da quanto tempo? Se le risposte saranno quelle che temo, i lavoratori delle suddette industrie farebbero meglio ad inventarsi qualche altro modo per sopravvivere, ammesso che lo vogliano. Lo vogliono?

    Saluti,

    Jonathan Livingston

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